Abitudini

Abitudini, Usanze

A usanza nuova non correre.

Prudenza conservativa che risiede massimamente nel popolo, quando egli segue suo proprio istinto e sua ragione.

Cavallo vecchio, tardi muta ambiatura.

Ambiatura, vale andatura di cavallo, asino o mulo, a passi corti e veloci, mossi in contrattempo.

Chi ha portata la tonaca puzza sempre di frate.

Chi non è uso a portar le brache, le costure gli danno noja.

Ciò che s’usa non fa scusa.

Non tutte le cose sono scusabili per dire: così fanno gli altri. (SERDONATI)

Consuetudine è una seconda natura.

È difficile condurre il can vecchio a mano.

Mutare, cioè, gli abiti lunghi ed invecchiati.

È meglio ammazzare uno (o È meglio ardere una città) che mettere una cattiva usanza.

È meglio errar con molti ch’esser savio solo– e

Meglio errar con molti che da sé stesso.

È meglio volta che stravolta.

Il Veneziano dice: Xe megio na volta che na stravolta, e lo spiega così. Cioè, è meglio prender la vecchia strada, più lunga ma sicura, che non una che non sai dove riesca, e può condurti a rovina. –Stravolta: slogatura d’un piede facile in terreno disuguale.

È un cattivo andare contro la corrente (o contro il vento).

Il bue mangia il fieno perché si ricorda che è stato erba.

Vuol dire che s’ama spesso anche di memoria: amore buono, amore di gratitudine.

Il magnano tanto salta con le bolge quanto senza.

Abituato a portarle sempre è come se non le avesse.

Il vino di casa (o il vino che si pasteggia) non imbriaca.

Perché si usa temperatamente. Ma pure abbiamo:

Il pan di casa stufa.
Proverbio fatto dagli stemperati..

La catena non teme il fumo.

Perché ci sta sempre: ab assuetis non fìt passio.

La moda va e viene–e

Alla moda vagli dietro.
I due veramente fanno ai cozzi, ma la gente non se ne avvede, perché quando a molti si vede fare una cosa, pare che tutti l’abbiano fatta sempre, e che sia la cosa più naturale del mondo quando anche sia la più bestiale.

Le cose rare son le più care–ovvero

Cosa rara, cosa cara.
A uno che si faccia vedere di rado siamo soliti dire: ti sei reso prezioso.

Le buone usanze van tutte a perdersi.

Però:

Le buone usanze vanno rispettate.

Le novità duran tre dì, e quando van di trotto, le non duran più d’otto.

Cioè quando sono strepitose e in gran voga.

L’uso doventa natura.

L’uso fa legge.

L’uso serve di tetto ai molti abusi.

L’uso vince natura.

Nessuna maraviglia dura più di tre giorni.

Rana di palude sempre si salva–e

La rana avvezza nel pantano, se ell’è al monte torna al piano.
Né per caldo o per freddo o poco o assai
Si può la rana trar dal fango mai (Orlando Innamorato.)

Adulazioni, Lodi, Lusinghe

Ad ogni santo la sua candela.

Ad ogni potente la scappellata, dice l’ambizioso; a ogni donna gli occhi dolci, dice il libertino.

Adulatori e parassiti son come i pidocchi–e

Can che molto lecca succhia sangue.

Campano sulla pelle altrui.

Anco il cane col dimenar la coda si guadagna le spese –e

Non dar del pane al cane ogni volta che dimena la coda.

Bacio di bocca spesso cuor non tocca–e

Tal ti ride in bocca che dietro te l’accocca–e
V’è chi bacia tal mano che vorrebbe veder mozza–e
Tal ti fa il bellin bellino che ti mangerebbe il core.

Chi ci loda si dee fuggire, e chi c’ingiuria si dee soffrire.

Chi loda per interesse, vorrebbe esser fratello del lodato.

Chi t’accarezza più di quel che suole, o t’ha ingannato o ingannar ti vuole.

Chi ti loda in presenza, ti biasima in assenza–e

Dio ti guardi da quella gatta che davanti ti lecca e di dietro ti graffia.

Chi ti vuol male ti liscia il pelo.

Da chi ti dona, guardati.

Gola degli adulatori, sepolcro aperto.

In casa dell’amico ricco sempre ammonito; in quella dell’amico povero, sempre lodato.

I panioni fermano, ma le civette chiamano.

La carne della lodola piace ad ognuno–e

Da Lodi (paese) passan tutti volentieri.

Lodi e lodola per lode, giochetti di parole.

La lingua unge e il dente punge.

La lode giova al savio e nuoce al matto.

La vita dell’adulatore poco tempo sta in fiore.

Vuoi tu un cuore smascherare? sappilo ben lodare.

L’ubriacato dalla lode s’apre a dire quello che non vorrebbe.

Affetti, Passioni, Gusti, Voglie

A chi piace il bere, parla sempre di vino–e

L’orso sogna pere–e
Il porco sogna ghiande–e
Scrofa magra, ghiande s’insogna.

Acqua passata non macina più.

Si dice delle impressioni o degli affetti dimenticati.

Affezione accieca ragione.

A gusto guasto non è buono alcun pasto–e

Gusto guasto è come vin da fiasco.
Gli stomachi, gli umori, gli affetti guasti, per non confessare il puzzo che hanno dentro, lo accusano fuori. –Un Contadino dava il tabacco al Padrone, che avendone preso un poco, e accostato al naso poi lo gettò via dicendo: <<E’ sa di briccone;>> e il Contadino: << Lustrissimo, l’enno le dita.>>

Allo svogliato il méle pare amaro.

Amor non ha sapienza, e l’ira non ha consiglio.

A molti puzza l’ambra.

Animo appassionato non serba pazienza.

Aspetta il porco alla quercia.

Se vuoi cogliere l’uomo sul fatto, aspettalo dove egli suole capitare, dove ha il ripesco, dove lo tirano qualche sua necessità o voglia.

A vecchia che mangia pollastrelli, gli vien voglia di carne salata.

Dicesi quando alcuno lascia il meglio per attenersi a cosa men buona.

Chi ha bocca vuol mangiare.

Chi ha buona cantina in casa non va pel vino all’osteria –e

Chi ha vitella in tavola non mangia cipolla.

Chi maneggia il mèle si lecca le dita–e

Chi ha fatto il saggio del mèle non può dimenticare il lecco.

Chi lecca i piatti, deve leccare in terra.

Chi non arde, non incende.

Cioè chi non s’infiamma nel bene operare, non induce gli altri a ben fare. (SERDONATI.) Ma vale per tutti gli affetti: Si vis me flere, dolendum est Primum ipsi tibi. (ORAZIO.)

Chi non può, sempre vuole.

Chi più arde più splende.

<> dicono bene i Francesi: e così pure i grandi fatti.

Chi più vuole, meno adopera.

Le voglie troppo intense riescono talvolta inerti s’intricano in sé medesime, come l’acqua non sa uscire da Un fiasco voltato all’ingiù, perché il vaso è troppo grande e la bocca troppo stretta.

L’impetuosa doglia entro rimase,
Che volea tutta uscir con troppa fretta, ecc. (ARIOSTO.)

Chi sempre beve non ha mai troppa sete–e

Colombo pasciuto, ciliegia amara–e
Chi non mangia ha del mangiato–e
Chi non mangia a desco, ha mangiato di fresco–e
Gallinetta che va per cà, o la becca o l’ha beccà: se la non becca a desco, l’ha mangiato di fresco.

Come saturo augel che non si cali
Ove il cibo mostrando altri lo invita. (TASSO.)

Chi troppo frena gli occhi, vuol dire che gli sono scappati.

Così faceva il frate Cristoforo: e queste cose bisogna lasciarle dire al Manzoni.

Con la voglia, cresce la doglia–e

Chi assai desidera, assidera.

Dagli effetti si conoscono gli affetti.

Dei gusti non se ne disputa.

Dove la voglia è pronta, le gambe son leggiere.

E al contrario:

Chi va in gogna, non fa il servizio volentieri.

E’ si può fare il male a forza ma non il bene–e

Per forza si fa l’aceto–e
Cosa per forza non vale scorza.

<> diceva il musico Marchesi al generale Miollis.

Gatto che non è goloso non piglia mai sorcio–e

Se il tuo gatto è ladro, non lo cacciar di casa.

Ma quello del gatto è brutto mestiere.

Il cuore ha le sue ragioni e non intende ragione–e

Cuore malato non sente ragione.

Il cuore non sbaglia.

Lo dicono particolarmente Ie madri nei presentimenti lieti e tristi del loro cuore:
Nelle sue visioni quasi divino.

Il lupo sogna le pecore, e la volpe le galline.

Il diavolo può tentare, ma non precipitare.

Ognuno ha colpa de’ suoi errori; le tentazioni, le passioni, sono scuse povere.

Il potestà nuovo manda via il vecchio–e

I santi nuovi metton da parte i vecchi–e
I santi vecchi non fanno più miracoli–e
Ai santi vecchi non gli si dà più incenso.

Gli amori nuovi fanno dimenticare i vecchi.

Le nuove cose fanno scordare le antiche; gli affetti si consumano .

L’abbondanza genera fastidio.

La lingua batte dove il dente duole.

Le belle cose piacciono a tutti fino a’ minchioni–e

Tutte le bocche son sorelle: ed aggiungesi da quella del lupo in fuori, che vuole tutto per sé.

Le cose vanno fatte quando se ne sente il bisogno.

Mal si balla bene se dal cor non viene.

Il ballo è cosa da innamorati. Ma vale poi anche che nessun divertimento ti fa pro, se non vi hai l’animo disposto. Nota qui male, che sta per difficilmente.

Non è bello quel ch’è bello, ma è bello quel che piace.

Non manchi la volontà, che luogo e tempo non mancherà–e

Quando c’è la volontà, c’è tutto–ovvero
La volontà è tutto (o tutto fa)–e
A buona volontà non manca facoltà.

Ogni granchio ha la sua luna.

Quando la luna è tonda i granchi son pieni. (SERDONATI.)

Per fare una cosa bene, bisogna esser tagliati a buona luna.

A bene riuscire in una cosa, conviene esservi tagliati, cioè inclinati; essere in buona luna per farla, in buona disposizione, averne voglia.

Più da noi è bramato, chè più ci vien negato.

Ruimus in vetium–e

Anco Adamo mangiò del pomo vietato.

Quando è alta la passione è bassa la ragione.

Sdegno e vergogna son pien d’ardire.

Se i desiderii bastassero, i poveri anderebbero in carrozza.

Sotto la bianca cenere, sta la brace ardente.

Tempo e fantasia si varia spesso–e

Si cambia più spesso di pensiero che di camicia.

Vedere e non toccare, è un bello spasimare–e

Volontà è vita.

(Vedi: Piacere, Dolore.)

Agricoltura, Economia rurale

Agli ulivi, un pazzo sopra (o da capo), e un savio sotto (o da piè).

Come pure:
Leva da capo e poni da piè.

Cioè bisogna tagliar molto e molto sugare; ma il primoo vale secondo i luoghi.

Albero che non fa frutto, taglia taglia.

Vale anche figuratamente.

All’apparir degli uccelli non gettar seme in terra.

Si può intendere anche del non far cose che poi ti sieno guastate.

A mezzo gennaio, metti l’operaio.

I buoni contandini pigliano spesso a mezzo gennaio l’oprante di fuori per affrettare i lavori, i quali è bene sieno fatti innanzi alla primavera.

A Natale, mezzo pane; a Pasqua, mezzo vino.

Significa che il contadino deve procurare d’avere in casa a Natale la metà del pane per il suo consumo, ed a Pasqua mezzo il vino per le imminenti faccende. Dicesi anche:

A mezzo gennaio, mezzo pane e mezzo pagliaio.

Andare scalzo e seminar fondo, non arricchì giammai persona al mondo.

Ara co’ buoi, e semina colle vacche.

Nel lavorare la terra giova fare il solco profondo, ma non tanto poi nella sementa;–e

Chi lavora la terra colle vacche, va al mulino colla pulledra (o colle somare).
Le quali portano poca soma;–e

Ara poco (poco tratto) ma minuto e fondo se tu vuoi empire il granajo da cima a fondo.
Non deesi badare alla quantità, ma alla qualità nel lavoro della terra.

A San Martino la sementa del poverino–come pure

Sta meglio il grano al campo, che al mulino.
In quei giorni il grano da seme vuole già esser sotterrato.

Avaro agricoltor non fu mai ricco.

Beato quel campetto che ha siepe col fossetto.

Cioè difeso ed asciutto.

Casa fatta e vigna posta, non si sa quel che la costa.

Ma si dice anche:

Casa fatta e vigna posta, mai si paga quanto costa.–e
Caro costa la vigna della costa.

Casa fatta, possession disfatta–ovvero

Casa fatta e terra sfatta.

È ben comprare casa in buon essere e podere trasandato.

Cavol riscaldato e garzon ritornato, non fu mai buono–e

Serva tornata non fu mai buona.

Garzoni, gli opranti fissi nelle case dei contadini, quelli che in alcuni luoghi chiamano mesanti, perché gli pagano a mese; ma se una volta gli abbiano licenziati, non è bene ripigliarli: così della garzona, o fante, o guardiana che non sia della famiglia. Serva è generico, e s’intende più spesso di quelle che stanno a servizio nelle case.

Cento scrivani non guardano un fattore, e cento fattori non guardano un contadino.

Chi affitta il suo podere al vicino, aspetti danno o lite o mal mattino–e

Chi affitta sfitta–ovvero
Chi affitta sconficca–e dicesi anche
Chi alluoga accatta.

La Toscana è tutta mezzerie: quindi gli affitti in discredito e non a torto, come speculazione da scioperati o da falliti.

Chi ara da sera a mane, d’ogni solco perde un pane.

Cioe, da Ponente a Levante, perché un lato d’ogni porca rimarrebbe senza sole.

Chi ara il campo innanzi la vernata, avanza di ricolta la brigata.–e

È meglio una buona e secca scalfittura che una buona e molle aratura.
Perché:

Chi ara terra bagnata per tre anni l’ha dissipata.

Chi ara l’uliveto addimanda il frutto–e

Chi lo letamina l’ottiene, chi lo pota lo costringe a fruttar bene.–ma
Il letame quand’è troppo forte alle piante dà la morte.
Se il letame è troppo possente abbrucia la capigliatura delle radici e non possono queste più ricevere e filtrare i sughi della terra. Allora il sugo fattosi glutinoso si condensa e fa talvolta morire le piante.

Chi assai pone (ed anche Chi lavora e Chi semina) e non custode, assai tribola e poco gode.

Chi ben coltiva il moro, coltiva nel suo campo un gran tesoro.

Chi cava e non mette, le possessioni si disfanno.

S’intende del concime, ed anche del ripiantare.

Chi disfà bosco e prà, si fa danno e non lo sa–e

Chi ha un buon prà, ha un tesoro e non lo sa.

Chi disse piano, disse tanto piano, che non ne toccò a tutti.

Nel primo caso piano vuol dire pianura, nel secondo vale a voce bassa. Questo gioco di parole sta a significare che le terre in pianura sono desiderate da molti.

Chi dorme d’agosto, dorme a suo costo.

L’estate non è stagione da oziare pe’ contadini: Qui stertit æstate, filius confusionis. (Proverbi.)

Chi fa le fave senza concio, le raccoglie senza baccelli.

Fare per seminare.

Chi ha bachi non dorma.

Chi ha carro e buoi, fa bene i fatti suoi.

Chi ha quattrini da buttar via (o Chi ha del pan da tirar via), tenga l’opre e non ci stia.

Tener l’opre, pigliare gente di fuori per fare un lavoro;–e

Fa più il padrone co’ suoi occhi, che l’opre col badile.
Badile, strumento di ferro simile alla pala per cavar fossati.

Chi ha tutto il suo in un loco, l’ha nel foco.

Cioè in pericolo.

Chi ha un buon orto, ha un buon porco–e

Chi non ha orto e non ammazza porco, tutto l’anno sta a muso torto.

Chi ha vigna ha tigna.

Usasi a Roma dove le vigne recano grandi fastidj. (SERDONATI.)

Chi ha zolle, stia con le zolle.

Chi lavora di settembre, fa bel solco e poco rende.

Chi lo beve (il campo), non lo mangia.

Nei campi troppo vitati, la sementa rende poco.

Chi non ha il gatto mantiene i topi e chi l’ha mantiene i topi e il gatto.

Vale che, chi tiene il custode dei campi per guardarli dai ladri, spesso non fa che mantenere il custode ed i ladri. Il che deve render cauti i proprietari nella scelta di questo custode. (PASQUALIGO, Prov. ven.)

Chi non semina non ricoglie.

Si usa anche figuratamente.

Chi non sa comprare compri giovane–e

Sulla gioventù non si fece mai male.
Nella compra del bestiame e in altre cose ancora.

Chi pianta datteri non ne mangia.

Credesi che il dattero duri cento anni prima di dar frutto.

Chi pon cavolo d’aprile, tutto l’anno se ne ride.

Posto in aprile spiga presto, ma non fa grumolo.

Chi prima nasce, prima pasce.

Il grano seminato per tempo tallisce meglio.

Chi semina buon grano, ha poi buon pane; chi semina il lupino, non ha né pan né vino.

Chi semina con l’acqua, raccoglie col paniere–e

Chi semina nella mota raccolta vuota–e
Chi semina nella polvere, faccia i granaj di rovere–e
Le fave nel motaccio, e il gran nel polveraccio.

Nessuna sementa si fa bene nel terreno molle. Vero è però che l’ultimo di questi proverbi è anche usato diversamente secondo i luoghi; ed in alcuni dispiace la sementa troppo asciutta. Tempo sementino chiamano quelle giornate coperte, ma non però troppo fredde, con un po’ di nebbia la mattina ed ogni tanto una pioggerella, dopo la quale il capoccio esce fuori a seminare anche a rischio di dovere per qualche altra scossetta rifarsi più volte, cogliendo il tempo ed agiatamente, come sogliono d’ogni faccenda.

Chi semina fave, pispola grano.

La miglior caloria è quella delle fave.

Chi semina in rompone (o arrompone) raccoglie in brontolone.

Chi aspetta a rompere i campi a sementa, oppure, chi semina nel campo solamente rotto e non rilavorato e messo a seme, raccoglie poco. (LAMBRUSCHINI.)

Chi semina sulla strada, stanca i buoi e perde la semenza.

Chi vuol di vena un granajo lo semini di febbraio.

Chi vuole aver del mosto, zappi le viti d’agosto.

E un altro dice:

Chi pota di maggio e zappa d’agosto, non raccoglie né pane né mosto.

Chi vuole ingannare il suo vicino, ponga l’ulivo grosso e il fico piccolino.

Chi vuole il buon bacato, per San Marco o posto o nato–e

A San Marco (25 aprile) il baco a processione–e
A San Marco nato, a San Giovanni assetato.

Chi vuole tutte l’ulive non ha tutto l’olio–e

Chi vuole tutta l’uva non ha buon vino.
Cioè che ad averlo buono vuolsi l’uva ben matura e non affrettarsi a vendemmiare, come fanno i contadini per la paura che sia rubata. E chi vuole tutto l’olio gli conviene aspettare e rassegnarsi se qualche oliva gli casca.–Ma il proverbio non tiene più, dacché si è visto che le olive con lo stare troppo sulla pianta danno olio peggiore; e dicesi anche:

Dal fiore al coppo vi è un gran trotto.
Detto dell’ulivo quando fiorisce molto, ma prima che sia a maturità vi son di gran pericoli.

Chi vuole un buon agliaio, lo ponga di gennaio.

Chi vuole un buon potato, più un occhio e meno un capo.

S’intende della vite, alla quale pure fanno dire:

Fammi povera, ti farò ricco–e
Ramo corto, vendemmia lunga.

Chi vuole un buon rapuglio, lo semini in luglio–e

Se vuoi la buona rapa, per Santa Maria (15 agosto) sia nata.

Chi vuole un’oca fina, a ingrassare la metta a Santa Caterina.

I contadini un po’ agiati mettono ad ingrassare delle oche, le quali sogliono poi uccidere a santa Lucia (13 dicembre) e le conservano per la state, come più universalmente si suol fare del porco.

Chi vuole un pero ne ponga cento, e chi cento susini ne ponga un solo.

Chi vuol vin dolce non imbotti agresto.

E nel figurato significa, chi vuole dolce vita non metta male.

Con un par di polli, si compra un podere.

Lo dicono i contadini della facilità di mutar podere.

Da San Gallo (16 ottobre) ara il monte e semina la valle.

Dice il porco, dammi dammi, né mi contar mesi né anni.

E dicesi anche:

Da vivo nessun profitto e da morto tutto–e
Il porco vuol mangiare sporco e dormire pulito.

Di settembre e d’agosto, bevi il vin vecchio e lascia stare il mosto.

Non t’affrettare alla vendemmia; ma

D’ottobre il vin nelle doghe–e
A vendemmia bagnata la botte è tosto consolata.

Dove è abbondanza di legno, ivi è carestia di biade.

Ne’ luoghi boschivi, ed anche nei terreni molto piantati:–e

Piante tante, spighe poche.

Dove non va acqua ci vuol la zappa.

Cioè in collina.

Dove passi il campano nasce il grano.

Il campano pende dal collo del becco, guida dell’armento che ingrassa i campi.

È meglio dare e pentire, che tenere e patire.

Può intendersi d’ogni cosa, ma principalmente del bestiame. Giovano le spesse vendite ancoraché si guadagni poco, perché a tenere le bestie lungo tempo sulla stalla consumano troppo.

È meglio un beccafico che una cornacchia.

Intende che s’abbiano a comprare bestie grasse.

Fammi fattore un anno, se sarò povero mio danno.

E altramente:

Fattore, fatto re.

Fattore nuovo, tre dì buono.

Figlio di fava e babbo di lino.

Le fave quando riscoppiano dopo il gelo, fanno il loro frutto, non così il lino. (LASTRI.)

Formento, fava e fieno non si volsero mai bene.

È difficile che tutti tRe provino bene lo stesso anno.

Gente assai, fanno assai, ma mangian troppo, (o grande schiamazzo e lavoro mai).

Dei molti opranti a giornata e dei garzoni.

Giugno, la falce in pugno; se non è in pugno bene, luglio ne viene.

Di luglio è tardi a segare il grano: ma fa poi male anco chi anticipa temendo che il sole troppo repente gli dia, come suol dirsi, la stretta, perché

Non v’è la peggio stretta di quella della falce.

Gran fecondità non viene a maturità.

Grano e corna vanno insieme.

Quando il primo è a buon mercato, il bestiame non è caro, e viceversa.

Grano già nato non è mai perso.

Gran pesto fa buon cesto.

Il bue lascialo pisciare e saziar di arare.

Il buon lavoratore rompe il cattivo annuale.

Annuale, è voce solenne dei contadini per annata, cioè, per l’insieme delle stagioni, o del prodotto di un anno.

Il gran rado non fa vergogna all’aja.

Loda seminare il grano rado. Quanto al grano turco dicesi:

Fatti in là fratello se tu vuoi che facciamo un bel castello.

Cioè una bella pannocchia;–e

Scalzami piccolo e incalzami grande.
È il gran turco che parla: ed è savio consiglio seguito dai buoni agricoltori. E quando si dice:

Del fitto non ne beccan le passere.
deve intendersi che non ne beccano, perché il grano viene di cattiva qualità, e le passere, come gli altri uccelli, cercano sempre il migliore.

Il campo con la gobba dà la robba.

Il fieno folto si taglia meglio del chiaro.

Nel mentre che il proverbio accenna un fatto chiaro per sé, dà anche un buon consiglio per la seminatura dell’erbe.

Il lino per San Bernardino (20 maggio) vuol fiorire alto o piccino.

Il guadagno si fa il giorno della compra.

Detto specialmente del bestiame.

Il miglio mantiene la fame in casa.

Il miglio seminato spesso è a carico, e non leva la fame.

Il pennato è quello che fa la foglia.

Il gelso si rinforza tagliandolo per l’anno seguente; ma il coltello, come dicono i nostri villani, dev’essere ben tagliente onde non iscorticare quella pianta delicata, che altrimenti ne soffrirebbe assai, tISS.li, anziché averne vantaggio.

Il proprietario di campagna trema sei mesi dal freddo e sei dalla paura.

Il sugo non è santo, ma dove casca fa miracoli.

Il vecchio pianta la vigna, e il giovine la vendemmia.

Il vino nel sasso, ed il popone nel terren grasso.

In campo stracco, di grano nasce loglio.

In montagna chi non vi pota non vi magna.

L’acqua fa l’orto.

La pecora ha l’oro sotto la coda.

Pel concime: onde dice

La pecora sul c. . . è benedetta e nella bocca maledetta–ovvero

La pecora sarebbe buona se la bocca l’avesse in montagna ed il c… in campagna.
Cioe il suo dente è fatale alle piante;–e

La pecora è per il povero, non il povero per la pecora.
Rende molto ma vuol esser trattata bene. (PASQUALIGO, Proverbi veneti).

La prima oliva è oro, la seconda argento, la terza non val niente.

La saggina ha la vita lunga.

Sta molto sotto terra prima di nascere; ma con un gioco di parole s’adopra pure a significare la felicità del saggio.

La segale nella polverina e il grano nella pantanina.

La segale vuol terreno piuttosto sottile; il grano ama le terre grosse che si chiamano pantanine, perché sono atte a far pantano (LAMBRUSCHINI.)

La segale o il segalato fece morir di fame la comare.

Lavora o abborraccia, ma semina finché non diaccia–e

O molle o asciutto, per San Luca (18 ottobre) semina.

Lavoratore buono, d’un podere ne fa due; cattivo ne fa un mezzo.

Le bestie vecchie muoiono nella stalla de’ contadini minchioni.

Loda il monte e tienti al piano.

L’orzòla, dopo due mesi va e ricòla.

Va’ e ricoglila.

Molta terra, terra poca; poca terra, terra molta.

La molta terra lavorata male, equivale alla poca, e viceversa: Laudato ingentia rura, Exiguum colito. (Georgiche.) E l’Alamanni
Che assai frutto maggior riporta il poco
Quando ben culto sia, che il molto inculto

Neanche il contadino ara bene se non s’inchina.

Non mi dare e non mi tòrre; non mi toccar quando son molle.

È la vite che parla;–e

Se tu vuoi della vite trionfare, non gli tòrre e non gli dare, e più di due volte non la legare–e

L’annestare sta nel legare.
Le viti si contentano di non esser governate, purché non si spolpi il terreno intorno alle barbe con far semente che lo dissughino.–Non mi toccare quando son molle, appartiene al potare, e così il più di due volte non mi legare, che non avrebbe senso opportuno dove le viti vanno su’ luppi, ma per le viti basse vuol dire che il capo lasciato non sia tanto lungo da doverlo legare più di due volte (LAMBRUSCHINI);–e

Vangami nella polvere, incalzami nel fango, io ti darò buon vino.

Non s’ara come s’erpica.

Arare come s’erpica farebbe lavoro troppo leggiero; mai può valere figuratamente, che ogni cosa vuole il suo modo.

Per arricchire bisogna invitire (o avvitire).

Cioè, piantar viti.

Per fare un buon campo ci vuole quattro m: manzi, moneta, merda e mano.

Per San Gallo (16 ottobre) para via e non fai fallo.

Para via, conduci i bovi aggiogati sul campo per arare.

Per San Luca chi non ha seminato si speluca.

Si speluca, si batte l’anca e si mette le mani ai capelli. Perciò bisogna arare la terra sia molle o asciutta. (PASQUALIGO, Prov. ven.).

Per Sant’Andrea piglia il porco per la sèa (setola); se tu non lo puoi pigliare, fino a Natale lascialo andare–e

Per San Tomè, piglia il porco per lo piè.

I contadini un po’ agiati ingrassano un porco, il quale sogliono ammazzare al principio dell’inverno, e serve poi tutto l’anno pel consumo della casa.

Per Santa Croce e San Cipriano semina in costa e semina in piano.

Proverbio spagnuolo.

Per Santa Maria Maddalena (22 luglio) si taglia la vena.

Per Sant’Urbano (25 maggio) tristo quel contadino che ha l’agnello in mano.

Poco mosto, vil d’agosto–ovvero

Poco vino vende vino, molto vino guarda vino–o
Poco vino vendi al tino; assai mosto serba a agosto–e Poca uva, molto vino; poco grano, manco pane. Quando v’è molto vino, molto se ne beve, e nell’estate rincara; ma quando è poco, si fa bastare: il pane si finisce presto.

Poni i porri e sega il fieno, a qualcosa la chiapperemo.

Pota tardi e semina presto, se un anno fallirai, quattro ne assicurerai.

Presto per natura, e tardi per ventura.

Delle sementi, che fatte tardi è gran ventura se corrispondono; per il che si dice:

Chi semina a buon’ora, qualche volta falla, e chi semina tardi, falla quasi sempre.

Quando canta il Cucco v’è da far per tutto; o cantare o non cantare, per tutto c’è da fare.

Quando canta il Ghirlindò (o Ghirlingò), chi ha cattivo padron mutar lo può.

Quando canta il Fringuello, buono o cattivo, tienti a quello.

Ghirlingò o Zirlingò, è un uccelletto che canta la primavera; il Fringuello canta il verno;–e

Quando canta il Merlo, chi ha padron si attenga a quello.

Canta di settembre e d’ottobre, vegnente il verno, nel quale tempo è mala cosa ai contadini trovarsi senza padrone. Il tempo utile per le disdette scade in Toscana a’ 30 novembre.

Quando canta l’Assiolo, contadin, semina il fagiolo.

Quando il grano ricasca, il contadino si rizza.

Quando il grano ricasca è segno che v’è molta paglia, ossia, che il grano è fitto e rigoglioso. E però quando pure renda meno, perché allettato, sempre si raccoglie più che quando è misero. (LAMBRUSCHINI). Il grano ritto sullo stelo accusa spiga leggiera e piuttosto scarsa.

Quando il grano è ne’ campi, è di Dio e de’ Santi; (o è di tutti quanti).

È sempre esposto a mille casi: ma

Quando è su’ granai (o solai) non se ne può aver senza denai.

Quando la terra vede la vena per sett’anni la terra trema.

Smunge il terreno.

Quando luce e dà il sole, il pastor non fa parole.

Esce subito con le pecore alla campagna.

Quando mette la querciola, e tu semina la cicerchiola.

Quanto più ciondola, più ugne.

L’ulivo.

Quattrin sotto il tetto, quattrin benedetto–e

Guadagno sotto il tetto, guadagno benedetto–e
Dove son corna, son quattrini.
Il guadagno della stalla è parte principalissima nella economia del podere.

Rivoltami, che mi vedrai.

Parla qui la terra chiedendo vanga, della quale dicesi:

La vanga ha la punta d’oro–e
Chi vanga non l’inganna.
Cioè, con elissi famigliarmente ardita: chi vanga, dal vangare non è ingannato; il vangare non lo inganna, non lo tradisce, gli porta frutto; e di chi va molto a fondo negli scassi fino a cercare la terra giovine.

Il curioso raccoglie frutto–e quindi
Vanga piatta poco attacca; vanga ritta, terra ricca; vanga sotto, ricca al doppio–e
Vanga e zappa non vuol digiuno.
Cioè la vanga e la zappa vogliono uomo ben pasciutto che lavori forte. E dello strumento:

Chi vuol lavoro degno, assai ferro e poco legno.
Cioè sia la vangheggiola lunga. Havvene altro grazioso usato in Sicilia che gli abbraccia tutti:

L’aratro ha la punta di ferro; la zappa l’ha d’argento; D’oro l’ha la vanga; e quando vuoi far lavoro degno, metti tra la vanga molto ferro e poco legno.

Rovo, in buona terra covo.

Dove allignano i rovi, i roghi, la terra è buona pel grano. (LAMBRUSCHINI.)

San Luca, cava la rapa e metti la zucca.

Se ari male, peggio mieterai.

Se d’aprile a potar vai, contadino, molt’acqua beverai e poco vino–e

Chi nel marzo non pota la sua vigna, perde la vendemmia.
Bisogna aver potato prima.

Sega l’erba a luna nuova e la vacca al bisogno trova.

Perché allora più prontamente rigermogliano le erbe. Causa ne sarebbe la maggiore umidità dell’atmostera nei novilunii.

Se il coltivatore non è più forte della su’ terra, questa finisce col divorarlo.

Se tagli un cardo in april, ne nascon mille.

Se tu vuoi empir le tina, zappa il miglio in orecchina.

Il miglio si fa spesso sulle prode addosso ai filari: quindi a zapparlo conviene andare a sentita, o quasi stare in orecchie, per non offendere le barbe alle viti.

Solco rado empie il granaio.

Tante tramute, tante cadute–ovvero

Ogni muta, una caduta.

Correggere i padroni troppo facili a mutare i lavoratori; e i lavoratori troppo facili a mutar padrone.

Terra bianca, tosto stanca–e all’incontro

Terra nera, buon grano mena.

Terra coltivata, ricolta sperata.

Terra magra fa buon frutto.

Genera frutta saporite.

Terren grasso villano a spasso.

Tra mal d’occhio e l’acqua cotta, al padron non gliene tocca.

Della raccolta delle fave: non gliene tocca cioè, tra ‘l maldocchio o i succiameli che le distruggono, e i contadini che le cuocciono e se le mangiano innanzi di dividerle col padrone.

Tre cose vuole il campo: buon lavoratore, buon seme e buon tempo.

Vigna al nugolo fa debol vino.

Cioè vigna con poco sole, sia colpa del luogo dov’è posta o dell’annata oscura e piovosa.

Vigna piantata da me, moro da mio padre, olivo dal mio nonno.
(Vedi: Meteorologia.)

Allegria, Darsi bel tempo

Allegrezza fa bel viso (o fa lustrare la pelle del viso).

Allegria segreta, candela spenta.

L’allegrezza può esser gaudio del cuore segreto, ma propriamente l’allegria è tripudio di molti insieme che abbiano voglia di stare allegri quando anche non abbiallo allegrezza dentro.

A fare il vecchio si è sempre a tempo.

Animo e cera, vivanda vera.

Buono animo e buon viso, pietanze che fanno pro; e non ne godi tu solamente, ma chiunque vive o mangia teco. E perché bastano da sé sole è motto di chi si scusa dell’esser scarso nell’onorare altrui con vivande scelte.

Chi gode un tratto, non stenta sempre–e

Godiamo, chè stentar non manca mai–e
Chi si contenta gode e qualche volta stenta: ma è un bello stentar, chi si contenta.
Spesso suol dirsi ironicamente di chi vuol fare a modo suo;–e

Una voglia non fu mai cara.
Ma chi disse:

Le voglie si pagano, Aveva più esperienza.

Chi ride e canta, suo male spaventa–e

L’allegria, ogni mal la caccia via.

Chi se ne piglia, muore.

Chi troppo ride ha natura di matto; e chi non ride è di razza di gatto.

Chi vuol vivere e star bene, pigli il mondo come viene.

E più argutamente:

La morte ci ha a trovar vivi.

Doglia passata, comare dimenticata.

Faccia chi può, prima che il tempo mute: che tutte le lasciate sono perdute–e

Ogni lasciata è persa.
Così si dice delle occasioni di darsi bel tempo.

Fatta la roba, facciam la persona.

Cioè godiamocela; e dicesi pure:

Chi ha fatta la roba, può far la persona.
Può riposare: e usasi pure quando alcuno si leva da letto tardi.

Gente allegra Iddio l’aiuta.

Grave cura non ti punga, e sarà tua vita lunga.

Il pianger d’allegrezza è una manna.

Il piangere puzza a’ morti e fa male a’ vivi.

Il riso fa cuore–e

Il riso fa buon sangue–e
Ogni volta che uno ride, leva un chiodo alla bara.
(Vedi Illustrazione I, in fine al volume.)

L’allegria è il primo rimedio della scuola salernitana.

La roba non è di chi la fa, ma di chi la gode.

E dicesi per scherzo: Chi non consuma, non rinnuova.

Non è il più bel mestiere, che non aver pensiere.

Non s’ha se non quello che si gode.

Palla in bocca e fiasca in mano.

Para via malinconia, quel ch’ha da essere convien che sia.

Pazzo e colui, che strazia sé per dar sollazzo altrui.

Pensiero non pagò mai debito–o

Malinconia non paga debito–e
Un carro di fastidi non paga un quattrin di debito.

Scrupoli e malinconia, lontan da casa mia.

Va’ in piazza, vedi e odi: torna a casa, bevi e godi.

Ambizione, Signoria, Corti

Alla corte del Re ognun faccia per sé.

Chi a molti dà terrore, di molti abbia timore.

Multos timere debet, quem multi timent (PUBLIO SIRO);–e

Chi fa temere ogni uomo, teme ogni cosa.

Chi bene e mal non può soffrire, a grande onor non può venire–e

Chi attende a vendicare ogni sua onta, o cade d’alto stato o non vi monta.
Il procedere dell’ambizioso vuole pazienza: è un farsi strada tra una folla d’accorrenti, e qualche botta pure si tocca; convien beccarsela in santa pace e tirar via.

Chi è in alto, non pensa mai al cadere.

Pare così all’invidia che guarda dal sotto in su; e chi è in alto mostra la faccia sicura, ma in quel mentre co’ piedi tasta se il terreno è sodo.

Chi è più alto, è il bersaglio di tutti–e

La saetta non cade in luoghi bassi.
Anche in Orazio: feriuntque summos Fulmina montes.

Chi è vicino alla pignatta, mangia la minestra calda.

Chi ha prete o parente in corte, fontana gli risurge.

Dimostra che si sale di continuo a guadagno. (SERDONATI.)

Chi in corte è destinato, se non muor santo, muor disperato–e

Chi vive in corte, muore in paglia–e
Chi serve in corte, muore allo spedale–e
Corte e morte, e morte e corte, fu tutt’uno.

Chi servo si fa, servi aspetta.

Cuncta serviliter pro dominatione (TACITO.) <> (MONTAIGNE.) Oh, quanti per giungere a comandare hanno piegato il groppone! e non è meraviglia se ci arrivano curvi, e se l’abitudine di curvarsi gli rende inabili a far cosa diritta.

Chi signoreggia, brameggia.

Non gli basta essere locato in alto: più in su, più in su; e poi? Ma

Chi comincia andare un po’ in su non vorrebbe finirla più.

Chi tropp’alto monta, con dolor dismonta–e

Chi troppo sale dà maggior percossa–e
Chi monta più alto ch’e’ non deve, cade più basso ch’e’ non crede–e
Chi troppo in alto sal, cade repente precipitevolissimevolmente.

È meglio viver piccolo che morir grande.

Fumo, fiore e corte, è tutt’uno.

I cortigiani hanno solate le scarpe di buccie di cocomero.

Sulla buccia del cocomero si sdrucciola facile.

I favori delle corti sono come sereni d’inverno e nuvoli di state.

Durano poco.

I gran personaggi o non hanno figliuoli o non son saggi.

Il campanile non migliora la cornacchia.

Il luogo e il grado non muta la qualità del possessore.

Il cortigiano è la seconda specie de’ ribaldi.

Il gran signor non ode, se non adulazion, menzogna e frode.

La prima scodella piace a tutti.

E piaceva anche ai Farisei;–e

Ognuno vorrebbe il mestolo in mano.

L’onore va dietro a chi lo fugge.

L’onore (bada bene, o lettore) qui s’intende per gli onori; ed anche può intendersi per la celebrità, per la fama.

Meno male i calci d’un frate, che le carezze d’un cortigiano.

Lontan da’ signori, lontan da’ disonori.

Nelle corti, la carità è tutta estinta, né si trova amicizia se non finta.

Nelle stracce e negli straccioni s’allevano di gran baroni.

Non è buon anno quando il pollo becca il gallo.

Quando l’inferiore insorge contro al superiore, il debole contro al forte.

Non riposa colui che ha carco d’altrui.

Purché vi pensi: il che però sempre non accade.

Ogni servo gallonato è un ozioso affaccendato.

<<Qu’est-ce qu’on fait à la cour? Courir et attendre.>>

Paura de’ birri, desio di regnare, fanno impazzare.

Penitenza senza frutto, epiteto della corte.

Per proverbio dir si suole,
che tre cose il re non ha:
di mangiare il pan condito,
come noi dall’appetito:
di veder levare il sole:
di sentir
e di udir
la verità.
(GIROLAMO GIGLI.)

Signor di maggio dura poco.

Intendi il signore delle feste o allegrie che si facevano in Firenze nel mese di maggio.

Sotto la scuffia spesso è tigna ascosa.

La scuffia era de’ magistrati, dei dottori, dei barbassori, prima d’essere delle donne.