AVVERTIMENTO

Premesso all’edizione del 1852

Quello che il Giusti volesse quando egli cominciò a mettere insieme questo Libro, vedrà il Lettore qui subito dalla lettera dedicatoria che sta invece di Prefazione. La quale egli scrisse non come si suole a opera finita e già in ordine per la stampa, ma quando il lavoro era poc’altro che abbozzato, e quasi a fermarsene in mente il concetto. Contuttociò bastano quelle parole del Giusti a dichiarare l’intendimento e la ragione ed il modo di questa Raccolta: diremo noi sino a qual punto fosse condotta da lui quand’egli mancò, e quello che siasi aggiunto da noi a darle forma e compimento.

Tremila proverbi o poco più si rinvennero da lui medesimo registrati in serie continua o sparsamente tra molte carte; e sue pur sono un piccol numero delle note o citazioni apposte al proverbio cui si riferiscono, e tutte quelle illustrazioni che stanno in fondo al Volume, delle quali non lasciava alcune volte altro che frammenti. Di nostra scelta sono qualcosa più di due altre migliaia e mezzo; e poiché di gran lunga la miglior parte traemmo noi dalla collezione di Francesco Serdonati, ne giova dare un qualche cenno di questo direi quasi universale repertorio della materia proverbiale in lingua nostra.

Il Serdonati visse in Firenze negli ultimi anni del cinquecento e ne’ primi del seicento. Benché poco di lui sappiamo, i molti libri col nome suo in quella età fecondissima di lavori non più originali (eccettoché nelle scienze matematiche e nelle fisiche), ma pure usciti da buona scuola, ne dimostrano l’autore nostro essere stato uno di coloro i quali usano le lettere come si esercita un mestiere, ma che il mestiere lo sanno bene. Almeno egli sapeva scrivere; e con altre operette due sue versioni, quella dell’Istoria delle Indie Orientali di Giovan Pietro Maffei, e in oggi pur quella dell’Istoria Genovese del Foglietta, ebbero onore di citazioni, quanto alla prima assai frequenti, nel Vocabolario della Crusca. La Raccolta dei Proverbi rimase inedita, e non sarebbe da pubblicare qual è, mole vastissima e indigesta: già nel secolo XVII il manoscritto originale passò in Roma nella Biblioteca formata allora dai Barberini, ma bentosto il cardinale Leopoldo dei Medici, ultimo di quella Casa che avesse genio magnifico e amore di lettere, ne fece trarre una copia (per cento doble, scrive il Cinelli), la quale trovasi nella Laurenziana, ed è la migliore che s’abbia in Firenze; imperocché un’altra copia venuta poi nella Magliabechiana tra’ libri del Marmi, è fatta su quella, senza agguagliarla per correttezza. Si divide il manoscritto, secondo le copie, in tre o quattro grossi volumi, ne’ quali però sono i modi proverbiali in maggior numero dei proverbi veri, di quelli cioè che racchiudono una sentenza: e non di rado vi si aggiungono alcune note o spiegazioni, ma non però sempre da fidarsene, perché il popolo che fa i proverbi non ne comunica ogni volta il segreto tutto intero ai letterati che li dichiarano, ed usa certe sue vie abbreviate dove è facile intricarsi; spesso avvenendo che un sol proverbio si possa intendere in più modi, e che si applichi a più casi.

Qualcosa ne diede un’altra Raccolta manoscritta, ma non di grande importanza, fatta l’anno 1720 da Carlo Tommaso Strozzi, e della quale una copia è presso di noi. Traeva lo Strozzi per molta parte i suoi proverbi dal Vocabolario della Crusca, del quale però quando egli scriveva non era anco in luce la quarta edizione che è delle altre tanto più ricca. La quarta e più assai la quinta edizione del grande Vocabolario contengono spogli di libri a stampa e di manoscritti ai quali niun altri poté accostarsi; fatti sopra autori spesso popolani, molto vi abbondano i proverbi. Nel Tesoretto di Ser Brunetto Latini e nei Documenti d’Amore di Francesco da Barberino, le sentenze hanno assai di frequente forma proverbiale: non importa dire quanto se ne rinvengano di tal fatta nelle Commedie Fiorentine dal cinquecento fino ai tempi nei quali in Italia parve la Commedia avere perduto ogni garbo di parola. Dopo la Crusca parve a noi cosa non inutile spogliare anche il Dizionario di Carlo Antonio Vanzon, compilazione farraginosa ma da pescarvi non senza frutto, perche vi è d’ogni cosa; egli vissuto lunghi anni in Livorno pigliò anche dalla lingua viva come straniero più che non sogliono i grammatici nostrali, che in Toscana non vi badano e in altri luoghi non l’hanno buona.

Raccolte a stampa non abbiamo, se non che molto insufficienti. Quelle di Orlando Pescetti da Marradi, e di Angelo Monosini da Pratovecchio, mentre abbondano di locuzioni, sono povere ambedue di sentenze proverbiali, delle quali raro avviene che se ne trovi pur una non registrata dal Serdonati. Volle il Pescetti fare un libro d’uso comune, a studio di lingua più che ad altro intendimento, e poté darne più edizioni a Verona dov’egli era maestro di lettere, ed a Venezia ed a Trevigi nei primi vent’anni del secolo XVII. Ma per contrario il Monosini intese ad opera di maggior dottrina; ed egli scrisse latinamente in quegli anni medesimi, e col titolo amibizioso di Flos Italicae Linguae, un libro di lingua, o Fiorentina o Toscana (così la chiama nel frontespizio stesso), di continuo raffrontando i modi usati nel parlar nostro co’ modi greci e co’ latini, dei quali è pure assai gran dovizia. Ed al Monosini tenne dietro, ma si giovò dei lavori che prepararono la grande edizione del Vocabolario della Crusca, il Padre Sebastiano Paoli da Lucca vissuto fino alla metà del secolo XVIII: intitolava egli il suo libretto Modi di dire Toscani ricercati nella loro origine; e basta il titolo a mostrare non essere ivi luogo a Proverbi se non in quanto si sogliono essi confondere con le locuzioni: in mezzo a queste era da cercare se alcuno mai se ne rannicchiasse ignoto a noi o dimenticato. Di una Raccolta data in Vicenza da Michele Pavanello nel 1794, questo solamente possiamo dire, perché il vederla non ci fu dato, che vi abbondano i riboboli, com’è promesso nel frontespizio. Ai giorni nostri, i Proverbi o meglio Sentenze pubblicate dal Rampoldi, raro è che abbiano forma proverbiale: ed Antonio Pellegrini, che volle farne quasi un manuale d’etica (Guida dell’uomo nel mondo ecc. Padova 1846), ebbe il mal gusto di stemperarli in certi suoi endecasillabi; e troppo scarso è il Florilegio del signor Vienna Canonico Bellunese, venuto in luce mentre ch’io scrivo. Ma più frequente è il rinvenire insieme raccolti di quei Proverbi che hanno risguardo all’Agronomia, dei quali è buon numero in fine al Corso d’Agricoltura del Lastri, e se ne fece poi un libretto stampato a Venezia nel 1790 con aggiunte dell’Autore: gli almanacchi o lunari nostri ne contengono assai sovente, a cominciar da quegli anni nei quali rivissero gli studi agronomici promossi tra noi dall’Accademia dei Georgofili; il professore Cuppari ne andava illustrando parecchi via via ne’ Fascicoli del Giornale Agrario Toscano pubblicato dal Vieusseux.

Dalle Origini del Menagio noi non avevamo che pigliare, ch’è tutta opera di seconda mano per ciò che spetta a lingua viva: e poco o nulla potevamo dall’Ercolano del Varchi, o dalla Tancia o dalla Fiera di Michelangelo Buonarroti, o dalle annotazioni a quest’ultima d’Antonmaria Salvini, perché la materia di coteste opere le quali servirono al Vocabolario della Crusca, si trova quivi alla spicciolata, e noi da questo abbiamo tratto quel che appartiene all’istituto nostro: lo stesso diciamo del Malmantile del Lippi e dei Commentarii del Minucci e del Salvini e del Biscioni a quel poema burlesco. Dal quale però noi crediamo che avesse attinto il Giusti nostro, e dal Ricciardetto, e assai dall’Orlando Innamorato del Berni, e dal Morgante, ma più di rado, il Pulci essendo sprezzante ingegno ed originale che poetava alla scioperata, senza attenersi a quelle forme che bell’e fatte se gli offerivano. Assai proverbi e locuzioni di già tolsero i Vocabolaristi dalle Commedie del cinquecento; e ne abbondano le Cronache, e anche gli spacci degli Ambasciatori, e le lettere o scritture nelle quali si trattavano con le private le cose pubbliche familiarmente ed alla pari. Né da noi furono trascurate, di tempi a noi più vicini, le Commedie del Fagiuoli; e fummo lieti quando ci avvenne di estrarre qualcosa dagli Scherzi comici di Giambattista Zannoni, al cui nome serba affetto e riverenza di discepolo chi ora scrive queste parole. Notiamo per ultimo una Lezione su’ Proverbi di Luigi Fiacchi, onesto ingegno ed elegante, più noto all’ltalia col nome di Clasio; e un’altra Lezione dove lo stesso argomento venne trattato per incidenza nell’Atenèo di Brescia dal valente signor Picci.

Dall’uso vivo abbiamo tratto ancora noi quanto più potevamo, adoperandoci con molta voglia a fare incetta di quei proverbi dei quali s’ornano i discorsi massimamente dei campagnuoli, e in Firenze di quelle donne che hanno abitudini casalinghe e non possiedono altra scienza. Quel che da noi non potevamo, ed era la parte più faticosa e più lunga, aiuti domestici a noi lo prestarono assiduamente e con amore: né mancò l’opera degli amici nostri, e fra tutti ne fu largo di buoni consigli Raffaello Lambruschini, e, campagnuolo pur egli, vantaggiò assai tutto quel che spetta in queste pagine all’agricoltura. Anche avevamo noi posto l’animo, per fare opera più nazionale, a raccogliere almeno il fiore di quei proverbi che sono in corso nelle altre parti d’Italia; e da Milano e da Venezia Cesare Cantù ed Agostino Sagredo, con l’inviarne le scelte loro, animavano il desiderio nostro. Ma fatto è che un assai buon numero di sentenze proverbiali variano poco da un luogo all’altro, e spesso accade che si rinvenga, da tempi remoti e nelle contrade più diverse, le stesse immagini adoprate ad esprimere le stesse cose. Talché i proverbi che appartengono ad una provincia sola, per molta parte si riferiscono a condizioni locali o alle istoriche tradizioni di quella provincia, e stornerebbero pei dialetti che hanno ciascuno il proprio genio, e male potrebbero insieme confondersi. Vorremmo pertanto che, seguitando un pensiero suo, ne desse il Cantù almeno un saggio dei proverbi che sono proprii alla Lombardia, così da mostrare il carattere che gli distingue; e insieme con essi quelle locuzioni proverbiali nelle quali si ravvolge sovente una parte (né la più inutile) dell’istoria; ed egli potrebbe agevolmente trarnela fuori perché d’istoria se ne intende. Vorremmo poi che il Sagredo o il giovane amico suo signor Guglielmo Berchet lo stesso facessero pel dialetto veneziano, che argutissimo e grazioso tra’ parlari dell’Italia nostra, si arricchiva di tanto senno nel corso de’ secoli e si animava di tanta vita. Noi non sappiamo qual altro popolo, in ciò che spetta a scienza pratica, avanzi il popolo di Venezia; e che i proverbi di quel dialetto sieno per fare bella comparsa pubblicati di per sé quando anche riproducano sentenze e forme altrove note, ne persuadeva una lista trasmessa a noi da que’ due cortesi; e della quale non fu a noi possibile astenerci dal rubacchiare qualcosa, sebbene escano, come si è detto, dal proposito della raccolta nostra.

Ma il più gravoso e difficil carico fu dividere e ordinare, quel meglio che a noi fosse possibile, la materia di tutti questi proverbi, che a tante cose risguardano e che rivestono tante forme, senza coerenza né legamenti. Anche il Pescetti e lo Strozzi nelle Raccolte sopra citate hanno una sorta di partizione, ma disutile a parer nostro: e che una il Giusti ne avesse in mente si può indurre dall’aver egli appuntati di sua mano alcuni pochi titoli di Categorie affatto generici e insufficienti a ravvicinare, come in un quadro solo, quelle sentenze che si rischiarano per analogie; noi da quel cenno fummo condotti a questa assai più specificata e più molteplice divisione che uscì man mano dalla materia stessa. Ma poiché siamo a render conto del nostro lavoro, ne pare buono fare avvisati i padri e le madri che avranno in casa questo libro, non lo lascino andare in mano delle fanciulle né dei fanciulli loro senza cautele né avvertenze: intorno a queste sieno essi giudici. Lungi da noi anche il dubbio solo di produrre opera così fatta, che insegni il male o lo manifesti senza dare animo a fuggirlo; se così fosse, noi non avremmo mai posto mano a questo lavoro. Ma qui, per una di quelle massime che prostran l’uomo nella vigliacca disperazione del bene, tu ne hai cento che lo rialzano; e la coscienza ripiglia sempre in fin dei conti le sue ragioni, e una giustizia riparatrice t’è posta sempre innanzi agli occhi, donde il linguaggio dei proverbi ha non di rado forme severe, né solamente contro a’ vizi ma contro a’ falli anche minori. Noi confidiamo pertanto che da questo libro, anziché danno al buon costume, possa venire una qualche sorta di morale giovamento: perché il mondo dei proverbi ci si presenta migliore assai del mondo com’è, o come almeno pare a noi; e nel frequente avvicendarsi d’opposte sentenze noi non sappiamo temere che il male prevalga, chi proprio non voglia tirarlo a sé tutto per trista legge di affinità. Cionondimeno era nostro debito mettere avanti queste dichiarazioni, cui pare un’altra dobbiamo aggiungerne perché non sia pigliato a male quel ch’è d’insolito in questo libro e che ha bisogno di qualche scusa. Si leggeranno qui tratto tratto di quelle parole che tra la gente bene allevata non siamo usi di pronunziare; e alle parole questa età nostra bada più assai delle passate, di che noi molto ci rallegriamo, per la speranza che i buoni fatti poi s’accompagnino al miglior linguaggio. Ma una raccolta come la nostra, la quale fosse tanto espurgata da non offendere in nulla mai nemmen le orecchie più schizzinose, noi non sappiamo immaginarla: e la figura di questo popolo non vi sarebbe rappresentata; ed a quel modo si perderebbero molte sentenze in sé onestissime, o rimarrebbero senza acume; perché le gravi e buone massime che di frequente vi si rinvengono, quanto più basso hanno il linguaggio, tanto più veggonsi scoppiar fuori, vive, spontanee, naturali, dal fondo stesso della coscienza, e più riescono efficaci. E infine poi qui non sono altro che irriverenze d’espressione, peccati veri non mai: e Dante osò nel divin Poema quello che noi non oseremmo; il che si nota perché non debbano temer di peggio i lettori nostri, e non a fine di accattare a tenue fallo ed inevitabile, alto un esempio e un intercessore. Ma se all’incontro qui si rinvengano alcune sentenze troppo còlte o alcuni versi troppo lisciati, i quali non abbiano in tutto la forma dei proverbi popolari, e quindi mostrino avere anche un’altra origine, egli è perché molti di questi sono entrati nel parlar vivo del nostro popolo, benché non fatti da lui; ma gli ritiene come autorevoli, e così vanno di bocca in bocca, massime poi quando s’aiutano col soccorso della rima. Il ch’è pur lode a questo popolo in cui discese tanto retaggio, e che tanto è più assennato (giova almen crederlo tuttavia) quanto più crede all’altrui senno: talché alle volte parrebbe quasi che il rispetto all’autorità e certi veri di prima mano, sia necessario al tempo nostro di riattingerli dai proverbi; come si cerca risuscitare a grande stento ed a uno ad uno i caratteri d’un vecchio codice, dove i precetti dei sapienti sieno coperti da una lunga leggenda.

Porremo infine alcuni scherzi e frasi e modi proverbiali, non come saggio, né come scelta d’una materia vastissima e che vorrebbe un altro libro; ma erano anch’essi tra’ fogli del Giusti, mescolati co’ proverbi, e parve danno lasciarli indietro. Insieme a quelli era di mano sua anche un registro di paragoni soliti usarsi quasi proverbialmente nel discorso familiare; e noi crediamo ch’egli intendesse di qui aggiungerli a benefizio degli studiosi del parlar vivo, se gli era dato in vece nostra condurre a fine questo volume.

GINO CAPPONI

 

AVVERTIMENTO
Premesso all’edizione del 1871

In questa seconda Edizione abbiamo aggiunto buon numero di proverbi nuovi i quali sommano circa a due migliaia: la maggior parte vennero a noi dalla gentilezza del signor Aurelio Gotti, il quale ci diede facoltà di usare a volontà nostra la Raccolta da lui pubblicata sotto il nome di Aggiunta a quelli del Giusti, l’anno 1855. Egli pertanto scriveva nell’Avvertimento di quella: <> Il voto del Gotti è dunque oggi adempiuto quanto è da noi. Peraltro la composizione così della prima come anche di questa seconda Edizione faticosamente messa insieme da più libri, si deve ad Alessandro Carraresi che a ciò prestava la sua intelligente accuratezza. Al Tommaséo, di tante cose benemerito, dobbiamo pure il dono di alcuni proverbi. Altri ne andò di poi spigolando il medesimo Carraresi (quelli però che avevano forma più toscana) da libri a stampa, o più tardi pubblicati o giunti più tardi a sua notizia, e sono i seguenti:

  1. Raccolta di Proverbi Spagnuoli, Francesi e Italiani (ma in dialetto Veneto) di Herman Nuñez Professore di Rettorica e di Greco in Salamanca, dedicati al signor Don Luigi Hurtado di Mendoza, marchese di Mondejar, presidente del Consiglio delle Indie, stampati a Salamanca nell’anno 1555, in casa di Giovan de Canova.
  2. Lena Francesco, Lucca, 1674 e Bologna, 1694.
  3. Coletti e Fanzago, Proverbi Agricoli, Meteorologici e Igienici, 1855.
  4. Pasqualigo Cristoforo, Venezia, 1858, Vol. III.
  5. Castagna Niccola, Napoli, 1868, seconda Edizione.

GINO CAPPONI

PREFAZIONE DELL’AUTORE

Mio caro Francioni.[1]

Ecco i Proverbi dei quali t’ho parlato le mille volte raccolti dalla voce del popolo e messi insieme là là quasi via facendo, per istudio di lingua viva. Sai che ti sono tenuto dell’amore che ho per gli studi, perché di tanti maestri avuti da piccolo e da grande, tu solo colla tua amorevolezza mi facesti gustare il piacere dell’essere ammaestrato. Lascia dunque che m’appaghi del bisogno che ho da molti anni di darti pubblicamente un segno d’affetto e di gratitudine: e accetta questo libercolo che non è indegno di te per la materia che contiene e perché t’è offerto di cuore.

Per proverbio intendo quel dettato che chiude una sentenza, un precetto, un avvertimento qualunque, ed escludo da questa raccolta certi altri detti come sarebbero–Conoscere i polli–Metter il becco in molle–Scorgere il pelo nell’ovo–Stringere i panni addosso– questi e altri diecimila che si dicono proverbi e che i raccoglitori registrano per proverbi,[2] mi pare a tutto rigore che debbano chiamarsi o modi di dire o modi proverbiali. E dall’altro canto molti di questi modi e’ mi sanno un po’ troppo di municipio, e abbisognano per conseguenza di continue spiegazioni, di commenti continui, l’obbligo de’ quali passa poi negli scrittori che fanno uso e abuso di quei modi a grave scapito dell’intendere alla prima, che orna e raccomanda tanto ogni sorta di componimento. È vero che dì oggi dì domani, oramai anco una buona parte di questi modi è intesa da tutti, e si hanno come gemme che sparse qua e là con arte e con parsimonia fanno spiccare maggiormente il lavoro dello stile e della lingua: ma come vuoi che passino per cosa chiara e giudicata nel patrimonio comune–Darsi gli impacci del Rosso–Far gli avanzi di Berta Ciriegia–Così non canta Giorgio–Calare al paretaio del Nemi ecc. ecc.–e simili? Modi che rimarranno più o meno nel peculio speciale di questo paese e di quello, e che saranno sempre la pietra dello scandalo per coloro che non essendo di quel dato luogo o non gli intendono, o se gli intendono gli ficcano a sproposito quando si fanno a usarli; e poi se li riprendi, ti si scatenano contro, come si scatenano addosso al Malmantile. Finalmente, questi modi sono tanti e poi tanti, che il volerli raccapezzare tutti, e distinguere quelli da mettere in corso e quelli da dargli il riposo per sempre nel museo delle voci fossili, sarebbe opera faticosa, tediosa e interminabile. Per abbreviare il cammino e per fare un fatto e due servizi, cioè giovare alla lingua e all’uomo, ho creduto bene di tenermi alle sole sentenze.

Difatto troverai qui, oltre un tesoro di lingua viva e schiettissima, una raccolta d’utili insegnamenti a portata di tutti, anzi un manuale di prudenza pratica per molti e molti casi che riguardano la vita pubblica e privata. La cura della famiglia, quella della persona, l’agricoltura, l’industria e persino la cucina, hanno di che giovarsi in questo libretto; e non credo di spingere la cosa tropp’oltre se dico che tutti potranno spigolarvi, cominciando da chi fa i lunari, fino a quello che architetta sistemi di filosofia. Mi rammento che Bacone, in una delle sue opere, consiglia i proverbi meditandoli e commentandoli; e presi quelli di Salomone, ti dà un saggio del modo tenendi. E veramente questo dei proverbi è cibo da far pro a tutti gli stomachi; è la vera facile sapienza, ignota a certi cervelli aerostatici, che te ne vociferano una tutta loro con tant’aria di mistero in tanto fogliame di frasi. Costoro presumono condurti per labirinti alla conoscenza del bene, e spargono per la via aperta e dilettosa del sapere le tenebre e le spine che hanno nella testa. Chi ebbe potenza e amore d’illuminare le moltitudini non fece così: non coniò un nuovo gergo furbesco, una nuova lingua bara e jonadattica per la morale filosofia, ma palesò il vero schietto di forme quale è di sostanza; lo palesò come l’aveva nel cuore. Tutti nasciamo bisognosi di attingere alle sue fonti soavi: e perché tenere addietro i brocchetti di terra cotta? Bella cosa avvolgersi le tempie superbe d’una cecità di tenebre, e farla da apostolo delle genti e gridare a chi non intende:–La colpa è vostra, noi veggiamo le cose dall’alto–quasi fosse questa una ragione per vederle confuse. E poi se ci tengono per fanciulli, perché non ci affettano il pane della sapienza? Tanto più quando hanno in bocca sempre amore e carità ecc. Paolo diceva ai Corinti: <> e Gregorio nei Libri Morali: <>. Chi non ha l’idee chiare, e ambisce al titolo di chiarissimo, fa come la seppia, schizza versi e periodi color tetro e ci si nasconde. Sono in gran voga gli studi morali, e di morale e di religione solamente si parla e se ne fa rumore come le bigotte dell’onestà massime quando l’hanno perduta. Almeno se ne predicasse e se ne scrivesse in modo da far dire: eh! per parlare ne parlano a garbo, e se non l’hanno nel cuore loro, spianano la via per poterla conseguire. Nulla di più facile che ingannare per viluppi di parole il minuto popolo e la moltitudine non dotta; la quale meno intende, più si meraviglia.–Ma che serve pigliarla sul serio? È meglio che anco lo sdegno parli volgare. Leggerai detti ora burleschi, ora tremendi e anco tali da farti ribrezzo, e da porti in dubbio che siano frutto d’una severa esperienza che abbia voluto fare accorti gli uomini della loro indole non sempre buona o piuttosto velenose punture della malignità, mossa dai suoi fini torti a deridere e a calunniare l’umana natura. Tu, uomo di cuore, come udirai senza fremere:–Non far mai bene, non avrai mai male–Il primo prossimo è se stesso–Parla all’amico come se avesse a doventar nemico–Chi lavora fa la gobba, chi ruba fa la robba? –Pure, amico mio, vedi e considera: non ti dico altro perché ho a schifo d’entrare anch’io nel branco dei disperati e degli sgomentatori che gridano sperpetue come porta l’uso e la noia. L’uomo certamente non è quale lo vorrebbero i buoni che l’amano, o quale predicano che dovrebb’essere certuni i quali mossi da tenebrosa perfidia o da buona volontà, ma incapace di farti progredire d’un passo, ti stroppiano sotto colore di volerti accomodare. Ed è vero verissimo (lascia belare in contrario certi beati innocenti) che dovendo vivere nel mondo, è bene sapere che a volte l’abbiamo a fare co’ furbi e co’ bricconi che ci giuocano e ci mercanteggiano come animali da pelare e da scorticare: per uno o due di costoro che ti s’avvolga tra i piedi, non metterai tutti nel mazzo, né camminerai meno spedito. Se lungo la via ti s’attraversa una spina, accuserai della puntura i fiori che ti sorridono d’intorno? Calpestala e prosegui. E poi a ognuno di questi proverbi eccotene un altro in contrario–Mal non fare, paura non avere–Bisogna fare a giova giova–Chi ha arte ha parte–quasi che la prudenza medesima ti dicesse; eccoti dal lato manco uno scudo che ti difenda da’ malvagi; dal destro un lume che ti scorga co’ buoni per la via della virtù.

Valendomi delle raccolte edite e inedite fatte sino a qui e delle quali mi sono stati cortesi Gino Capponi, Pietro Bigazzi, Cesare Pucci ed altri, ho trovato parecchie di queste sentenze ma quasi sempre smarrite in un mare magno di quei modi di dire che t’ho accennati di sopra. Oltr’a questo, per quel po’ di sentore che posso avere io di queste cose, mi pare che quei raccoglitori prendessero i proverbi piuttosto dai libri che dal popolo; ovvero, parendo loro che il modo popolare desse nel triviale, e’ gli ritoccavano e davano la vernice non dico a tutti ma alla maggior parte. Difatto ho dovuto rettificarne molti rimettendo le grazie spontanee dell’uso nel posto usurpato dalle frasi dell’arte e questa è stata forse non dirò la fatica ma la noia maggiore Te ne darò uno o due per saggio, e il resto lo vedrai da te. Trovo scritto:–Se vuoi viver sano e lesto, fatti vecchio un poco presto, e sento dire–Se vuoi viver sano e lesto, fatti vecchio un po’ più presto–la differenza è piccola, ma un poco presto è troppo indefinito e non viene a designare così esattamente il tempo del farsi vecchio, come se dirai un po’ più presto, cioè qualche anno prima di quello che non potrebbe l’età. Le raccolte segnano: –Non è mai gagliardia che non abbia un ramo di pazzia–e la gente–Non è mai gran gagliardia, senza un ramo di pazzia–e qui la diversità non serve notarla che dà nell’occhio da sé. I compilatori registrarono:–Non è alteratezza all’alterezza eguale–d’uomo basso e vil che in alto stato sale–mentre si dice comunemente –Non è superbia alla superbia eguale–d’uomo basso e vil che in alto stato sale–e mi suona più esatto, perché alterezza è qualcosa di più dignitoso che superbia. I libri portano:–Fra gente sospettosa non è buon conversare–e l’uso –Tra gente sospettosa conversare è mala cosa–Nella chiesa co’ santi ed in taverna co’ ghiottoni–e si dice:–In chiesa co’ santi, all’osteria co’ ghiotti.–Piccole differenze; ma osservabili per lo studio della lingua, per la facilitazione della pronuncia, e per quel non so che di franco e di brioso che è dote speciale del parlare e dello scrivere alla casalinga. Apri gli scrittori e vedrai che quando la misura del proverbio non istà a capello a quella del verso o non fa al suono e alle altre ragioni del periodo, te l’accomodano e spesso te lo stiracchiano sul letto della rima e su quello della prosa. Prendendo i poeti e tra i poeti i migliori, trovi nell’lnferno:

Che saetta previsa vien più lenta;

e nel Petrarca:

Che piaga antiveduta assai men duole:

belli senza dubbio, anzi mirabili, ma il proverbio abbraccia più largamente e dice: Cosa prevista, mezza provvista.–Il Forteguerri finisce così un’ottava di Ricciardetto:

Che chi aggiunge sapere, aggiunge affanno,
E men si dolgon quelli che men sanno:

e il popolo: Chi aggiunge sapere, aggiunge dolere; chi men sa men si duole. –Vedi quanto è più rapida e direi più acuta l’espressione popolare, più atta per conseguenza a imprimersi nella memoria. Di questi esempi, o per meglio dire di questi confronti, potrei fartene una filastrocca lunga un miglio, ma a che pro? Per mostrare d’aver scartabellate delle pagine e scarabocchiata della carta? Ti basti che dal vero proverbio a quelle sentenze, o a quelle arguzie che vi sono state lucidate sopra, ci corre novantanove per cento, quanto dalla lingua scritta alla lingua parlata; quella più corretta se vuoi, questa certamente più spontanea, più viva, più efficace. E poi come ti diceva e come sai meglio di me, i proverbi sono stati coniati alla guisa e all’uso del discorso famigliare, e volendo servirsene a ogni giorno, per non cadere in dissonanze o in affettazioni insoffribili è necessario ritenerli nella loro espressione primitiva e legittima. Discorso facendo o scrivendo lettere, commedie, saggi, o che so io, e scrivendoli alla buona come dovremmo fare un tantino di più; tu non diresti col Pulci:

Che quel ch’è destinato tor non puossi;

ma come dicono tutti–A quel che vien dal cielo non c’è riparo–né diresti col divino Ariosto:

A trovar si vanno,
Gli uomini spesso, e i monti fermi stanno;

ma piuttosto colla lavandaia:–I monti stan fermi e le persone camminano.–Ho avuto in mira di notare i proverbi come si dicono a veglia, o, per dirla in gergo dissertatorio, di restituirli alla pristina forma popolare alterata e spesso corrotta dagli scrittori. Avverti però che molti di questi proverbi, non tutti gli dicono a un modo e colle stessissime parole; anzi variano assai o nel più o nel meno da persona a persona, da paese a paese. Sono stato in dubbio di notare tutte le maniere di dirli, poi mi son risoluto di porne solamente alcune, e per me tenermi sempre a quella che mi pareva la più vera, la più usitata, lasciami dire la più domestica, prendendo per norma la vivacità e la concisione, che mi paiono i segni certi della legittimità. Spero che di questa diligenza me ne sapranno grado almeno quei pochi che hanno fede anco nei vocaboli e nei modi non ancora battezzati nell’inchiostro; e con questi entro di balla e pecco allegramente, devoto più all’uso che ai trattati del bello scrivere, e i linguaj me lo perdonino, seppure il nipote non ha da comandare al nonno. E per istare in chiave, dando all’orecchio la parte sua e slargando anco il cerchio dell’ortografia, ho scritto obbedire e ubbidire, legne e legna, non v’è , non c’è e non è, estate e state, verno e inverno, danari e denari, molino e mulino, ruota e rota, uomo e omo, uovo e ovo, diventare e doventare, e così via discorrendo. Se ho fatto bene o se ho fatto male, i lambiccatori lo diranno, ché io per me non sono gran cosa forte nella chimica applicata alla lingua e son tentato a stimar beati coloro che scrivevano come sentivan dire, perché dacché si copia come si legge non abbiamo fatto di grandi avanzi. E questo non per amore di licenza, ma perché ho veduto anch’io quanto giovi all’armonia l’aggiungere o il togliere una lettera, o il sostituirne una ad un’altra, purché sia fatto a tempo e quel che conta senza affettata disinvoltura. Ma tornando in chiave mi pare che i due giudici competenti d’ogni scrittura sieno l’occhio e l’orecchio; e quando non s’ascoltano insieme, si corre risico che l’uno corrompa le ragioni dell’altro: però è sempre bene leggere a voce alta le cose scritte e ritoccare i discorsi improvvisati. Perché vi sono taluni che per aver fatto gran filza di vocaboli e di modi scrivono di vantaggio, e si danno l’aria di passeggiare sulle difficoltà della lingua come ballerini di corda, ma a chi non ha l’orecchio intasato, e’ paiono servitori di piazza che s’impancano a ciangottare francese e inglese a tutto pasto, compensando i continui sfarfalloni coll’affettare l’erre gutturale o col tenere la lingua attaccata al palato.

Tu nota intanto i così detti pleonasmi che messi con garbo e usati parcamente, a noi un po’ andanti in fatto di grammatica paiono elegantissime negligenze:–Dov’è il Papa ivi è Roma,–Dove manca l’inganno ivi finisce il danno–e gli idiotismi in grazia della pronunzia:–La peggio ruota è quella che cigola, perché dicendo peggior ruota, se tra una parola e l’altra (che riesce incomodo e sgradito) non fai uno stacco, quelle due erri t’intronano e quasi t’avviluppano la lingua. E le trasposizioni messe o per allettare l’udito dando alle parole un suono che s’avvicini a quello del verso, o per tener desta l’attenzione invertendo l’ordine del discorso e quasi facendola cascar d’alto:–Dove bisognan rimedi il sospirar non vale. Nota i ravvicinamenti e i paragoni ora scherzosi e bizzarri come:–Frate sfratato e cavol riscaldato non fu mai buono–Predica e popone vuol la sua stagione;–ora seri e profondi come:–Gli errori dei medici son ricoperti dalla terra, quelli dei ricchi dai denari– La buona fama è come il cipresso–La coscienza è come il solletico.–Nota i versi e le rime false come nei canti popolari:–Dove può andar carro non vada cavallo–Chi nel fango casca, quanto più si dimena e più s’imbratta–Chi cavalca alla china, o non è sua la bestia o non la stima.–Nota quelli che in poche parole contengono un Apologo:–La gatta frettolosa fece i gattini ciechi–La superbia andò a cavallo e tornò a piedi–Il leone ebbe bisogno del topo– La botta che non chiese non ebbe coda;–Nota le parole accozzate insieme, e, se m’è lecito dirlo, personificate:– Com’uno piglia moglie egli entra nel pensatoio–La morte è di casa Nonsisà –Fidati era un buon uomo, Nontifidare era meglio.–Infine nota i verbi nuovi che hanno aria d’essere stati trovati lì per lì a risparmio di lunghe parole, come indentare per mettere i denti, sparentare per togliere, morendo, la paternità, o per uscir di parentela:–Chi presto indenta presto sparenta;–istrumentare porre in pubblica scrittura:–Chi ben istrumenta ben dorme;–invitire per coltivare a viti. E poi tacciamo Dante di strano e di bizzarro, perché quando gli tornava meglio (dicono) inventava i verbi di sana pianta. —

Dislagarsi, elevarsi dal lago:

Che verso il ciel più alto si dislaga:

Intuarsi, entrare nell’animo tuo:

S’io m’intuassi come tu ti immii:

Mirrare, aspergere di mirra:

Ebber la fama che volentier mirro:

Dismalare, levare il peccato d’addosso:

Lo monte che salendo altrui dismala.

Questi non erano licenze sue né d’altri che hanno fatto altrettanto, ma usi nostri, usi d’un popolo padrone della propria lingua, che la maneggiava a modo suo senza paura dei Grammatici. Questi presero a comandare a bacchetta in un tempo nel quale e il pensiero e l’atto e la parola piegavano sotto l’autorità (al vedere, le servitù piovono tutte a un tratto); imposero leggi e confini alla lingua senza conoscerla tutta quanta; turati gli orecchi alla voce del popolo che gliela parlava schietta e viva, s’abbandonarono a un gran scartabellare di scritture per trarne tante filze più o meno lunghe di vocaboli, quante sono le lettere dell’alfabeto. Poi chiuso il libro, gridarono come Pilato: quel ch’è scritto è scritto; ma il popolo seguitò a parlare com’era solito. Di qui la funesta divisione di lingua dotta o lingua usuale; in famiglia si parlò a un modo, a tavolino si scrisse in un altro. Contro certi modi intesi da tutti, ma non usati dagli scrittori s’incominciò a gridare basso, triviale e disadorno, e apparve la levigatezza; ma l’evidenza, la proprietà e l’efficacia se n’andarono. Per un lei o per un lui nel caso retto, e per simili buffonate, da questi scomunicati non fu ammesso il Machiavelli alla comunione dei testi di lingua. Ma che vuol dire che tra le scritture s’è fatto sempre più caso di quelle poche venute da certi bravi ignoranti, come la Vita di Benvenuto Cellini ecc.? Chi è che vorrebbe le latinerie del Bembo, piuttostoché le fiorentinerie del Vasari, o quel perpetuo dir le cose in due o in tre modi di Benedetto Varchi invece della facile andatura del Segni? Dicono: <>. La lingua latina ha il piglio imperioso dei signori del mondo; noi non siamo domini neppure in casa nostra; eh via, scimmie, lasciate andare: perché non potete parlare da padrone, volete parlare da servi? Chi corrompe la lingua corrompe il popolo che la parla, e la corruttela viene dalla licenza come dalla servirtù. A volte questi libri latinanti mi si personificano, e gli vedo colle spalle nella pretesta, e colle gambe nelle brache: meglio vestire de’ nostri cenci da capo a piede, e siano pure di panno fatto in casa. Fin qui si scrisse come si parlava, da qui avanti si scriverà come scrisse chi arrivò prima di noi.

E già che ci siamo, vedi la ricchezza della lingua e la prontezza, il brio, l’ubertà dell’ingegno popolare: vedi in quanti modi si dice e si rivolta una stessa sentenza, con quanti strali puoi ferire ad un segno, e per quante vie condurre o esser condotto a un punto medesimo. Vuoi riprendere un presuntuoso esprimendo la differenza che passa dal concepire o progettare una cosa, all’eseguirla?–Dal detto al fatto c’è un gran tratto–Altro è dire, altro è fare–Il dire è una cosa, il fare un’altra–I fatti son maschi e le parole femmine.– Vuoi fare avvertito l’amico di tener l’occhio alla penna in un acquisto, in una contrattazione qualunque?–A chi compra non bastan cent’occhi e a chi vende ne basta un solo–A buona derrata pensaci–Da’ gran partiti pàrtiti–La buona derrata cava l’occhio al villano–Sotto il buon prezzo ci cova la frode–Vuoi consigliare alcuno d’andare avvisato di non precipitare troppo le cose, d’aspettar favore dall’occasione?–Chi va piano va sano–Adagio a’ ma’ passi–Col tempo e colla paglia si maturan le sorbe– Roma non fu fatta in un giorno–Dài tempo al tempo–Il tempo viene per chi lo sa aspettare.–Vuoi mordere questa moda dei frontespizi strambi e da cavadenti; la boria, la petulanza del ragazzino enciclopedico; la vernice in generale dei libri, dei modi, degli abiti e delle parole?–Il buon vino non ha bisogno di frasca–Ai segni si conoscono le balle– Una rondine non fa primavera–Chi si loda s’imbroda.– Vuoi raccomandare la prudenza, il segreto, il parlare tardo e grave, proprio dei savi?–Al prudente non bisogna consiglio– Temperanza t’affreni e prudenza ti meni–A chi parla poco, basta la metà del cervello–Apri bocca e fa ch’io ti conosca–Al canto l’uccello, al parlare il cervello–Al savio poche parole bastano–Bocca chiusa e occhio aperto non fe mai nessun deserto–Un bel tacere non fu mai scritto– Assai sa chi non sa, se tacer sa–In bocca chiusa non c’entra mosche–Tutte le parole non voglion risposta–Il tacere adorna l’uomo.–Vuoi ammonire taluno di non abbandonarsi troppo al favore della fortuna, credendo sé al bene del momento, quasi fosse caparra di perpetua felicità?–Fino alla morte non si sa la sorte–Alla fin del salmo si canta il Gloria–Chi è ritto può cadere –Chi è in alto non pensa mai di cadere–Finché uno ha denti in bocca, non sa quel che gli tocca.–Raccomandare l’economia, il risparmio, la sobrietà, il pensiero del poi?–Chi la misura la dura–Bisogna far la spesa secondo l’entrata–Chi ha poco spenda meno– Grassa cucina, magro testamento–Pranzo di parata, vedi grandinata–Chi ha poco panno, porti il vestito corto– N’ammazza più la gola che la spada–Impara l’arte e mettila da parte.–Ammonire di cogliere il destro, di star vigilante?–Ogni lasciata è persa–Chi ha tempo, non aspetti tempo–Una volta passa il lupo–Chi cerca trova, e chi dorme si sogna–Chi dorme non piglia pesci–Esprimere l’amore della famiglia, della casa, del proprio paese?–A ogni uccello suo nido è bello–Ogni uccello fa festa al suo nido–Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia.– E questi due tenerissimi: Casa mia, mamma mia– Legami mani e piei. e gettami tra’ miei–Consigliare la carità, l’amore, l’aiutarsi scambievole?–Una mano lava l’altra–Del servir non si pente–Chi beneficio fa, beneficio aspetti–Chi altri tribola sé non posa–Bisogna che il savio porti il pazzo in ispalla–Esortare a non avvilirsi, a non vendersi?–Chi prende, si vende–Chi non vuol piedi sul collo, non s’inchini–Per tutto nasce il sole –Bocca unta non può dir di no–Ma basti così, ché altrimenti non si finirebbe mai. Ecco quanta luce deriva e si spande dal sapere di molte generazioni riunito in un sommario di formule brevi e schiette e sugose, e come nei figli passa di mano in mano sempre intera e fruttifera l’eredità del senno e dell’esperienza dei padri.

Oh! qui non ti farò malinconiche interiezioni sulle cure, sulle fatiche e sulle vigilie spese in questo lavoro: anzi ti dirò schiettamente che avendo cominciato da lungo tempo a notare giorno per giorno tutti i proverbi che mi capitavano alI’orecchio conversando colle persone del popolo e specialmente coi campagnoli, mi son trovato fatto il lavoro quasi senza accorgermene, e adesso non lo do per una gran bella cosa, ma per quello che è. E bada qui a una cosa singolarissima. Questi proverbi sono oramai tanto comuni e tanto immedesimati colla lingua, che udirai mille volte a mezzo il discorso: <<dirò come diceva quello…. c’entra il proverbio>> e senza dire altro, proseguire; e quella reticenza supporre un detto conosciuto da tutti, e però superfluo a ripetersi. Che se poi gli dicono; o gli dicono a mezzo, ovvero macchinalmente come le frasi più usitate, come direbbero: buon giorno o buona sera ecc. Ho domandato mille volte alla gente idiota cosa significasse un tal proverbio, e così staccato, non me l’hanno saputo dire; ma appena ho chiesto a che proposito lo dicessero, me n’hanno resa subito perfetta ragione; per la qual cosa si può dire che versano dalle labbra una sapienza che non sanno di possedere, come uno si dà a un lavoro, a una fatica, senza avvertire la capacità delle proprie braccia. Una sera a Firenze, in una delle poche case, a grave danno del Faraone tuttavia rallegrate da quella gaia ma ora inelegantissima anticaglia dei giochi di pegno, mi trovai al gioco dei Proverbi che si fa mettendosi tutti in un cerchio donne e uomini, e buttandosi uno coll’altro un fazzoletto colla canzoncina <> qui tirano il fazzoletto sulle ginocchia della persona nominata e dicono un proverbio; e bisogna dirlo presto, e che non sia detto avanti da nessuno, altrimenti si mette pegno. Io che son nato in provincia e son sempre malato grazie a Dio delle prime impressioni, udendo quel diluvio di proverbi, e con quanta prontezza quelle fanciulle vispe e argute trovavano il modo di punzecchiarsi tra loro, di burlare gli innamorati, di canzonare i grulli e di mettere in ridicolo la cuffia di questa e la parrucca di quello, confesso il vero che c’ebbi un gusto matto, e posso dire che fino d’allora mi detti a questa raccolta, perché tornato a casa segnai tutti i proverbi che mi ricorsero alla memoria.

Volevo fare giù giù proverbio per proverbio un breve commento riportando fatterelli, citando passi d’autori che facessero al caso, e avevo già dato mano, ma me n’uscì presto la voglia, e mi limitai a poche e necessarie osservazioni, un po’ per infingardia, e un po’ perché parendomi che la maggior parte di questi proverbi si spiegasse meglio da sé, non volli profittare del diritto che s’arrogano i commentatori, di spiegare le cose per paura che sieno intese alla prima. E poi vedi bene che sono in età da aver bisogno d’imparare, e a fare il savio o l’erudito, o non ci avrei la gamba o rischierei di dare un tuffo nel pedante e nel ciarlatano. Finalmente ti confesso alla bella libera che mi ritenne più di tutto il timore d’entrare in chiacchiere co’ sapientucci e co’ parolai, ciurma gretta, fastidiosa e stizzosa quanto Dio vuole. Paghiamo al nostro paese ognuno il suo tributo, chi d’oro e di gemme, e chi in moneta d’argento o di rame secondo la sua possibilità. E poi beato quello a cui riesce vivere e morire lontano da ogni gara, da ogni presunzione, e scrivacchiare di quando in quando come gli detta l’animo, senza aggiunger legne al grande incendio del pettegolezzo letterario che riarde ogni giorno a danno del decoro e del vero. In questo universale palleggio di lodi e di vituperii, all’uomo onesto fa stomaco di stare a vedere chi gioca, non che d’entrare nella partita. Ecco la materia quasi greggia; altri più forte e più coraggioso di me ci metta le mani e ne faccia la pasta che vuole.

Chi sa quante centinaia di proverbi girano tuttora inavvertiti per la bocca del popolo? La nostra lingua n’è tanto ricca, che tutti quelli che da buoni e onesti paesani non si vergognano di saperla parlare, non riescono a dire tre parole senza incastrarci un proverbio. Io di certo non ho potuto raccoglierli tutti, perché è quasi impossibile che uno solo possa trovarsi a udirli quanti sono; e forse chi sa che a farlo apposta non mi siano sfuggiti i più usuali, cosa facilissima per chi gli ha familiari, come è facile far la testa al gioco che si gioca più spesso, balbettare nelle orazioni che si ripetono mattina e sera, o dimenticarsi in un invito appunto l’amico che vediamo ogni giorno. Ho fatto ciò che ho potuto e continuerò in questo lavoro per tutta la vita, pregando di fare altrettanto te e tutti quelli che amano la nostra lingua, e il senno da spendersi via via per i minuti bisogni. Da tante mani mosse d’amore e d’accordo a un’opera stessa riuscirebbe ciò che non può essere riuscito a me solo o per difetto d’ingegno o per altre cagioni che non dipendono da me. Sia come vuol essere, accetta questo libercolo, e godi come godo io d’appartenere a una nazione che nel suo guardaroba, oltre agli abiti di gala, ha una veste da camera di questa fatta. Addio.

GIUSEPPE GIUSTI
NOTE

  1. Andrea Francioni, anima gentile, ingegno modesto, fu accademico della Crusca: infelicissimo nella vita, morì nel settembre del 1847, prima di compiere i 50 anni. (nota dell’Editore).
  2. Vedi il Cecchi, il Serdonati e tutti i raccoglitori, nessuno eccettuato.