Casa

Casa

A ogni uccello suo nido è bello–e

Ogni uccello canta meglio nel suo nido che in quello degli altri–e

Ogni uccello fa festa al suo nido–e

Ogni formica ama il suo buco–e

Ogni volpe ama la sua buca (o la sua tana)–e

Ogni tristo cane abbaia da casa sua.

Basta quella casa che un battitor sol ha.

Battitore è il martello che si usava alle porte di casa. <> beata quella famiglia che è unita e non ci sono divisioni, e quindi un battitore o martello serve a una sola famiglia: due o più essendo necessari se la famiglia è divisa–e

Tutto fai, ma la casa con due porte mai–e

Se vuoi guardar la casa, fai un uscio solo–e

La porta di dietro è quella che ruba la casa.

Buona cosa è la messa udire, ma meglio la casa custodire.

Detto per le donne.

Capannella dove si ride,
e non Palazzo dove si stride.

Proverbio lombardo.

Casa compìta, nell’altra vita.

In questa non se ne viene mai a fine.

Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia.

A ognuno piace, comunque piccola, la casa sua; ed anzi, se piccola, riesce all uomo più veramente sua, e vi si sta più al largo.

Casa mia, donna mia, pane e aglio vita mia–e

Casa sua, vita sua.

La vita in casa si vive; e fuori di casa, o con la fatica si procaccia, o si dimentica nelle distrazioni: quel che l’uomo è, vedilo in casa; la casa la famigìia fanno il bene o il male della vita.

Casa mia, mamma mia.

In casa sua l’uomo si tiene sicuro, come il bambino sotto la mamma: la casa è cara come la mamma, e sono quelli i migliori affettie

Legami mani e piei, e gettami tra’ miei.

Casa nuova, chi non ve ne porta non ve ne trova.

Casare, Casare, suona bene e porta male,

Casare qui vale metter su casa–e

A chi fa casa (o s’accasa) la borsa resta rasa.

Casa senza abitanti nido di topi.

Cattivo è quell’uccello che rivela il proprio nido.

Chi è a dozzina, non comanda.

Chi ha buon catenaccio all’uscio non ha paura de’ Birri.

Chi ha il mal vicino, ha il mal mattutino–e

Chi ha il buon vicino, ha il buon mattutino.

Casa che ha il buon vicino, val più qualche fiorino.

Chi non cura sua magione, non è uomo di ragione.

Chi non ha casa, l’accatta.

Chi non ha casa, non ha contrada.

Chi vuol la casa monda, non tenga mai colomba.

Dio ti salvi da un cattivo vicino, e da un principiante di violino–e

Né mulo, né mulino, né fiume, né forno, né signore per vicino.

È meglio esser il primo a casa sua, che il secondo a casa d’altri–e

(Vedi Illustrazione IV).

È meglio esser capo di lucertola, che coda di dragone, (o capo di gatto, che coda di leone, o capo di luccio, che coda di storione).

Nota gli animali domestici o nostrali contrapposti sempre a quelli che a noi sono forestieri.

Gli uccelli che sono nel suo nido a tutti si rivoltano.

In casa sua ciascuno è re–e

Ognuno è padrone in casa sua.

Innanzi il maritare, abbi l’abitare.

La bella gabbia non nutrisce l’uccello.

La casa e la moglie si godono più d’ogni altra cosa.

La vicinanza è mezza parentela.

L’ulivo benedetto, vuol trovare pulito e netto.

Quando per la festa dell’ulivo e le case sogliono benedirsi.

Monte, porto, città, bosco o torrente,
abbi se puoi per vicino o parente–e

Piè di montagna, porto di mare, fanno l’uomo porfittare.

Più vale il fumo di casa mia che l’arrosto dell’altrui.
(Vedi: Mutar paese.)

Compagnia, buona e cattiva

A chi usa collo zoppo, gli se n’appicca–o

Chi pratica lo zoppo impara a zoppicare–e

Chi vive tra lupi, impara a urlare–e

Chi va a letto co’ cani, si leva colle pulci–e

Chi tocca la pece, s’imbratta–e

Chi si frega al ferro, gli s’appicca la ruggine–e

Chi s’impaccia (o chi cucina) colle frasche, la minestra sa di fumo.

Frasca, fraschetta è propriamente la donna vana, la civettòla. Ma nel proverbio s’intende anche dell’uomo sconclusionato o del mettimale e dell’imbroglione.

Anco gli apostoli ebbero un Giuda.

Quando a un negozio qualunque molti debbono partecipare, è raro che tutti stieno saldi nel proposito o che mantengano il segreto.

Buona compagnia, mezza la via–e

Prima cerca il compagno e poi la strada–e

Nella buona compagnia non ci sta malinconia.

Cane non mangia cane–e

Corvi con corvi non si cavano gli occhi.

Chi accarezza la mula, buscherà de’ calci.

Chi s’accosta allo stizzolo, al capriccioso, al malefico, si può aspettare di non passarla liscia, e prima o poi di toccarne.

Chi disse star con altri, disse star sempre in guai.

Ma che può l’uomo star sempre solo? e se con gli altri non sa vivere, la metà delle volte è colpa sua, e l’altra metà se la dividono i compagni.

Chi ha compagnia ha signoria–o

Chi ha compagnia ha padrone.

Chi ha il lupo per compare, porti il cane sotto il mantello–e

Chi ha la volpe per comare, porti la rete a cintola.

Chi loda San Pietro, non biasima San Paolo.

Chi meglio ci cuoce, peggio ci manuca.

Quegli che sono più accosti a noi, ci sono peggiori nemici: quelli che da principio sono con noi vengono infine a farci male.

Chi molto pratica, molto impara–e

Chi pratica impara, e guadagna sempre.

Chi sta con fanciulli s’imbratta la camicia.

E’ vi sono uomini fanciulli; e quel che è peggio fanciulli che non vanno a scuola.

Chi va al mulino, s’infarina–e

Chi fugge la mola, scansa la farina.

Chi schiva le male pratiche, scansa le macchie del vizio.

Compagnia d’uno, compagnia di niuno; compagnia di due, compagnia di Dio; compagnia di tre, compagnia di re; compagnia di quattro, compagnia da matti–e

Due bene, tre meglio, quattro male, e cinque peggio.

Compagno non toglie parte.

Il pigliare un compagno ne’ negozi o traffici non scema l’utile. (SERDONATI).

Con un solo bue non si può far buon solco–e

Uno da sé non può far nulla–e

Con la sola farina non si fa pane–e

Assai mane fan presto il pane.

Può essere l’epigrafe della divisione del lavoro e dell’associazione nel medesimo.

Doglia comunicata è subito scemata.

Da’ del tuo al diavolo, e levatelo di torno.

Di casa la gatta il topo non esce a corpo pieno.

Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi sei.

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Dio fa gli schiocchi, e loro s’accompagnano.

Dov’è popolo è confusione.

Popolo, compagnia molta; ma può valere anche nel politico.

Dove molti galli cantano non si fa mai giorno.

Dove son molti, son degli stolti.

Due piedi non istanno bene in una calza.

Duro con duro non fa buon muro.

Due volontà ostinate non possono mai convenire insieme né far cosa buona. (SERDONATI).

Gli storni son magri perché vanno a stormi.

Dicesi quando essendo molti a fare un medesimo mestiere, tutti fanno poco guadagno.

I Giudei non istanno bene co’ Samaritani.

E proverbialmente mescolare gli Ebrei co’ Samaritani; di uomini e cose molto disuguali e repugnanti tra loro.

Il buono fa camera col buono.

Il cane in chiesa fu sempre il mal venuto.

Il carbone o scotta o tinge.

Il ladro sta bene col malandrino.

Perché i ladri stan ben col malandrino. (BERNI, Orlando.)

In chiesa co’ santi, e all’osteria co’ ghiottoni.

I troppi cuochi guastano la cucina (o la minestra)–e

Due non accesero mai lume.

La buona compagnia è mezzo pane–e

Accompàgnati con chi è meglio di te, e fagli le spese.

La camicia che non vuole star teco e tu stracciala.

La mala compagnia fa cattivo sangue.

La mala vicina dà l’ago senza il filo.

Le cattive compagnie conducono l’uomo alla forca.

L’ospite e il pesce in tre giorni puzza.

Meglio soli che male accompagnati.

Meno siamo a tavola, e più si mangia.

Non ti far capo della compagnia,
perché è il capo che paga l’osteria.

La responsabilità verso la compagnia e verso i terzi cade tutta su di lui.

Ogni difforme trova il suo conforme.

Ogni simile appetisce il suo simile.

Per un peccatore perisce una nave.

Poca brigata, vita beata.

Quando i furbi vanno in processione, il diavolo porta la croce.

Saluti di sbirri giustificano la persona.

Simili con simili, e impàcciati co’ tuoi.

Soli non si starebbe bene nemmeno in Paradiso.

Tal guaina, tal coltello.

Cioè simile con simile; e si prende in cattiva parte.

Tanto è ladro chi ruba che chi tiene il sacco–e

Anche chi tiene il piede aiuta a scorticare–e

Tanto è tenere che scorticare.

Tra ‘l cuoco e il canavaccio non è mai nimicizia.

Tre fili fanno uno spago.

Vis unita fortior.

Tre furfanti fanno una forca.

Trista a quella pecora che ritorna al branco.

Una pecora infetta n’ ammorba una setta–e

Una pecora marcia (o rognosa) ne guasta un branco–e

Una pera fradicia ne guasta un monte.

Uvaque conspectá livorent ducit ab uvâ. (GIOVENALE.)
Come avviene in questi anni.

Uno e nessuno è tutt’uno.

Condizioni e Sorti disuguali

Ai cani e ai cavalli magri vanno addosso le mosche–ovvero

Le mosche si posano sopra alle carogne.

Ai peggio porci vanno (o toccano) le meglio pere.

Al leone sta bene la quartana.

Il forte non teme il male, ed anzi gli può giovare qualcosa che lo moderi, lo attutisca, lo frolli, lo temperi, lo ritenga dall’abusare la forza.

Al maggiore deesi l’onore.

Contra majorem nemo præsumit honorem. (ACCURSIO).

Al più potente ceda il più prudente.

Altri hanno mangiato la candela, e tu smaltisci lo stoppino.

A nave rotta ogni vento è contrario.

Anche la mosca ha la sua collera–e

La mosca tira i calci come può.

Quel Dio, che l’ire ha date al verme istesso ecc. (NICOLINI.)

Anche un pagliaio è grande, e se lo mangia un asino.

A piccol forno poca legna basta–e

Non si sazia meno una formica per un granel di grano, che si faccia un leofante per dieci staia–e

Gran nave vuol grand’acqua–e

A gran lucerna grosso stoppinoe Grasso monaco, grasso vitello.

A rubar poco si va in galera–e

S’impiccano i ladrucci, e non i ladroni.

Così dicevano l’indiano al magno Alessandro, che di rubare se ne intendeva.

Cent’oche ammazzano un lupo.

Il grido dei molti imbelli ed inermi fa stare a segno anche il violento.

Chi contender non può spesso ha contesa.

Perché molti, conoscendo la debolezza e dappocaggine sua, gli fanno l’uomo addosso. (SERDONATI).

Chi divide la pera (o il mèl) coll’orso, n’ha sempre men che parte.

Chi fa male, guadagna un carro di sale, e chi fa bene guadagna un carro di fieno.

Chi fila porta una camicia, e chi non fila ne porta due.

Chi ha buona cappa, facilmente scappa.

È detto dei ricchi o degli uomini potenti che trovano spesso delle gretole e scappano via e non sono gastigati. Simile all’altro:

I poveri s’ammazzano, e i signori s’abbracciano–e

Gli stracci (o i cenci) vanno all’aria.

Cioè i poveri son quelli che ne toccano: per esempio, uno del popolo che s’intricasse in qualche setta, o in modo qualunque nelle faccende dei grandi, farà le spese alla giustizia, mentre che gli altri si salveranno–perché

Chi ha denari e prati, non son mai impiccati–e

I poveri sono i primi alle forche, e gli ultimi a tavola–e

Chi pratica co’ gran maestri, l’ultimo a tavola e il primo a’ capestri.

Gran maestri è come dire gran maliscalchi, gran barbassori, gran personaggi.

Chi ha denti, non ha pane; e chi ha pane, non ha denti–e

Il grano va a chi non ha sacca–e

Chi tanto e chi niente.

Chi ha il capo di cera, non vada al sole.

Chi è debole di forze non s’esponga a’ pericoli.

Chi ha meno ragione, grida più forte,

per soverchiare gli altri; talché si dice:

Chi più urla ha più ragione.

Chi le tocca son sue.

Le busse; nessuno poi gliele leva.

Chi lavora fa la gobba, e chi ruba fa la robba.

Chi lavora lustra, e chi non lavora mostra.

Del lavoro dello artefice si fa poi bello l’uomo ozioso.

Chi non ha che perdere, sempre perde.

I contadini poveri (dice il Serdonati, e così era a tempo suo) sono spesso comandati a lavori del Principe e de’ Padroni, dove son mal pagati, e perdono il tempo e le fatiche loro.

Chi non ha forza abbia la pelle dura.

Si riferisce anco al morale: chi non ha virtù di sopportare un affanno, preghi Dio di averne pochi, o non sentire quelli che ha.

Chi peggio fa, meglio l’accomoda.

Davvero? ma fortuna che in cento altri luoghi di questo libro si leggerà il contrario. Qualche volta l’accomanda: ma quanto dura il rammendo?

Chi perde ha sempre torto.

L’opinione universale piega sempre dalla parte che rimane al di sopra–e

Chi perse fu sempre dappoco–e

La colpa è sempre degli offesi–e

Chi perde, si gratti.

Chi più ne fa è fatto priore (o papa).

Coda corta non para mosche.

Comandi chi può, e obbedisca chi deve.

Contro la forza (o il fatto) ragion non vale–e

La forza caca addosso alla ragione.

Disegno di pover uomo, mai non riesce.

Dove molti peccano, nessuno si gastiga.

Dove va il padrone, può ire il servitore.

È più fatica voler fare il signore senza sostanze che lavorar tutto il giorno.

Gli sfacciati son sempre fortunati.

I granchi vogliono mordere le balene.

Si dice quando un piccolo o di poca forza si vuol mettere a contrastare con un grande e gagliardo; quando il debole se la piglia col potente.

Il barbiere non si contenta del pelo.

Il buono a qualcosa è l’asino del pubblico.

Cioè, chi è buono a qualcosa, è condannato a fare per chi non è buono a nulla–perché

La dritta è serva della mancina.

Il cuculo fa l’ova nel nido della sterpazzuola.

Il ferro lima il ferro.

Il leone ebbe bisogno del topo.

Il piccolo fa il grande, e il grande fa il piccolo.

Gli Economisti dicono: l’operaio fa il capitalista e viceversa e ciò in tutte le industrie umane sì in grandi che in piccole proporzioni. (Proverbi ven.)

Il piccolo fa quel che puole, il grande quel che vuole.

I più buoni son messi in croce.

Il padrone non va per l’acqua.

Cioè, non si vuole incomodare.

Il pesce grosso mangia il minuto–ovvero

I pesci grossi mangiano i piccini.

Il più ciuco è fatto priore.

Ira senza forza, nulla vale–e

Corruccio è vano senza forte mano.

La catena tanto lega il padrone quanto lo guarda.

Catena qui vale Catenaccio, e significa: il padrone esser legato dalle sue proprie difese; nel guardarsi essere servitù e miseria.

L’aquile non fanno guerra a’ ranocchi–e

L’aquila non piglia mosche.

Il forte, quand’è anche generoso, non se la piglia contro a’ deboli, e non attende a cose vili.

La capra non contrasta col leone.

La mosca pungendo la tartaruga si rompe il becco.

La morte de’ lupi è la salute delle pecore.

La nave non va senza il battello (o senza il brigantino).

Il debole segue il forte, il cliente il proteltore. E delle cose:

Il più tira il meno.

Laonde:

Dove va la nave può ire il brigantino.

Vale che dove ne va il più, ne può andare anche il meno–e

Ogni prete può menare il cherico.

L’elefante non sente il morso della pulce.

Le leggi sono come i ragnateli.

Che le mosche vi rimangono, e i mosconi gli sfondano–e

I mosconi rompon le tele de’ ragni.

Le secchie si mettono a combattere col pozzo, e ne portano la testa rotta.

Morso di pecora non passa mai la pelle.

Non a tutti vola il gufo.

Non si sente le campane piccole quando suonano le grandi.

Ogni uomo è uomo, e ha cinque dita nelle mani.

Ognuno ha da fare nel grado suo.

Ci sono degli affanni o dei sopraccapi o degli impicci in ogni condizione ed in ogni stato.

Piccola pietra gran carro riversa–e

Piccola scintilla può bruciare una villa–e

Piccola spugna ritiene acqua–e

Piccolo ago scioglie stretto nodo–e

Piccole ruote portano gran fasci–e

Piccolo vento accende fuoco, e il grande lo smorza–e

Una piccola catena muove un gran peso.

Quanti vanno alla forca che non n’han né mal né colpa!–e

Il giusto ne soffre per il peccatore.

Sapienza di pover uomo, bellezza di p… e forza di facchino non valgono un quattrino.

Spada in bassa mano, non è senza taglio.

Tanto mangia il povero quanto il ricco.

Cioè: tanto ha bisogno di mangiare.

Uno fa i miracoli, e un altro raccoglie i moccoli–e

Uno fa le veci, e l`altro ha le noci–e

Uno leva la lepre, e un altro la piglia–e

Uno semina, e un altro raccoglie.

Uno ordisce la tela, e l’altro la tesse.

Che la tela ordisce un, l’altro la tesse. (BERNI.)

Un uomo ne val cento (o mille), e cento non ne vagliono uno.
(Vedi Mestieri, professioni diverse.)

Conforti ne’ mali

Chi non sa soffrire, non sa vivere.

Dietro al monte c’è la china.

Dio manda il freddo secondo i panni.

<>–e

Dio manda l’agnello e poi il suo praticello–e

Dio manda la neve con la luna.

Questo è dei Salmi, benché ivi stia in altro senso.

Dio non manda mai bocca, che non mandi cibo.

Dio non manda se non quel che si può portare.

Dopo il cattivo ne viene il buono.

D’un male nasce un bene–e

Non c’è male senza bene.

È buona quando si può contare.

Gioia e sciagura sempre non dura.

Gli scarpelli, la pietra la gli sciupa, e la pietra la gli accomoda.

È dello Zannoni negli Scherzi comici.

Iddio solo può consolare, tutto ‘l resto è un tribolare.

Il male non istà sempre dove si pone (o si posa), se non sopra i gobbi.

Il sempre sospirar molto consola.

Il tempo sana ogni cosa.

I temporali più grossi sfogan più presto.

In fine le s’accomodan tutte–e

Finimondo è per chi muore.

La disgrazia ci salva dall’imbarazzo.

Crediamo a dir vero sia d’origine straniera; ma è bello, il dubbio essendo morte, e il dolore vita.

La matassa quanto più è arruffata e meglio s’accomoda.

La provvidenza val più delle rendite.

Miseria confortata non è miseria.

Niente s’asciuga così presto come le lacrime.

Non è mai sì gran morìa, che non campi chicchessia.

Non nevica tutto il verno.

Non si serra mai una porta che non se n’apra un’altra–e

Quando Dio chiude una finestra apre una porta.

Non tutte le pecore sono per il lupo.

Ogni male ha la sua ricetta.

Pianto per morto pianto corto.

Poco tossico, non attossica.

Quando il caso è disperato, la provvidenza è vicina–e

Ogni domane porta il suo pane.

Tutto il male non vien per nuocere.

Tutto s’accomoda fuorché l’osso del collo.

Una pulce non leva il sonno.

Una volta corre il cane, e l’altra la lepre.

Una volta corre il tristo, un’altra il buono; alla fine la giustizia ha il suo trionfo.

Un’ora di buon sole rasciuga molti bucati.
(Vedi: Speranza.)

Consiglio, Riprensione, Esempio

A ben s’appiglia, chi ben si consiglia.

Tanto seco stesso chi è savio, quanto con altri.

A cattivo consiglio campana di legno.

La campana chiama a consiglio, e se il consiglio dev’essere a male, meglio la campana non si senta.

A chi consiglia non gli duole il capo–e

Il sano consiglia bene il malato.

Cioè, facilmente, senza fatica.

Al cieco non si mostra la strada–e

Buone ragioni male intese, sono perle a’ porci stese.

A chi non intende è inutile predicare.

Al prudente non bisogna consiglio.

Modo di scusarsi dal dare consiglio; ed è come dire: pensaci da te.

Capo lavato, bicchier risciacquato.

Lavare il capo ad uno, fargli una lavata di capo, o una risciacquata, sono modi frequentissimi che tutti significano: fare una sgridata, una strapazzata. Queste giovano sovente all’ammonito come al bicchiere giova essere risciacquato.

Chi ben vive ben predica.

imperocché:

Contano più gli esempi che le parole.

Alle volte però

Si predica bene e si raccola (o si raspa) male–e

Il frate predicava che non si dovea rubare, e lui avea l’oca nello scapolare.

Chi dà retta al cervello degli altri, butta via il suo (o può friggersi il suo).

Chi meglio mi vuole, peggio mi fa.

È simile a

Chi mi vuol bene mi lascia piangendo, e chi mi vuol male mi lascia ridendo–e

Chi mi vuol bene mi fa arrossire, e chi mi vuol male mi fa imbianchire.

I veri amici dicono il vero, benché talora dispiaccia; ed i piggiatori ungono gli stivali. (SERDONATI).

Chi non crede alla buona madre, crede poi alla mala matrigna.

Chi non accetta il consiglio de’ veri amici, cade poi sotto la mano de’ cattivi consiglieri.

Chi non teme il sermone, non teme il bastone.

Chi predica al deserto, perde il sermone.

Chi si consiglia da sé, da sé si ritrova.

Væ soli!

Chi segue il prudente, mai se ne pente–e Chi segue il rospo, cade nel fosso–e

Chi ricorre a poco sapere, ne riporta cattivo parere.

Chi trovò il consiglio, inventò la salute.

Chi vuol’ ire alla guerra o accasarsi, non ha da consigliarsi.

Le cose grandi bisogna farle tutte del suo.

Consiglio di due non fu mai buono.

Se non che par, che un proverbio degno
V’abbia assaliti con siffatto tuono,
Che consiglio di due non fu mai buono. (SACCHETTI, Rime).

Consiglio di vecchio non rompe mai la testa.

Detto popolare spesso è un avviso salutare.

Dice più un’occhiata che una predica.

Dono di consiglio più vale che d’oro.

Dove sta un pane, può stare una parola.

Chi ti dà mangiare ti può ammonire.

Due teste fanno un quadrello.

È meglio la musica che la battuta.

Meglio esser sgridati che battuti: batter la zolfa, per bastonare, modo toscano.

E’ sa meglio il pazzo i fatti suoi, che il savio quelli degli altri–ovvero

Più ne sa un pazzo a casa sua, che un savio a casa d’altri .

È un gran (o cattivo) sordo quello che non vuole intendere.

Dicesi di chi fa le viste di non udire, per non attendere a far c iò che gli è detto.

I consigli e il villano pigliali alla mano.

Se indugi, ti scapperanno.

Il consiglio del male va raro invano.

Il consiglio non va lodato, ma seguito.

Il medico pietoso fa la piaga verminosa (o puzzolente).

(Vedi Illustrazione V).

Il tignoso non ama il pettine–e

Caval rognoso non vuol lasciarsi strigliare.

La predica fa come la nebbia, lascia il tempo che trova.

La pulce ch’esce di dietro l’orecchio col diavolo si consiglia.

Mettere una pulce nelle orecchie vale mettere un sospetto in cuore altrui.

Male altrui consiglia, chi per sé non lo piglia–e

Tale dà un consiglio altrui per uno scudo, che nol torrebbe per un quattrino.

Non tutte le macchie si nettano con l’acqua calda.

Ogni buon detto è fatto retto.

Ogni pazzo vuol dar consiglio.

Quando è caduta la scala, ognuno sa consigliare.

Quando il guardiano giuoca alle carte, cosa faranno i frati?

Quei consigli son sprezzati che son chiesti e ben pagati.

Quel che ti dirà lo specchio non te lo dirà il consiglio.

Se ciascuno volesse emendare uno, tutti sarebbero emendati.

Se un cieco guida l’altro, tutti due cascano nella fossa.

Sotto consiglio non richiesto gatta ci cova.

(Vedi Illustrazione VI.)–e

Guardati da chi consiglia a fine di bene.

Stiaffo minacciato non fu mai dato.

Suon di campana non caccia cornacchia.

Dicesi di chi fa il sordo. (SERDONATI.)

Uomo avvisato, è mezzo salvo.

Come pure

Uomo avvertito, mezzo munito.

Val più una frustata che cento arri là.

Cogli asini fa meglio il bastone che la voce o l’ammonizione. Quando ero ragazzetto, ho sentito spesso questo proverbio in bocca al mio maestro.

Vedono più quattr’occhi che due–e

Sanno più un savio e un matto, che un savio solo.

E a Venezia leggiadramente:

Sa più il papa e un contadino, che il papa solo.

(Vedi: Ostinazione, ecc.)

Contentarsi della propria sorte

A casa stretta come arrivi tu ti assetta.

A chi Dio vuol bene la casa gli piace.

A fame pane, a sete acqua, a sonno panca.

La natura si contenta di poco.

Assai è ricco a chi non manca–e

Chi non ha gran voglie, è ricco–e

Chi il tutto può sprezzare, possiede ogni cosa.

Oh, quante sono le cose delle quali posso fare a meno: disse il filosofo millantatore di se medesimo, entrato che fu nella casa splendida del ricco.

A tutti n’avanza.–e

Tutto basta per vivere.

Chi è sano e non è in prigione, se si rammarica, non ha ragione.

Chi ha buon pane e buon vino, ha troppo un micolino.

Chi lascia il vicin per un mancamento, va più in là e ne trova cento.

Chi non ha quattrini, non abbia voglie.

Chi non può ber nell’oro, beva nel vetro.

Chi non può far col troppo, faccia col poco.

Chi non può fare come vuole, faccia come può.

Chi non può slungarsi, si scorti.

Chi più brama, più s’affanna–e

Povero è quello che desidera assai–e

Sempre stenta chi mai si contenta.

Chi si contenta al poco, trova pasto in ogni loco.

Chi si contenta, gode.

Col poco si gode, e coll’assai si tribola.

Cuor contento, e sacco al collo.

Quando alcuno si contenta dello stato suo, non importa se anndasse mendicando.

Cuor contento, gran talento.

Cuor contento, non sente stento.

Del bene e del mal tôrre, secondo quel che corre.

Dio dice a camparvi non mi sgomento, a contentarvi sì.

E’ non è un per cento di sua sorte contento–e

Nessuno dice che il suo granajo è pieno.

Il contentarsi di poco è un boccone mal conosciuto.

In tempo di carestia pan vecciato.

Piglia il bene quando viene, ed il male quando conviene.

Poca roba Dio la loda.–e

Poca roba poco pensiero.

Se non puoi portare la seta, porta la lana.

Se tu vuoi viver lieto, non ti guardare innanzi ma di dietro.

Guarda quelli che sono in peggiore stato di te.

Tutti non possono aver la casa in piazza–e

Non tutti si può star in Mercato nuovo. Cioè, non tutti possono trovarsi nel terreno migliore. Il proverbio ebbe origine da questo, che le famiglie, patrizie fiorentine in antico avevano le loro case nel centro della città, mentre quelle del contado abitavano nei borghi od oltrarno. Udito da un contadino che praticava Firenze dove il Mercato nuovo ha le più ricche botteghe. E sta con l’antico <>–ma

Ogni casa vede il sole.

Tutti non possono stare a messa vicino al prete.

Una campana fa a un comune (o a un popolo).

Quando non c’è altro, una cosa può bastare a molti; beneficio dello stare insieme

Val più un buon giorno con un uovo, che un mal’anno con un bue.
(Vedi: Pazienza, Rassegnazione.)

Contrattazioni, Mercatura

A bue vecchio, campanaccio nuovo.

Perché faccia miglior figura.

A buona derrata pensaci–e

Da’ buon (o da’ gran) partìti pàrtiti–e

La buona derrata cava l’occhio al villano–e

Sotto il buon prezzo ci cova la frode–e

Le buone derrate vuotano la borsa.

La buona derrata, quando anche non abbia sotto l’inganno, ti vuota la borsa per la facilità del comprare.

A chi compra non bastano cent’occhi; a chi vende ne basta uno solo.

Chi vende è pratico della roba sua.

A chi fa bottega gli bisogna dar parole ad ognuno.

E peggio:

Artigiano che non mente, non ha mestier fra la gente.

A chi stima non duole il corpo.

Non ha riguardo a stimare alto, perché

Chi stima, non compra.

Al caro aggiungi danaro o lascialo.

Buon mercato inganna chi va al mercato.

Buon pagatore non si cura di dar buon pegno.

Carta canta e villan dorme–ovvero

Carta canti e villan dorma–e

Chi bene istrumenta, dorme sicuro–o

Chi ben istrumenta, ben s’addormenta–e

Lettere in carta, denari in arca–e

Lo scritto non si manda in bucato.

Carta vista mal non acquista.

Chi baratta, imbratta–e

Chi baratta, ha rozze–e

Chi barattò lardo per lardo, tutto sa di garanzino.

Cioè, rancido; perché, trattandosi di bestiame come d’ogni altra merce, sempre si cerca di barattare il disutile che non si potrebbe vendere a contanti, ed è mestiere da imbroglioni.

Chi ben conta, mal paga.

Chi biasima vuol comperare–e

(Vedi Illustrazione VII.)

In casa loda, e in mercato biasima.

Malum est, malum est, dicit omnis emptor. (Proverbi.) <> (MONTAIGNE.)

Chi buon guadagno aspetta, non si stanca.

Chi compra a tempo, vende nove per altri e un per sé.

Chi compra per pagare a tempo, fa un debito; e quando rivende, gli tocca sul prezzo pagare il debito e l’usura.

Chi fa mercanzia e non la conosce, i suoi denari diventan mosche.

Chi ha denari da ricuperare, molte gite ha da fare.

Chi mette il suo in sangue, la sera ride e la mattina piange.

Cioè chi traffica in bestiame si trova a delle perdite imprevedute per malattie o altri casi cui van soggette le bestie. Ai contadini però, nonostante questo rischio, è altrove molto raccomandato l’industriarsi sulla stalla.

Chi non piglia uccelli, mangi la civetta.

Chi non guadagna, è costretto a mangiarsi il capitale.

Chi non fallisce, non arricchisce–e

Quando uno è fallito, è in capitale.

Dei fallimenti dolosi.

E per ischerzo.

Fallire far lire.

È per quelli che falliscono col morto in cassa.

Chi più spende, meno spende.

Perché

La buona roba non fu mai cara.

Chi sa celare in parte i desir suoi,
compra la merce a miglior prezzo assai.

Chi sa perdere congiuntura, non s’adatti a mercatura.

Chi traffica, raffica.

Chi va alla piazza, se ben non v’ha a far, e’ ve n’accatta.

Chi va al mercato e mente, la borsa sua lo sente.

Alcuni fanno il fantino, e dicono d’aver avuto le merci a miglior prezzo che di vero non sono costate, e così pagano la gabella delle bugie e nuocono alla borsa. (SERDONATI.)

Chi va in mercato e non è burlato, è sicuro in ogni lato.

Colle lesine bisogna esser punteruolo.

Cogli avari bisogna essere spilorcio.

Compra uno e vendi tre; se fai male, apponlo a me.

Cosa cara tenuta, è mezza venduta.

Cosa troppo vista perde grazia e vista.

Omne ignotum pro magnifico est. (TACITO).

Dà del tuo a chi ha del suo.

Danari rifiutati non si spendono.

Dov’è il guadagno, si paga volentieri la pigione.

È buon comprare quando altri vuol vendere.

Perché

Roba perfetta, mezzo buttata (o tirata) via.

E più genericamente, d’ogni contratto o servigio.

Chi si profferisce è peggio d’un terzo.

Toglie una terza parte del valore alla roba profferta, o a sé medesimo.

Errore non fa pagamento.

È un cattivo (o mal) boccone quello che affoga–e

I meglio bocconi son quelli che strozzano–e

Cattivo quel guadagno che cagiona maggior danno–e

È meglio non acquistar che perdere.

Che il perder l’acquistato è maggior doglia
Che mai non acquistar quel che l’uom voglia. ( BERNI, Orlando).

I danari fan la piazza.

Piazza è voce tecnica di chi va al mercato, e significa mercato aperto.

Il cattivo riscuotitore fa il cattivo pagatore.

Il comprare insegna spendere.

Il fine del mercante è il fallire; e il fine del ladro in sulle forche, morire–e

Gli avari ed i falliti facilmente stanno uniti.

In commercio ed in amore sempre soli.

In pelago lodato non pescare.

Le cose che sono stimate buone da tutti, sono da molti occupate.

In piazza non aprir mai sacco.

I quattrini dell’avaro due volte vanno al mercato.

Perché comprando cattiva roba ci si torna presto.

La bottega non vuole alloggio.

La bottega non vuol gente che vi si fermino a cicalare.

La buona mercanzia trova presto recapito.

Si dice anche delle ragazze da marito.

La roba va dove vale.

Assioma in cui sta la dottrina del commercio libero.

Mercante di vino, mercante poverino; mercante d’olio, mercante d’oro–e

Mercante di frumento, mercante di tormento–e

Cera, tela e fustagno, bella bottega e poco guadagno–e

Ottone, rame e stagno, assai denari e poco guadagno–e

Olio, ferro e sale, mercanzia reale–e

Pietra, calcina e sabbione, mercanzia da babbione–e

Legna, fieno e cavalli mercanzia da disperati.

Mercante litigioso, o fallito o pidocchioso.

Mercante e porco non si pesa che dopo morto.–o meglio

Mercante e porco dammelo morto.

Quanti negozianti di grande credito e tenuti per danarosi furono alla lor morte trovati come falliti!

Mercanzia non vuole amici.

Non guarda in viso gli uomini; e quando un mercante vi dice <> allora fa pagare la roba più cara.

Misura e pesa, non avrai contesa.

Nel mar grosso si pigliano i pesci grossi–e

Nelle grandi acque si pigliano i pesci–e

Vai al mare, se ben vuoi pescare.

Nelle città grandi, nei vasti emporii sono occasioni di maggiori guadagni.

Né muli, né mulini, né compari cittadini, ne luoghi intorno ai fiumi, né beni di comuni, non te ne impacciar mai, ché te ne pentirai.

Non bisogna sviare (o spaventare) i colombi dalla colombaia.

Cioè gli avventori, i bottegai, e chiunque porti utile o guadagno.

Non comprare da chi si fa pregare.

Non resta carne in beccheria per trista che la sia.

Oggi si perde e doman si guadagna.

Pioggia in istrada tempesta in bottega.

La pioggia tiene lontano i compratori.

Prima scrivi e poi conta; prima conta e poi scrivi.

Stagione vende merce–e

Il temporale vende merce.

Temporale nella sua più antica significazione vale tempo, congiuntura, opportunità, occasione.

Tanto è mercante quello che perde che quello che guadagna.

Vendi in casa e compra in fiera.
(Vedi: Debito, Imprestiti, Mallevadorie.)

Coscienza, Gastigo dei falli

A chi è in fallo, l’uno par due.

A chi mal fa, mal va.

A chi vuole male, Dio gli toglie il senno.

Antica massima, improntata di fatalità pagana: ma può anche significare che la prudenza in fine dei conti manca al colpevole; che non si presuma cuoprire coll’arte i falli commessi, e correggerne i mali effetti.

Ad ogni tristo il dì suo tristo.

A veder la croce da lontano, il ladro si segna.

La Croce suole porsi a indicare il luogo dove uno è stato ammazzato.

Benedetto che si gastiga da se stesso.

Ben va al mulino chi c’invia l’asino.

È nostro il carico e il guadagno, o si facciano da noi le cose o per mezzo d’altri.

Chi altri tribola, sé non posa–e

Chi altri agghiaccia, se stesso infredda.

Chi di coltel ferisce, di coltel perisce–ovvero

Chi di coltello fere, di coltello pere.

Chi è cagion del suo mal pianga se stesso.

Chi cerca trova. e talor quel che non vorrebbe.

Chi delitto non ha, rossor non sente.

Chi è giusto, non può dubitare.

Chi è imbarcato col diavolo, ha a passare in sua compagnia.

Chi è in difetto, è in sospetto–e

Chi è in peccato, crede che tutti dicano male di lui–e

Chi ha la coda di paglia, ha sempre paura che gli pigli fuoco.

Chi fa, fa a sé.

Chi fa male, odia il lume.

Chi fa quel che non deve, gli intervien quel che e’ non crede.

Chi ha arruffato la matassa la strighi.

Chi ha fatto il male, faccia la penitenza–e

Chi ha mangiato i baccelli spazzi i gusci–e

Chi ha fatto la piscia a letto la rasciughi–e

Chi imbratta, spazzi–e

Chi è imbrattato si netti.

Chi ha il cul nell’ortica, spesse volte gli formica.

Chi ha spago, aggomitoli.

Chi è in peccato, scampi fuggendo.

Chi ha tegoli di vetro, non tiri sassi al vicino–e

Chi ha testa (o cervelliera) di vetro non faccia a’ sassi.

E chi ha una scheggia nell’occhio non riprenda il bruscolo nell’occhio altrui: a chi abbia il quale vizio proverbialmente suol dirsi:

Tirati in là, paiolo, che la padella non ti tinga.

Chi la fa, l’aspetti–e

Chi mal fa, male aspetta–e

Quel che si fa, si rià–e

Chi non falla, non teme–e

Chi non le fa, non le teme.

Chi la fa, la mangi–e

Chi l’ha fatta, si guardi.

Chi mal semina, mal raccoglie–e

Chi mal naviga, male arriva.

Chi mal vive, poco vive.

Chi mangia il pesce, caca le lische.

Chi rompe paga, e porta via i ciottoli (ovvero i cocci son sua).

Chi si scusa, s’accusa–e

Difendere la sua colpa è un’altra colpa–e

C’è chi risponde anco a chi non lo chiama.

Dinota il sospetto del colpevole, l’excusatio non petita.

Chi non gastiga i delitti ne cagiona dei nuovi.

Non potrebbe questo proverbio esser principio ad un trattato criminale?

Chi non ha coscienza, non ha vergogna né scienza.

Chi pecca in segreto fa la penitenza in pubblico.

Chi soffre, sel merta.

Chi sta alla scolte, sente le sue colpe.

Chi sospetta è in fallo.

Chi sta bene con sé, sta bene con tutti.

Come farai, così avrai.

Dappertutto c’è un testimonio.

E se non altri, vi sono la coscienza e Dio.

Diavol reca, e diavol porta.

Dimmi la vita che fai, e ti dirò la morte che farai.

Dio acconsente ma non sempre.

Dio lascia fare, ma non sopraffare.

Dio non paga il sabato (aggiungiamo ma a otta e tempo)

ovvero

Domeneddio non paga a giornate–e

Il giorno che si fa il debito non si va in prigione.

Il gastigo può differirsi, ma non si toglie.

Dove lega la ragione coscienza pugne.

Dove il discorso intoppa, non sa trovare argomenti, la coscienza t’impedisce; e si dice pure:

Trist’a quella bocca (o musa) che non sa trovar la scusa.

Gran peccato non può star celato.

Guai a quel topo che ha un sol buco per salvarsi!

Guarda alla pena di chi falla.

Il diavolo le insegna fare, ma non le insegna disfare–e

Il diavolo insegna rubare, ma non nascondere–e

Il diavolo insegna a far le pentole, ma non i coperchi–e

Il diavolo la fa e poi la palesa.

Il fuoco fa saltare le vespe fuori del vespaio.

Il gastigo fa lasciar la stanza del vizio, e il danno presente fa mutar parere. (SERDONATI.)

Il lupo avanti al gridare fugge.

Dicesi di quei che fatto alcun male si fuggono prima che la giustizia li scuopra. (SERDONATI.)

Il mondo paga chi ha da avere.

In bene e in male.

I pensieri sono esenti dal tributo, ma non dall’inferno.

La buona vita fa la faccia pulita.

La coscienza è come il solletico. (Chi lo cura, e chi no).

La coscienza vale per mille accusatori e per mille testimonia–e

La coscienza val per mille prove.

La fine del corsale è annegare.

La paura guarda la vigna.

Il timor del gastigo ritiene e raffrena i malfattori.

La pena è zoppa, ma pure arriva.

Raro antecedentem scelestum deseruit pede poena claudo. (ORAZIO.)

La penitenza corre dietro al peccato.

La prima si perdona, alla sconda si bastona–e

Alle tre si cuoce il pane (ovvero si corre il palio, o si dà il cavallo).

La saetta gira gira, torna addosso a chi la tira–e

Le saette non son foglie, chi le manda le raccoglie.

La vendetta di Dio non piomba in fretta.

Le bestemmie fanno come le processioni.

Che ritornano di dove ell’escono.

Mal non fare, paura non avere.

Molti hanno la coscienza si larga. che avanza una nave di chiesa–e

Molti hanno la coscienza dove i corbelli hanno la croce.

Molti, poi che l’hanno avuto, piangon quel che han voluto.

Né malattia né prigionia non fece mai buon uomo.

Mai! Così lavorano i proverbi, che fanno sentenze generali di ciò che accade pur troppo spesso.

Nessun pecca sapendo peccare.

È bella sentenza, e vale come se dicesse: dei tanti che peccano non ve n’è uno che sappia peccare in modo che gli torni conto, che pecchi insomma con giudizio.

Non bisogna aver paura che de’ suoi peccati.

Non fu fatta mai tanto liscia di notte, che non si risapesse di giorno–e

Quel che si fa all’oscuro apparisce al sole–e

Non si fa cosa sotto terra, che non si sappia sopra terra–e

Non si caca mai sotto la neve, che non si scuopra–e

Non nevica e non diaccia, che il sol non la disfaccia–e

Se non vuoi che si sappia, non lo fare–e

Tutte le cose vengono al palio–e

Il tempo scuopre tutto.

Non importa andare a Roma per la penitenza.

La portiamo dentro:

Palleat infelix quod proxima nesciat uxor. (PERSIO).

Non passa giubbilèo che ognun non sia gastigato.

La colpa non si cancella mai senza che prima sia punita.

Non ride sempre la moglie del ladro.

Ogni coltello aspetta il suo coltello–e

Ogni fallo aspetta il suo laccio.

Ognuno è figliuolo delle sue azioni.

Peccati vecchi, penitenza nuova.

Per far di quel proverbio in me la prova,
Che dice: a colpa vecchia pena nuova. (Orlando Furioso).

Per una volta la si può fare anche a suo padre.

Anche chi meglio conosce, può rrimanere per una volta ingannato.

Poca scienza e molta coscienza.

Qual asino dà in parete tal riceve.

Proverbio antico.

Qual pane hai, tal zuppa avrai.

Quando Dio vuol punire un uomo, spesso si serve dell’altr’uomo.

Quando la lepre perde il passo, convien che cada in bocca a’ cani.

Rare volte il diavolo giace morto nella fossa.

Rare volte i mali effetti delle nostre colpe e il gastigo che ne consegue, muoiono insieme con noi: questo discende nelle famiglie, e con esso le maledizioni.

Tal pensa salvarsi a pasqua, che è preso a mezza quaresima.

Tante volte al pozzo va la secchia, ch’ella vi lascia il manico o l’orecchia–e

Tanto va l’orcio per acqua, che e’ si rompe–e

Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino–e

Tanto va la mosca al miele, che ci lascia il capo–e

Tanto va l’oca al torso, che ci lascia il becco–e

Tanto va la rana al poggio, che ci lascia la pelle–e

Tanto va la capra al cavolo, che ci lascia il pelo–e

Tanto vola il parpaglione intorno al fuoco, che vi s’abbrucia.

Nota parpaglione (papillon), farfalla. Qui s’intende quella specie di farfallone che entra per le case, e che si chiama in alcuni luoghi papazzucco e fiutola e fiutino.

Tutti i nodi vengono al pettine.

Ogni mala azione finalmente ha il suo gastigo. Ma vuol anche dire che ogni difficoltà o vizio d’una qualunque faccenda si manifestano alla fine.

Ugna di leone e lingua di gatto guariscon del matto.

Cioè il gastigo o il biasimo.

Una ne paga cento (ovvero una le paga tutte).

Vergogna è a far male.

Vale che delle cose buone o indifferenti non bisogna vergognarsi, ma delle cattive.

Costanza, Fermezza

Al pan duro dente acuto.

Buona incudine non teme martello–e

Dura più l’incudine che il martello.

Qui il martello significa la violenza: e l’incudine la resistenza.

Chi è fortificato, non è turbato.

Chi indura, vale e dura.

Chi sta saldo e costante nel proposito, vince ogni difficoltà.

Chi non c’è non c’entri; e chi c’è, non si sgomenti.

Chi non ha sentimento, riman senza frumento.

Sentimento, col Vocabolario si tradurrebbe qui intelletto, senno: ma v’è qualcosa di più; v’è l’animo che dà forza al concetto della mente.

Chi non sa dir qualche volta di no, cosa buona oprar non può.

Chi non soffre, non vince.

Non vince gli ostacoli, non vince se stesso, ostacolo spesso peggiore d’ogni altro.

Cuor forte rompe cattiva sorte.

È un farsi maggior male, il lasciarsi vincere dal male.

Fa il dovere, e non temere–e

Fa che devi, e sia che può.

Il buon marinaro si conosce al cattivo tempo.

La virtù sta nel difficile.

Mente intera, virtù vera–e

Mente sicura, banchetto continuo.

Non arriva a godere chi non sa sostenere.

Non è buon re, chi non regge sé.

Non s’incorona se non chi combatte.

Ogni vento non scuote il noce.

Se fortuna travaglia un nobil core,
raro è che alfine non gli dia favore.

Vedi quanta evidenza di bei proverbi in questa materia.

Cupidità, Amor di se stesso

A chi ti porge il dito, tu piglia il dito e la mano.

Ad albero che cade, dàgli dàgli–e

Sopra l’albero caduto ognuno corre a far legna–e

Quando la casa brucia tutti si scaldano.

Ad altare ruinato non s’accende candela.

Alle volte si dà un uovo per un bue.

Amato non sarai, se a te solo penserai.

A nessuno piace la giustizia a casa sua–e

Ognuno ama la giustizia a casa d’altri.

A san Donato falli sempre buon viso–e

Ben venga chi ben porta–e

Porta teco, se vuoi viver meco–e

Porta aperta per chi porta; e chi non porta, parta.

Chi reca danari o altro, è certo d’essere il ben venuto. Suole anche usarsi quest’altro modo di dire: Che la porta si vuole aprir subito a chi se la spinge innanzi co’ piedi; per avere cioè le mani ingombre di roba.

Chi ha il mestolo in mano, fa la minestra a modo suo–e

Chi fa le parti, non parte.

Chi fa le parti agli altri, per sé non istà alla regola comune.

Chi ha preso, mal sa lasciare–e si dice

A lasciar si è sempre a tempo.

I Francesi: <>

Chi l’ha a mangiare, la lavi–e

A chi dole il dente, se lo cavi.

Si dice da chi non vuole pigliarsi brighe per altri.

Chi mangia solo, crepa solo.

Væ soli! L’abbandono nella vecchiezza e nelle necessità è la sorte dell’egoista.

Chi non dà quel che ha, non ha quel che vuole.

Chi non ha, darebbe; e chi non n’ha, ne vorrebbe–e

Chi più n’ha, più ne vorrebbe.

Ciò ch’è utile, non è vergogna–e

Chi è vergognoso, vada straccioso–e

È meglio cento beffe che un danno–e

Abbàssati, e accònciati.

E rincarando la sentenza già di per sé poco onorata:

Meglio aver delle corna che delle croci.

Ci son più cani che lepri–e

Ci sono più sparvieri che quaglie–e

Ci sono più trappole che topi.

Dicesi a chi cerca uffici o guadagni.

Colui è mio zio che vuole il ben mio.

Colui è provvisto di poco sapere,
che s’ammazza per quel che non può avere.

Ammazzarsi qui vale: faticar molto.

Contento io, contento il mondo–e

Morto io, morto il mondo.

Proverbi da nani presuntuosi, usati anche da certi brutti innamorati di se medesimi.

Corpo satollo non crede al digiuno.

Del cuoio d’altri si fanno le correggie larghe.

Della roba d’altri si spende senza risparmio.

Del mal d’altri l’uomo guarisce, e del proprio muore.

Dov’è cupidità non cercar carità.

I desiderii non empiono un sacco.

Il cane abbaja dove si pasce.

Il fornaio inforna sempre mai, ma non mai sé.

Il lupo mangia ogni carne, e lecca la sua.

Vale che ognuno risparmia sé e i suoi.

Il malato porta il sano.

Perché le case dei poveri sono allora più assistite.

Il primo prossimo è se stesso–e

È più vicino il dente che nessun parente. Le cose proprie ci muovono più che l’altrui.

Il ventre insegna il tutto.

La fiera par bella a chi vi guadagna.

E in altro modo:

Ognuno loda il proprio santo.

L’interesse è figliuolo del diavolo.

L’utile fa pigliar parte.

Nel pigliar non si falla.

Non istanno bene due ghiotti a un tagliere.

Or romper mi convien la pazienza
Che ad un taglier non pôn due ghiotti stare (BERNI, Or.)–e

Non istanno bene due galli in un pollaio.

Ogni cane lecca la mola, mal per quel che vi trova.

Ogni gallina raspa a sé–e

Ogni grillo grilla a sé.

Ogni prete loda le sue reliquie.

Ognuno auzza i suoi ferri.

Ognuno tira l’acqua al suo mulino.

Ognuno per sé, e Dio per tutti–e

(Vedi Illustrazione VIII.)

Ognuno dal canto suo cura si prenda–e

Ognuno si pari le mosche con la sua coda.

Ognuno vuol meglio a sé che agli altri.

Suole anche dirsi che San Francesco prima si faceva la barba per sé, poi la faceva a’ suoi frati.

Per i buon bocconi si fanno le questioni.

Quando è poco pane in tavola, tienti il tuo in mano.

Quando il villano è sul fico, non conosce né parente né amico.

Quando puoi aver del bene, pigliane.

Si balla bene sulle sale degli altri.

Tanto è il mal che non mi nuoce, quanto il ben che non mi giova.

Tanto è l’amore, quanto è l’utile.

L’Elvezio e il Bentham non inventarono nulla.

Tutti vogano alla galeotta.

Cioè tirando a sé.

Un po’ per uno non fa male a nessuno.