Debito

Debito, Imprevisti, Mallevadorìe

Accattare e non rendere, è vivere senza spendere.

Chi crede senza pegno non ha ingegno.

Abbiamo noi creduto che il verbo credere qui come in altri luoghi ritenesse la significazione latina, donde è rimasto dare a credenza; e però abbiamo qui posto un Proverbio, che altrimenti farebbe misero chi lo osservasse così da non credere a nessuno mai senza il pegno o la prova in mano: ognuno lo intenda secondo l’animo suo.

Chi dà a credenza spaccia assai, perde l’amico e denar non ha mai–e

Chi dà a’ cattivi pagatori, bestemmia il suo.

Chi del suo vuol esser signore, non entri mallevadore–ovvero

Chi entra mallevadore entra pagatore–e

Chi per altrui promette, entra per le larghe e esce per le strette–e

Chi sta per altri, paga per sé–e

Chi vuol sapere quel che il suo sia non faccia malleverìa.

Chi deve dare, sa comandare.

Da lui dipende in fine dei conti il dare o non dare.

Chi ha da avere può tirare uno zero.

Cioè, cassare la partita.

Chi gioca di piè, non paga i suoi debiti–e

Chi gioca di piè, paga di borsa.

Giocare di piè è tratto dal gioco della palla, dove il dare col piede è botta fallace; nel figurato vale andarsene. –Pare questi due si contraddicano, ma veramente chi fugge non paga i debiti; a fine poi dei conti quasi sempre con lo scappare uno si pregiudica.

Chi gli ha da avere, li vuole.

Chi non ha debiti, è ricco.

Chi non presta, se ne duole; ma gli ha il suo quando lo vuole–e

Chi presta, male annesta–e

Chi presta, tempesta; e chi accatta, fa la festa.

(Vedi Illustrazione IX.) Ed a mo’ di scherzo:

Se il prestar fosse buono, si presterebbe anche la moglie.

Chi non può di borsa, paghi di bocca.

Chi paga debito, fa capitale.

Chi vuol quaresima corta, faccia debiti da pagare a Pasqua.

Compra il letto d’un gran debitore.

Perché, avendovi potuto egli dormire con tanto debito, vi dormirai bene anche tu.

Credenza è morta, il mal pagar l’uccise.

Da cattivo debitore, o aceto o vin cercone.

O meglio:

Dal mal pagatore, o aceto o cercone.

Dai cattivi pagatori bisogna prendere ogni cosa.

Da dare a avere ci corre.

Debito vuol dir credito–e

Chi ha debito ha credito.

È uno scherzo: se non ti credono, tu non trovi da far debiti.

È meglio dare che avere a dare–e

È meglio pagare e poco avere, che molto avere e sempre dovere.

I debiti e i peccati crescon sempre–e

I peccati e i debiti son sempre più di quelli che si crede .

I debiti non si scordan mai–e

Chi è debitore non riposa come vuole–ma

Finché si è debitori si è nei dolori–e

Dorme chi ha dolore, e non dorme chi è debitore.

Il promettere è la vigilia del dare.

Libri né cavalli non s’imprestan mai.

Meglio dieci donare che cento prestare.

Non c’è lettere senz’uso.

Non c’è debito che si paghi subito.

Per debiti non s’è ancora impiccato nessuno.

I fatti però hanno smentito il proverbio.

Più che il mantello dura l’inchiostro.

Dicesi di roba non pagata, e il conto rimane.

T’annoia il tuo vicino? prestagli uno zecchino.

Così allora tu non lo vedi più. Ma contrariamente abbiamo pure: A’ cattivi vicini non gli prestar quattrini.

Cioè non fare ad essi agevolezze.

Tanti ha fastidi chi dee avere, che chi deve dare.

Tanto muore chi ha da avere, che chi ha da dare.

Uomo indebitato ogni anno lapidato.
(Vedi Economia domestica)

Diligenza, Vigilanza

A chi veglia, tutto si rivela.

Chi sta vigilante, scuopre e risà tutte le cose.

Chi campa d’un punto, campa di mille–e

Chi ne scampa una, ne scampa cento–e

Chi fece un, fece mille–e

Chi fa il buon mese, fa il buon anno.

E al contrario:

Quando scappa un punto, ne scappan cento–e

Preso per uno, preso per mille.

E proverbialmente:

Per un punto Martin perse la cappa.

A volte si va in rovina per una cosa di nulla. Gli spropositi sono come le spese: tutti si riguardano dalle grandi, e nessuno dalle piccole. Martino, fu abate d’un monastero, e per un punto perse la cappa abbaziale. Intorno a questo punto e a quello che fosse corrono istorie, ma nessuna bella o probabile; io ve la risparmio.

Chi cerca trova, e chi dorme sogna.

Chi erra nelle diecine, erra nelle migliaia.

Chi fa quel che può, non fa mai bene.

Fo quel che posso, è la scusa dell’indolente: non basta; i nostri contadini con rozza sapienza dicono: farò l’impossivole. Ma per consultazione di chi metta in conto del potere anche l’intensità del volere abbiamo questi altri:

Chi fa quel ch’e’ può, non è tenuto a far di più–e

Quel che non si può, non si deve–e

Ognuno fa quel che può–e

All’impossibile nessuno è tenuto–e

Di là dal podere non ci si va.

Chi ha da fare, non dorme–e

Chi vuol fare, non dorme.

Sta qui a indicare i danni o l’impazienza dell’indugio.

Chi non fa il nodo, perde il punto.

È tolto dall’opera dei sarti e delle cucitrici; si dice anche:

Legala bene, e poi lasciala andare.

Chi non guarda non vede–e

Chi non ci bada, non se n’avvede.

Chi non rassetta il buchino, rassetta il bucone–e

Chi non tura bucolin, tura bucone–e

Dove non si mette l’ago, si mette il capo.

Vi si fa presto una tana; e perciò:

Chi corre col punto non corre colla toppa.

Chi ha cura che il buco non si allarghi, risarcisce subito per non rattoppar poi: principiis obsta.

Chi si guarda dalla prima, si guarda da tutte.

Chi veglia più degli altri più vive.

Diligenza passa scienza.

Il negligente, la fame lo fa diligente.

La buona cura scaccia la mala ventura–e

Buona guardia schiva ria ventura–e

Buono studio rompe rea fortuna.

Studio latinamente qui vale industria, cura, impegno che si mette nell’accudire a checchessia.

La donna alla finestra, la gatta alla minestra.

La donna da casa non perda mai tempo.

Ogni dì è nostro–ma

Ogni dì ne passa uno–ovvero

Ogni dì ne va un dì–e

L’ore non tornano indietro.

Per un chiodo si perde un ferro, e per un ferro un cavallo.

Tanto razzola la gallina che trova la sua pipìta.

Cioè la troppa diligenza è spesso dannosa.

(Vedi Risolutezza, ecc.)

Donna, Matrimonio

Abbi donna di te minore, se vuoi essere signore.

A chi prende moglie ci voglion due cervelli.

Acqua, fumo e mala femmina cacciano la gente di casa.

A donna imbellettata voltagli le spalle.

A giovane assennato, la donna a lato.

Alla conocchia anche il pazzo s’inginocchia.

Nota bene, la conocchia è la casalinga, la donna di Salomone.

Alla prima moglie ci si mette del suo, alla seconda si sta in capitale, alla terza si guadagna.

Vuol dire che una dote non serve ad arricchire il marito, ma che ve ne vogliono più d’una, perché la moglie in generale costa più di quel che porti.

Alle donne che non fanno figli
non ci andar né per piaceri né per consigli.

Napoleone alla Staël che gli domanda quale tra le donne ci tenesse da più, rispose: quella che ha fatto più figli.

Al molino (o alla vigna) e alla sposa, manca sempre qualche cosa.

La donna ha molte necessità, e uno sposalizio molte spese: così la vigna ed il molino costano a fare e poi costano a mantenere.

All’uomo moglie, al putto verga.

Per domarli e farli stare a segno, levare ad essi il ruzzo dal capo–e

Chi vuol gastigare un matto gli dia moglie–e

Dàgli moglie, ed hailo giunto.

Amor, dispetto, rabbia e gelosia
sul core d’ogni donna han signoria.

O l’uno o l’altro pur troppo spesso, ma tutt’insieme grazie a Dio no: chè anzi forse il secondo e il terzo nascono quando il primo viene a mancare, sia colpa altrui o di loro stesse.

Ancor non è nata e vediamola maritata.

Dicesi alle ragazze impazienti di maritarsi.

Astuzia di donne le vince tutte–e

La donna ne sa un punto più del diavolo.

A Venezia con più garbo:

Se la dona vol, tutto la pol.

Camera adorna, donna savia.

Cioè adorna di figlioli.

Chi disse donna, disse danno.

In Siena le donne rispondono:

Chi disse uomo, disse malanno–ovvero

(Vedi Illustrazione X).

Chi disse donna, disse guai.

Le donne rispondono:

E chi disse uomo, disse peggio che mai.

Chi donne pratica, giudizio perde.

Chi è geloso, è becco.

Ma in contrario:

È meglio esser geloso che becco.

Chi ha buon marito, lo porta in viso.

Nota, lettore, la forma graziosa di questo e d’altri Proverbi, che son fatti dalle donne: ed è peccato ne facciano pochi, perché avrebbero che rispondere a molti di questi dove sono maltrattate; si maltrattano, perché ci sono care, e si vorrebbero tutte perfezione.

Chi ha guidato la sposa a casa, sa quanto dura il pianto d’una femmina.

Non, ita me dii, vera gemunt, juverint. (CATULLO.)

Chi ha le buche nelle gote, si marita senza dote.

Buche pozzette.

Chi ha male al dito, sempre lo mira;
chi ha mal marito, sempre sospira.

Chi ha moglie, ha doglie–e

Chi ha moglie allato, sta sempre travagliato–e

Chi non sa quel che sia malanno e doglie,
se non è maritato, prenda moglie.

Avverti però che, in questo mondo di brontoloni, chi è contento sta sempre zitto.

Chi ha quattrini conta e chi ha bella moglie canta.

Spesso per isbattere la mattana.

Chi ha rogna da grattare e moglie da guardare, non gli manca mai da fare.

Chi incontra buona moglie ha gran fortuna–e

Chi cattiva donna ha, l’inferno nel mondo ha–e

Chi ha cattiva donna, ha il purgatorio per vicino.

Purgatorio qui è personificato; intendi per dolori e sofferenze.

Chi le porta è l’ultimo a saperle.

Chi mal si marita non esce mai di fatica–e

Chi si marita male non fa mai carnevale–e

Chi asino caccia e p… mena, non esce mai di pena.

Chi mena la sua moglie a ogni festa, e dà bere al cavallo a ogni fontana, in capo all’anno il cavallo è bolso, e la moglie…

E a Venezia:

Tre calighi fa una piova, tre piove una brentana, e tre festini una……

Brentana, alluvione della Brenta o d’altro fiume–e

Né d’erba febraiola né di donna festaiola non ti fidare–e

Femmine e galline, per girellar troppo, si perdono–e

La donna girellona è acqua in un vaglio.

E dicesi anco:

Pecore e donne a casa a buon’ora.

Chi resta in casa e manda fuor la moglie,
Semina roba e disonor raccoglie.

Chi per amor si piglia, per rabbia si lascia (ovvero per rabbia si scapiglia)–e

Chi si marita per amore, di notte ha piacere, e di giorno ha dolore.

Chi piglia l’anguilla per la coda e la donna per la parola, può dire di non tener nulla.

Chi piglia moglie e non sa l’uso,
assottiglia le gambe e allunga il muso.

Chi piglia moglie per denaj, spesso sposa liti e guai.

Chi prende moglie perde la metà del cervello; l’altra metà se ne va in radici.

Chi prende una moglie, merita una corona di pazienza; chi ne prende due, merita una corona di pazzia.

Chi si ammoglia non sa che ben si voglia.

Non sa che cosa egli si desideri, qual sorta di bene prepari a sé.

Chi si divide di letto, divide l’affetto–e

La tavola e il letto mantiene l’affetto.

Chi si marita fa bene, e chi no, meglio–e

Chi si marita, si pone in cammino per far penitenza.

Chi si marita in fretta, stenta adagio.

Chi si somiglia si piglia.

Chi spera col tor moglie uscir di guai,
non avrà ben mai mai mai, mai mai.

Chi toglie moglie per la roba, la borsa va a marito.

Come uno piglia moglie, egli entra nel pensatoio.

Da’ moglie al tristo, da’ marito alla dolente;
fatto il mercato, ognuno se ne pente.

Dal mare sale, e dalla donna male.

Delle moglie è più dovizia che de’ polli.

Di buona terra to’ la vigna, di buona madre to’ la figlia.

Di’ una volta a una donna che è bella, e il diavolo glielo ripeterà dieci volte.

Una gran dama andava a perire nel più bel fiore di sua vita: un sacerdote la invitò a far la sua confessione. Ella rispose: –La mia confessione è presto fatta: sono giovane, sono stata bella, mi è stato detto; potete indovinare il resto.

Doglia di moglie morta, dura fino alla porta.

E al contrario:

Alla morte del marito poca cera e molto lucignolo.

E a Venezia:

Quattro lagrimette, quattro candelette.

Voltà el canton, passà el dolor.

Accenna al duolo di vedovella–e

L’abito della vedova mostra il passato,
gli occhi piangono il presente,
e il cuore va cercando l’avvenire.

Donna buona vale una corona.

Donna che dona di rado è buona.

E al contrario:

Né lettere né doni rifiutan le donne.

Donna che ha molti amici, ha molte lingue mordaci.

Donna che per amor si piglia, si tenga in briglia.

Donna che regge all’oro, val piu d’un gran tesoro–ma

Donna che piglia è nell’altrui artiglia.

Donna che ti stringe e le braccia al collo ti cinge,
poco t’ama e molto finge,
e nel fine ti abbrucia e tinge.

Donna danno, sposa spesa, moglie maglio.

Donna di monte, cavalier di corte.

Accenna all’ardita robustezza delle donne montanine:

A cui più vivo e schietto
Aere ondeggiar fa il petto. (PARINI).

Donna di quindici e uomo di trenta.

Donna e fuoco toccali poco.

Donna e luna, oggi serena, domani bruna.

Donna e vino, imbriaca il grande e il piccolino.

Donna iraconda, mare senza sponda.

Donna oziosa, non può esser virtuosa.

Donna, padella e lume, sono gran consumo.

La padella e la lucerna consumano molto olio: la donna, se è cattiva, altro che olio! (Prov. Lomb.)

Donna pregata nega, trascurata prega.

Donna prudente, è una gioja eccellente.

Donna savia e bella, è preziosa anche in gonnella.

Donna vecchia, donna proverbiosa.

Donna specchiante, poco filante.

Quelle che consumano assai tempo attorno allo specchio, fanno poche faccende in casa–e

Donna adorna, tardi esce e tardi torna.

Tardi ai roman spettacoli
L’altera Giulia venne,
Ma i primi onor del Lazio
Tra le altre belle ottenne. (SAVIOLI).

Donna e popone, beato chi se n’appone–e

Chi sa ben trovar meloni, trova buona moglie.

Donna si lagna, donna si duole,
donna s’ammala, quando la vuole–e

Le donne son malate tredici mesi dell’anno–e

Le donne hanno quattro malattie all’anno, e tre bei mesi dura ogni malanno.

Donne, asini e noci, voglion le mani atroci.

Donne e buoi de’ paesi tuoi–e

(Vedi Illustrazione XI.)

Moglie e ronzino pigliali dal vicino.

Chi di lontano si va a maritare, sarà ingannato o vuol ingannare.

Ma però,

Chi si marita con parenti, corta vita e lunghi tormenti.

Donne danno, fanno gli uomini e gli disfanno.

Donne e sardine son buone piccoline.

Dove donna domina, tutto si contamina–e

Dove la donna domina e governa,
ivi sovente la pace non sverna–e

Chi si governa per consiglio di donne, non può durare.

Dove son femmine e oche, non vi son parole poche–e

Donne e oche, tienne poche.

Due dì gode il marito la sua metà,
il dì che la porta a casa, e quello che la se ne va.

È meglio essere mezzo appiccato che male ammogliato.

È meglio una cattiva parola del marito, che una buona del fratello.

Lo dicono le ragazze che hanno voglia di maritarsi ad ogni costo–e

Pane di fratello, pane e coltello:
pane di marito, pane ardito.

Femmìna d’abito adorno, balestro attorno.

Femmina piange da un occhio e dall’altro ride.

Femmine, vino e cavallo, mercanzia di fallo–e

Comprar cavalli e tor moglie; serra gli occhi, e raccomandati a Dio.

Fiume, grondaia e donna parlatora, mandan l’uom di casa fuora.

Anche Salomone ne’ Proverbi rassomiglia la donna ciarliera e litigiosa a una grondaia.

Giovane ritirata, giovane desiderata.

Gran dote, gran baldezza–e

Dov’entra dote, esce libertà–e

Dote di donna non arricchì mai casa.

Il campanello di camera è il peggio suono che si possa avere negli orecchi.

Cioè, i rimbrotti della moglie importuna.

Il contento di bella moglie poco ti dà e molto ti toglie.

Il cuor delle donne è fatto a spicchi come il popone.

Il matrimonio non è per tutti, chi fa belli e chi fa brutti.

Il parentato dev’esser pari.

Il prim’anno che l’uomo piglia moglie, o s’ammala o s’indebita.

Il prim’anno s’abbraccia, il secondo s’infascia, il terzo s’ha il mal’anno e la mala pasqua.

I matrimoni sono, non come si fanno, ma come riescono.

La buona moglie fa il buon marito.

E viceversa:

La donna è come la castagna; bella di fuori, e dentro è la magagna.

La donna è come l’appetito, va contentata a tempo.

La donna e l’orto vuole un sol padrone.

La donna guarda più sott’occhio che non fa l’uomo a diritto filo.

La donna ha più capricci che ricci.

La donna, il fuoco e il mare fanno l’uom pericolare.

La donna per piccola che la sia,
la vince il diavolo in furberia.

La donna sa dove nasce e non sa dove muore.

La gallina che sta nel pollaio,
è segno che vuol bene al gallo.

Lagrime di donne, fontana di malizia.

La madre da fatti, fa la figliuola misera.

Si dice contro alle donne faccendiere.

La moglie è la chiave della casa.

La moglie, lo schioppo e il cane non si prestano a nessuno.

La prima è moglie, la seconda compagnia, la terza eresia.

Ma diversamente:

La prima è asinella, la seconda tortorella.

E in modo più ruvido:

La seconda non gode, se la prima non muore.

La savia femmina rifà la casa, e la matta la disfà.

Le buone donne non hanno né occhi né orecchi.

Le donne arrivano i pazzi e i savi.

Che il pazzo e il savio è dalle donne giunto. (Orlando Innamorato.)

Le donne dicono sempre il vero; ma non lo dicono tutto intero.

Le donne e le ciliege son colorite per lor proprio danno.

Le donne hanno lunghi i capelli e corto il cervello.

Le donne hanno sette spiriti in corpo–e

Le donne son come i gatti; finché non battono il naso, non muoiono–e

Le donne hanno l’anima attaccata al corpo con la colla cerviona–e

La gatta ha sette vite, e la donna sette più.

La vita della donna, pericolante e spesso turbata da malattie nei primi anni, è tenacissima nei più avanzati.

Le donne piglian ben le pulci.

Le donne quando son ragazze han sette mani e una lingua sola; e quando son maritate han sette lingue e una mano sola.

Le ragazze si studiano lavorare per farsi il corredo e poco si arrischiano a parlare.

Le donne quasi tutte per parer belle le si fanno brutte.

Le donne s’attaccano sempre al peggio.

Le donne son segrete come il dolor di corpo–e

Le donne se le tacciono le crepano–e

Le donne tacciono quello che non sanno–e

Quel che alla donna ogni segreto fida,
ne vien col tempo a far pubbliche grida.

Le donne son figliuole dell’indugio.

Dum molliuntur, dum comuntur, annus est.

Le donne son sante in chiesa, angele in istrada, diavole in casa, civette alla finestra, e gazze alla porta.

Le femmine calano come la cassa de’ mercanti.

Le mogli si tolgono a vita, non a prova.

Le ragazze piangono con un occhio, le maritate con due, e le monache con quattro.

Marito minchione, mezzo pane.

Marito vecchio e moglie giovane assai figliuoli–e

Una giovane e un vecchio empion la casa e il tetto.

Marito vecchio, meglio che nulla.

Matta è la donna che nell’uomo crede, che ne’ calzoni si porta la fede.

Meglio è vedova sedere, ch’essere maritata e male avere–e

Quando la vedova si rimarita, la penitenza non è finita.

Meglio il marito senza amore che con gelosia.

Non è vero.

Moglie grassa, marito allegro; moglie magra, marito addolorato.

Moglie perfidiosa e marito pertinace non vivon mai in pace.

Monaca di San Pasquale
due capi sopra un guanciale.

Dicesi a certe santocchie che sempre ripetono volersi far monache, mentre hanno altro pel capo–e

Occhi bassi e cuor contrito, la bizzoca vuol marito.

Mostrami la moglie, ti dirò che marito ha.

Nel marito prudenza, nella moglie pazienza,

Nel matrimonio un mese di miele e il resto di fiele.

Né nozze senza canti, né mortorii senza pianti,

Non bisogna contentar le donne se non del lino.

Non dare i calzoni alla moglie–e

Le brache all’uomo, e alla donna il camiciotto.

Non segue matrimonio che non centri il demonio–e

Non si fecero mai nozze, che il diavolo non ci volesse far la salsa.

Non vi è pentola sì brutta che non trovi il suo coperchio.

Nozze e magistrato, dal cielo è destinato–e

Il maritare e l’impiccare è destinato.

Ogni gatta ha il suo gennaio

Ogni gatta vuole il sonaglio.

Si dice delle donne, quando, o belle o brutte che sieno, vogliono gli adornamenti che hanno tutte le altre.

Ogni vite vuole il suo palo–e

Il Signore quando creò la zappa, creò anche il manico.

Nessuna giovane dee disperare di maritarsi.

Pere e donne senza romori, sono stimate le migliori.

Cattiva pera stride a mangiarla.

Per le donne in convulsione, è un gran recipe il bastone.

Pigliar moglie, suona bene e poi sa male.

Più vale una savia donna filando, che cento triste vegliando.

Cioè, facendo veglia, o andando a veglia.

Povera la donna che si pente d’essere stata buona!

Putto in vino e donna in latino, non fece mai buon fine.

Qual figlia vuoi, tal moglie piglia–o

Secondo vuoi la famiglia, la moglie piglia.

Quando si maritan vedove, il benedetto va tutto il giorno per casa.

Benedetto quel pover’uomo che non c’è più! benedetto quella povera anima del mio marito! benedetto quell’altro, almeno… E qui paragoni odiosi sempre al secondo.

Quest’anno fignolosa, e quest’altro anno sposa.

Ragazza vecchia fortuna aspetta.

Savie all’impensata e pazze alla pensata.

Molti consigli delle donne sono
Meglio improvvisi che a pensarvi, usciti (ARIOSTO).

S’è grande, è oziosa; s’è piccola, è viziosa; s’è bella è vanitosa; s’è brutta, è fastidiosa.

Se il matrimonio durasse un anno, tutti si mariterebbero.

Se la donna di gran beltade non ha angelica onestade, non gli far veder le strade.

Se l’avessi conosciuta prima, non l’avrei sposata dopo–e

Spesso l’uomo ingannato si trova che piglia donna a vista e non a prova.

Se le donne fossero d’oro, non varrebbero un quattrino.

Perché non reggerebbe al martello.

Senza il pastore non va la pecora.

La donna ha bisogno della guida dell’uomo.

Senza moglie a lato l’uom non è beato.

Sette s’accordano in una scuffia, e due non s’accordano in un lenzuolo.

Se v’è in paese una buona moglie, ciascuno crede che sia la sua.

Sposare una vedova è fatica doppia–e

Dio ti guardi da donna due volte maritata.

Tal castiga la moglie che non l’ha,
che quando l’ha, castigar non la sa–e

Chi non ha moglie ben la batte, chi non ha figliuoli, ben gli pasce.

Tra moglie e marito non mettere un dito.

Tre cose cacciano l’uomo di casa, il fumo, la casa mal coperta e la ria femmina.

Tre cose non si possono tener nascoste,
donne in casa, fusi in sacco e paglia nelle scarpe.

Tre donne fanno un mercato, e quattro fanno una fiera.

In Toscana:

Tre donne e un magnano
fecero la fiera a Dicomano.

E a Venezia:

Due donne e un’oca fanno un mercato–e

Più facile trovar dolce l’assenzio,
che in mezzo a poche donne un gran silenzio.

Tutti i peccati mortali son femmine.

Una giovine in mano a un vecchio, un uccello in mano a un ragazzo, un cavallo in mano a un frate, son tre cose strapazzate.

Il Pescetti aggiunge: e il vino in man’ a’ Tedeschi.

Un signor che il tuo ti toglie, mal francese con le doglie, assassin che ti dispoglie, è men mal che l’aver moglie.

Un uomo di paglia vuole una donna d’oro.

Uomo ammogliato, uccello in gabbia.

Uomo senza moglie, è mosca senza capo.

Val più una berretta che cento cuffie.
(Vedi Famiglia.)

Economia domestica

A buon spenditore Iddio è tesoriere.

A chi fa il pane e staccia non gli si ruba focaccia.

A chi fa tutto da sé.

A granello a granello s’empie lo staio e si fa il monte–e

A quattrino a quattrino si fa il fiorino–e

Poco e spesso empie il borsello–e

Molti pochi fanno un assai–e

Un poco e un poco fa un tòcco.

Alle volte costa più la salsa che il coniglio.

Una spesa che da principio ti sembra piccola, ne tira dietro poi delle altre.

A pigliar non esser lente, a pagar non esser corrente–o

A pagar non esser corrente, che può nascer l’accidente che tu non paghi niente–e

Alla morte e al pagamento indugia quanto puoi–ovvero

A due cose è bene indugiare, a morire e a pagare.

Buon pagatore, dell’altrui borsa è signore–e

Buon pagatore non si cura di dar buon pegno.

Buon riscotitore è cattivo pagatore.

Carestia di piazza è meglio che dovizia di casa.

<> Diceva Agnolo Pandolfini a’ suoi figliuoli, nel Governo della Famiglia oggi attribuito a Leon Battista Alberti.

Carestia prevista (o aspettata) non venne mai.

Ed a chi sappia ben governarsi:

Carestia fa dovizia–e

La carestia fa buona masseria.

Perché:

L’economia è una gran raccolta.

Cavalli, cani, uccelli e servitori,
guastan, mangian, ruinano i signori.

Cento testamenti e una sola donazione.

Che colpa n’ha la gatta, se la massaia è matta?

Chi attende al suo, non perde mai nulla.

Chi ben ripone, ben trova–e

Chi ben serra, ben apre.

Chi compra pane al fornaio, legna legate e vino al minuto, non fa le spese a sé ma ad altri–e

Chi compra a minuto, pasce i figliuoli d’altri e affanna i suoi.

Chi compra ciò che pagar non può, vende ciò che non vuole.

Chi del suo si spodesta, un maglio gli sia dato sulla testa–ovvero

Chi del suo si depodesta, un maglio sulla testa.

Chi fa onore ai panni, i panni fanno onore a lui.

Cioè chi ten conto della roba–ma

Chi di vecchio si veste, gode poco e presto n’esce.

Di vecchio, cioè di roba vecchia–e

Chi veste di mal panno, si riveste due volte all’anno.

Chi fila e fa filare, buona massaia si fa chiamare.

Ed anche:

Il fusaiolo è d’argento, e fa le donne sufficienti.

Chi ha casa e podere, può tremare e non cadere–e

Chi ha casa e podere, ha più del suo dovere–e

Casa per suo abitare, vigna per suo lavorare, terren quanto si può guardare.

Cioè custodire. In questo serva di norma l’aforismo di Catone: Fabbrica in guisa che la casa non cerchi il fondo, né il fondo la casa.

Chi mostra i quattrini mostra il giudizio.

Mostra cioè d’averne poco.

Chi mura bene, gli perde mezzi; chi mura male gli perde tutti–e

Chi edifica, la borsa purifica–e

Il fabbricare è un dolce impoverire–e

Chi ha denari assai, fabbrica; chi n’ha davanzo, dipinge–e

Chi mura, mura sé.

Chi non apre ben gli occhi a’ fatti sui,
stentando va per arricchire altrui.

Chi non ha denari, scartabella.

Cioè va cercando tra le sue carte qualche titolo, qualche ammennicolo per far danaro; onde trovasi:

Cavalier male arrivato, vecchia carta ve cercando.

Chi non sa rubare, muri.

Avverte i padroni delle frodi che sogliono farsi nel rendimento di conti delle fabbriche.

Chi provvede a tempo la casa, fa una bottega.

Perché alla roba cresce il prezzo.

Chi sa acquistare e non custodire, può ire a morire.

Chitarra e schioppo fanno andare la casa a galoppo.

Le feste e la caccia fanno andare in rovina.

Chi tiene il cavallo e non ha strame, in capo all’anno si gratta il forame.

Chi trova una chiave, trova due quattrini, ma chi la perde, perde due carlini.

Chi vuol esser ben servito, muti spesso–e

Granata nuova spazza ben tre giorni.

Come si usano, ambidue hanno lo stesso significato; e sarebbero egualmente veri né patirebbero eccezione, se l’uomo fosse una granata non mai capace d’alcuno affetto–e

Il gallo e il servitore in un anno perdon vigore.

Chi vuol trovar la gallina, scompigli la vicinanza.

Chi vuol vedere il padrone, guardi i servitori.

Vedere per conoscere: <>

Chi vuol vedere un uomo (o una donna) da poco, lo metta a accendere il lume e il fuoco.

Ed altrove dicono:

Chi sa far fuoco, sa far casa.

Nell’Odissea è vanto d’Ulisse, — chè niuno potrebbe contendere seco nell’arte di bene accendere il fuoco.

Dalla paglia al legame cresce la fame.

Vicino alla mèsse, si eleva il prezzo delle biade.

Danari, boschi e prati, entrate per preti e frati.

Perché non vogliono grandi cure.

Dove sta il cane non cercare il grasso.

È meglio dar la lana che la pecora.

È meglio tenere a terra che vendere a calcina.

Fabbricare case, avere, come suol dirsi, la voglia del calcinaccio, finisce male e bisogna vendere–e

I terreni non diventan mai vecchi.

Le industrie sì ed ogni sorta di mobile capitale soffre di necessità mille accidenti non prevedibili: il solo possesso di terra fa lungamente vivere la famiglia.
E dicesi anche:

Nei campi si vive e in casa si muore–ovvero

Casa casca, campi campa–e

Il campo non invecchia mai.

Bei modi del nostro popolo di esprimere l’affetto suo pei campi.

Fatto un certo che, la roba si fa da sé (ovvero la roba vien da sé)–e

Il primo scudo è il più difficile a fare–e

Tutto sta nel fare i primi paoli.

Gli anni della fame cominciano nella greppia del bestiame.

È proverbio della Venezia, ed ha questa spiegazione:
Che riguarda specialmente alle provviste da mangiare per l’inverno. I nostri contadini fanno troppo assegnamento sui loro erbaj, ed in questa speranza stringono la mano nel fornire le corti e le capanne di secche provvigioni, e segnatamente di fieno. Donde ne viene che gli animali insufficientemente pasciuti non danno alcun prodotto, o lo forniscono a spese del proprio corpo, dimagrando. (COLETTI.)

Gli uomini fanno la roba, e le donne la conservano–e

Il sacco l’uomo lo empie e la donna l’attacca.

Cioè, lo conserva.

I danari non bastano; bisogna saperli spendere.

Iddio fa l’abbondanza e l’uomo la carestia.

Idee da gran signori, e entrate da cappuccini.

Perché:

Ricchezza mal disposta, a povertà s’accosta.

I giardini belli vuotano i borselli.

Il danaro viene in casa con lo zoppo e si parte col postiglione.

Il guadagnare insegna a spendere.

Il piè del padrone ingrassa il campo–e

Tristo a quell’avere che il suo signor non vede–e

L’occhio del padrone ingrassa il cavallo–e

Quando il padrone sta in campagna guarisce il campo e il fattore s’ammala–e

Il padrone in villa è febbre al contadino, e sanità al podere–e

Se compri un podere oggi, fa che domani in città più non alloggi.

In capo all’anno mangia più il morto che il sano.

Detto delle offerte.

In casa stringi, in viaggio spendi e in malattia spandi.

Ottime regole.

L’allegria delle donne è il lino.

La gatta grassa fa onore alla casa.

La massaia che va in campagna, perde più che non guadagna.–e

La massaia che attende a ca’, guadagna cinque soldi, e non lo sa.

La roba che guarda in su l’è tutta di Gesù.

Il grano ed ogni cosa vicina a maturazione ha mille casi e mille pericoli.

La roba sta con chi la sa tenere.

La tassa (per imposta) non ha misura.

Mal beata quella scodella, dove sette man rastella.

Che tosto si vuota.

Massaia piena fa tosto da cena–e

Se la casa è piena, presto si fa da cena.

Meglio aver regola che rendita.

Meglio buon desinare che una bella giubba.

Meglio vendere che viver senza spendere.

Metti la roba in un cantone, ché viene tempo ch’ella ha stagione.

Perché:

Non è sì trista spazzatura, che non s’adopri una volta l’anno, né sì cattivo paniere, che non s’adopri alla vendemmia.

Molti servitori, molti rumori–e

Tanti servitori, tanti nemici–e

Chi non ha servitori non ha peccati.

Né casa in un canto, né vigna in un campo.

La casa perché è pericolosa l’essere isolata, la vigna perché non sia guastata da quelli che passano.

Né legna, né carbone non comprar quando piove.

Pesano di più.

Nel mese di maggio fornisciti di legna e di formaggio.

Non lisciare il pelo al servitore.

Tieni il grado tuo né ti addomesticar troppo.

Ordine, mezzo e ragione, governi ogni magione–e

Ragione fa magione.

Pane e bucata (cioè bucato) fan donna scorrucciata.

Sono le due maggiori fatiche della massaia.

Panno fatto, sole attende.

Cioè bisogna imbucatarlo presto e soleggiarlo.

Piede alla culla e mano al fuso, mostrano la buona massaja–e

Piglia casa con focolare, e donna che sappia filare.

Poco può dare al suo scudiere, chi lecca il suo tagliere.

Quando il marito fa terra, la moglie fa carne.

Fare, cioè acquistare terra: d’un contadino che abbia della terra al sole (cioè in proprio), si dice che egli ha il cul terroso. Quando il marito fa terra, la moglie si fa più appariscente in abiti e in aspetto.

Quando il padre marita la figlia, egli ha casa e vigna; quando l’ha maritata, non ha né vigna né casa.

Per questo si dice anche:

Debito e fanciulle da maritare, guarda la gamba.

Quando la donna folleggia, la fante danneggia.

Nota, donna nel senso proprio di padrona.

Quando la mora è nera, un fuso per sera; quando l’è nera affatto, filane tre o quattro–e

Quando la saggina rossa mostra il muso, è ora da tor su la rocca e il fuso.

Quando si ha una piccola villa, non patisce di fame la famiglia.

Quel che non va nel manico, va nel canestro–e

Quel che non va nelle maniche, va ne’ gheroni.

Quello che non serve ad una cosa, serve ad un’altra.

Segui la formica se vuoi viver senza fatica.

Seguire qui vale imitare. <>

Seta e raso, spengono il fuoco in cucina.

Chi fa troppo lusso nel vestire mangia poi male.

Se vuoi comprar terra a buon mercato
comprala da uno spiantato,
o da figliuol ch’abbia ereditato.

Se mala man non prende, canton di casa rende.

Cioè le cose perdute si ritrovano, se altri non le ha rubate–e

Dai ladri di casa non ci si guarda.

Tanta bocca ha il barile, quanta la botte–e

Tanto caca un bue, quanto un uccellino–e

Tanto beve l’oca, quanto il papero.

Né molto diversamente:

Tanto cocchiume vuole una botte piccola, quanto una grande.

Ognuno ha bisogno di mangiare: ma il primo s’appropria più specialmente ai fanciulli, i quali costano alle volte più dei grandi.

Trista a quella casa che ha bisogno di puntelli.

Tristo a quel soldo che peggiora il ducato.

Tristo quel risparmio che poi t’obbliga a maggiore spesa; che si direbbe un guardare ai lucignolo e non all’olio.

Tutti i cenci vanno in bucato.

Cioè, qualunque pezzo di cencio che paia inservibile, pure viene adoperato finché ce n’è biracchio fino all’ultimo straccio.

Un buon servitore val più d’un buon padrone.

Per la economia della casa.

(Vedi Parsimonia.)

Errore, Fallacia dei disegni, Insufficienza dei propositi

A far dei castelli in aria tutti siam buoni.

Alle volte si crede trovare il sole d’agosto e si trova la luna di marzo.

C’insegna a non disporre d’alcuna cosa prima che ella non sia in nostro potere. (Prov. Lomb.)

Altro è correre, altro è arrivare.

Altro è tendere, altro è pigliare–e

È un di più tender bene, se la rete non tiene.

A tutti i poeti manca un verso.

Chi cammina inciampa–e

Chi è ritto può cadere–e

E’ cade anche un cavallo che ha quattro gambe.

Chi conta sul futuro sovente s’inganna–e

Buon cane non trova buon orso (o non trova lepri).

Chi erra nell’elezione, erra nel servigio.

Elezione è qui lo scegliere la cosa da fare (è l’oraziano lecta potenter, ecc.) chi non l’abbia scelta con sicurezza di se medesimo, riesce poi male nel servigio, che toscanamente vale opera o fatto qualunque.

Chi fa, falla; e chi non fa, sfarfalla–e

Chi non fa, non falla; e fallando s’impara.

Errando discitur: e proverbialmente, di cosa che si voglia fare a ogni modo:

O guasto, o fatto.

Chi fa i conti avanti l’oste, gli convien farli due volte.

Chi favella, erra.

Chi ne fa, ne fa di tutte.

Cioè delle buone e delle cattive–e

Chi ne ferra, ne inchioda.

Oppure

Chi non conta, non erra–e

Ogni cattivo conto si può rifare.

Chi non fa mai nulla, di nulla si confessa.

Chi sbaglia il primo cerchiello, li sbaglia tutti.

Dalla mano alla bocca spesso si perde la zuppa–e

Tra la bocca e il boccone mille cose accadono.

Come disse il Petrarca:

Tra la spiga e la man qual muro è messo!

Error non è frodo.

Il giudizio viene tre giorni dopo la morte–e

Si vede il fine della nostra vita, ma non della nostra pazzia.

Il giusto cade sette volte al giorno.

Il primo fallo ha nome miseria; il secondo ha nome mattia.

I pensieri vanno falliti.

I sogni non son veri, e i disegni non riescono–e

Non bisogna fidarsi nei sogni–e

I sogni son sogni.

L’acciaio si rompe, e il ferro si piega.

L’albero pecca e i rami si seccano.

L’uomo propone e Dio dispone.

Muore più uomini pregni che donne gravide.

In forma toscana si trova registrato tra i Proverbi Còrsi del Tommaséo, che nota: Pregni di desiderii vani, di concetti immaturi, di ambiziosi disegni: gravidanze incomode.

Nessuno è più che uomo.

Niuna persona senza difetti, niun peccato senza rimorso–e

Solo Dio senza difetti.

Non c’è uomo che non erri,
né cavallo che non sferri.

Non è buon bifolco che faccia sempre diritto il solco.

Non ruinan le case fatte in carta, ma murate in terra sì.

Le cose poste in disegno non sempre riescono benché ne’ modelli appariscano riuscibili.

Non sempre sta il giudice a banco.

Non si sta sempre in proposito.

Non tutte vanno a un modo–e

Le non si foran tutte diritte.

Non v’è uovo che non guazzi.

Non si trova niuno senza vizio o mancamento.

Ogni buon cotto a mezzo torna.

Dicesi quando l’assegnamento fatto di alcuna cosa riesce meno di quel che uno credeva; come i decotti a regola d’arte devono tornare la metà di quel che si è messo.

Ogni secchia non attinge acqua.

Più si ha cura d’una cosa, più presto si perde–e

Pecore contate, il lupo se le mangia–o

Pecore conte, lupo le mangia–e

Il lupo non guarda che le pecore sieno conte.

Sbaglia il prete all’altare (e il contadino all’aratro).

Sul più bello dell’uccellare muore la civetta.

Tal bue crede andare a pascere, che poi ara.

Tanto è darci vicin che non ci còrre.

Tutte le ciambelle non riescon col buco–e

Tutte le palle non riescon tonde–e

Tutte le botte non van giulive.

Tirare i colpi a filo ognor non lice. (Orlando Innamorato.)

Una ne pensa il cuoco, una il goloso–ovvero

Una ne pensa il ghiotto, un’altra il tavernaio (o l’oste)–e

Sette cose pensa l’asino e otto l’asinaio.

Ma dinotano più specialmente, che chi ha le mani in pasta fa a suo modo, e gli altri restano a denti secchi.

Un sacco di disegni verdi non tornano una libbra secchi.
(Vedi Miserie della Vita, Condizioni dell’Umanità.)

Esperienza

Assai sa chi viver sa.

Bisognerebbe essere prima vecchi e poi giovani.

Bue vecchio, solco diritto.

Si dice anche dell’uomo–e

Solo il bue vecchio muove le carra arrestate–e

Imparano dai buoi vecchi ad arare i giovani.

Can vecchio non abbaia invano.

L’uomo prudente ed esperto, che sa quel che fa non s’avventura a dire una cosa, non si mette in un impegno, quando egli non abbia certa fiducia di sostenerlo.

Chi c’è stato, la può contare.

Chi è dell’arte ne può ragionare–e

Niuno riprenda, che non intenda.

E proverbialmente il vecchio sperimentato dice al giovine presuntuoso:

Quando il tuo diavolo nacque, il mio andava ritto alla panca
(di scuola).

Chi è scottato una volta, l’altra vi soffia su.

Chi è stato de’ consoli sa che cosa è l’arte.

I consoli presiedevano a’ magistrati delle arti, ed i più vecchi e capaci si sceglievano a quell’uffizio. Dicesi a chi vuole dare ad intendere una cosa a tale che la fa meglio di lui; ed è simile a quell’altro:

Chi vien dalla fossa sa che cosa è morto.

Chi falla la seconda volta, merita un cavallo.

Chi ha buona la lancia, la provi al muro.

Chi ha fatto il più, può fare il meno–e

Chi fa trenta, può far trentuno–e

Chi ha bevuto al mare, può bere alla pozza–e

Chi ha bevuto tutto il mare, ne può bere una scodella.

Chi ha passato il guado, sa quant’acqua tiene.

Chi lascia la via piana, va poi per la sassosa–e

Chi lascia la via vecchia per la nuova,
sa quel che lascia, non sa quel che trova.

Chi le fa, le sa.

Chi maneggia non braveggia.

Chi sa fare una cosa, non conosce le difficoltà, non se la piglia sotto gamba, non fa il bravo.

Chi non sa fare, non sa comandare–e

Chi non fu buon soldato, non sarà buon capitano–e

Bisogna prima esser garzone e poi maestro.

Chi non sa scorticare intacca la pelle.

Chi non va non vede; chi non prova, non crede.

Chi pon mèle in vaso nuovo, provi se tiene acqua.

Chi sa la strada può andar di trotto.

Chi si è guardato in uno specchio solo non può dire di conoscersi–ma

È miglior mercato di specchi che di zolfanelli.

Specchi, le conseguenze dei falli che ti ritornano in sul viso, le occasioni che l’uomo ha di conoscere se stesso: zolfanelli, merce vile.

Chi tocca con mano, va sano.

Chi vuol conoscere un buon scrittore, gli dia la penna in mano.

Con l’error d’altri, il proprio si conosce.

Del primo giorno, scolare è il secondo–e

Un giorno è maestro dell’altro.

Dopo il fatto ognuno è savio.

È meglio star sotto barba, che sotto bava.

È meglio dipendere da un uomo fatto che da un bambino.

Esperienza, madre di scienza–e

L’esperienza è una maestra mutola.

Guastando, s’impara–e

Ognuno impara a sue spese–e

Chi all’altrui spese sa imparare, felice si può chiamare–e

L’errare insegna, e il maestro si paga.

Il fare insegna fare.

Il mangiare insegna bere.

Il nemico ti fa savio.

I proverbi li facevano i vecchi, e stavan cent’anni e li facevan sulla comoda.

Proverbio veneziano, che pure si trova in quest’altra forma:

I nostri vecchi istavan cent’anni col culo a la piova prima di fare un proverbio.

La pratica val più della grammatica.

La prova del testo è la torta.

Testo, qui per tegame o altro vaso: testa: quando fecero il proverbio si ricordavano del latino.

Lascia colui parlare che suol saper ben fare.

Lascia fare i fusi a quei che sono usi.

L’asino dov’è cascato una volta non ci casca più.

L’esperienza e la prudenza sono indovine.

Molte volte i nocumenti sono agli uomini documenti.

Molto più fanno gli anni che i libri–o

Gli anni sanno più dei libri–e

Ne sanno più due villani che un dottore.

Nessuno nasce maestro–e

Non si doventa maestri in un giorno.

Non mordere se se non sai se è pietra o pane.

Per andare avanti bisogna voltarsi addietro–e

Chi vuol vedere quel che ha da essere, veda quello che è stato.

Per parlare di giuoco, bisogna aver tenute le carte in mano.

Più si vive e più se ne sente.

Se ne sente delle nuove; sopravvengono casi inopinati, appaiono cose prima non credibili, e l’uomo si mostra sotto varietà d’aspetti interminata perché:

Ci è d’ogni cosa in questo mondo.

Presto e bene, tardi avviene.

Diceva Samuele Jesi, che delle arti del disegno molto bene s’intendeva: prima essere di necessità di far tardi e male; la prima scuola esser far tardi e bene; da ultimo poi all’uomo provetto esser dato di far presto e bene.

Rete nuova non piglia uccello vecchio.

Savio è colui che impara a spese altrui.

Scienza, casa, mare, molto fan l’uomo avanzare–ovvero

Tre cose fan l’uomo guadagnare, scienza, corte e mare.

Se devi morire, cerca un boia pratico.

Se le cose si facessero due volte, l’asino sarebbe nostro.

Cioè, si avrebbe dell’asino a non farle bene la seconda.

Se lo strumento non è tocco, non si sa che voce abbia.

Tre cose fan l’uomo accorto, lite, donna e porto.

Un uccello ammaliziato non dà retta alla civetta.

Val più un vecchio in un canto che un giovane in un campo.

Vento al visaggio rende l’uomo saggio.

Cioè, le contrarietà, i contrasti, le contraddizioni, gli ostacoli.

Vivendo s’impara–e

S’impara a vivere sino alla morte–o

Fino alla bara sempre se ne impara.

Dies diei eructat verbum, et nox nocti indicat scientiam. (Psalm.)