Fallacia dei giudizi

Fallacia dei giudizi

A chi non duole giudica bene i colpi–e

Chi ha male. non può misurar bene.

Ognuno misura i suoi dolori con le bilance dell’orafo o del gioieliere, e quelli degli altri colla stadera del mugnaio.–e

Se tu vuoi giudicar ben, mettiti sempre ne’ suoi piè.

Cioè di queili che tu giudichi, ed è canone di politica principalissimo.

Amici e muli falliscono nell’adoprarli.

Chi dice male, l’indovina quasi sempre.

Chi parla o è creduto di parlare fuor di ragione: ed è modo strampalato, a notare l’incertezza e la fallacia dei giudizi umani.

Chi fosse indovino, sarebbe ricco–ovvero

Fammi indovino, ti farò ricco–e

Chi sapesse tutto innanzi, sarebbe presto ricco.

Chi pon suo naso a consiglio, l’un dice bianco e l’altro vermiglio.

Chi ruba, pecca uno; e chi è rubato pecca cento.

Perché sospetta di molti, e fa giudizi temerari e fallaci.

Col Vangelo si può diventare eretici.

Ogni cosa può torcersi a male.

Dal conto sempre manca il lupo.

I pastori quando contano le pecore non pensano al lupo che viene poi a scemare il branco.

D’opinioni (o d’idee) e sassi ognun può caricarsi.

Idea nel linguaggio familiare è ghiribizzo o disegno, ma per lo più vano: le sono idee è come dire le son cose che vo’ vi figurate voi, sono estri, son fantasie.

Dove non si crede, l’acqua rompe.

Dove si pensa cacciare, si riman cacciati.

Il libro del perché è molto grande.

E si dice anche comunemente:

Il libro del perché stampato ancor non è.

E aggiungono canzonando:

Quando si stamperà, a voi si donerà.

Il pensare è molto lontano dall’essere.

Il santo è grande e il miracolo è piccolo.

I matti e i fanciulli indovinano–e

I più matti di casa, a volte son quelli che s’appongono.

I ragazzi e i pazzi credono che vent’anni e venti lire non debban mai finire.

La peggio carne a conoscere è quella dell’uomo.

La più stretta è la via del vero.

La prosperità ti nasconde la verità.

Le cose non sono come sono, ma come si vedono–e

È meglio esser cieco che veder male.

Le gioie valgono quanto s’apprezzano.

L’immaginazione fa caso.

Fa parere quel che non è; ma sposso il fatto nasce poi dallo immaginarselo. Nega gli effetti delle opinioni, delle credulità, delle fantasie; e poi vedi quanta parte dell’istoria mia e tua e dell’istoria del mondo, rimarrebbe non intesa.

Lo stolto credendo segnarsi con un dito si dà nell’occhio.

Molti parlan d’Orlando che non vider mai il suo brando.

Cioè parlan di cose di cui non si ha né scienza né esperienza.

forsemi pare non si scrisse mai in carte–e

Col ma e col se
Non si fa niente di ben–e

Il se e il ma son due minchioni da Adamo in qua–e

Il parere non si scrive–e

Delle cose incerte non si fa legge.

Ogni uccello, d’agosto è beccafico.

Quando è andazzo d’una cosa, tutto ciò che ne abbia similitudine è tenuto per quella stessa.

Ognun crede quel che desidera.

Opinion non è sì stolta, che da volgo non sia tolta.

E chi è volgo? E chi non è? <<Ci è il dotto, il ricco ed il patrizio vulgo>> bel verso del Foscolo. Ci è il <<duro volgo>> del Manzoni. Ci è il volgo che sdegna mischiarsi tra ‘l volgo, c’è il volgo che parla in tuono solenne. Ci è il volgo che scrive ogni sera certe cose, perché un altro volgo le sorbisca ogni mattina pigliando il caffè, poi le ripeta nella giornata. C’è chi non è volgo, ma niuno vi bada e niuno l’ascolta. È materia insomma da farne un libro che rimarrebbe senza lettori.

Prima di vender la pelle bisogna aver ferito l’orso.

Un cattivo cane rode una buona corda.

(Vedi Errore, ecc.)

 

 

False apparenze

Alle volte con gli occhi aperti si fan dei sogni.

Altre cose in presenza, altre in apparenza.

Bella vigna, poca uva.

Chi dipinge il fiore, non gli dà l’odore.

Chi ha contenti gli occhi, non si sa quel che il cor faccia.

Chi ride sempre, non vi si legge dentro, e questo è abito di simulazione; ma può anch’essere buono studio a nascondere i propri guai sotto la faccia serena, ch’è un affogarli quanto si può, e verso gli altri una cortesia–e

Quando si ride senza essere contenti è un riso che non passa i denti–e

A chi troppo ride gli duole il cuore.

Dal falso bene viene il vero male.

Danari di poveri e arme di poltroni si veggono spesso.

Guardati dalla donna di festa e dalla bandita di grazia.

Bandita, nel Senese è pascolo riservato; bandita di grazia è un pascolo troppo lussureggiante, un’apparenza ingannevole come la donna vestita a festa.

Il desiderio fa parer bello quel che è brutto.

Il diavolo non è brutto quanto si dipinge.

(Vedi Illustrazione XII.)

Il drappo corregge il dorso, e la carne concia l’osso.

Il fatto de’ cavalli non istà nella groppina–e

Mal si giudica il cavallo dalla sella.

Il miracolo non fa il santo.

In guaina d’oro, coltello di piombo.

D’un fiacco nobilmente armato, d’un magnifico sputasentenze nel quale sia poca virtù, di belle parole che non abbiano gran sugo.

I santi non mangiano–e

Gli angioli non pisciano.

Quest’ultimo dicono le mamme dei bambini che dalle visitanti per vezzo sogliono chiamarsi angiolini; ma tutti due stanno a significare che l’uomo vivo non è sicuro mai d’essere come santo o come angiolo.

Non creda donna Berta o ser Martino,
Per veder l’un furar, l’altro offerère,
Vedergli dentro al giudicio divino;
Chè quel può surgere, e quel può cadere.
(DANTE).

L’abito non fa il monaco–e

La croce non fa il cavaliere–e

La veste non fa il dottore–e

La barba non fa il filosofo.

La castagna di fuori è bella e dentro ha la magagna.

La fame e il suono fan le cose maggiori di quel che sono.

L’apparenza inganna.

La virtù sta di casa dove meno si crede.

L’uomo si giudica male alla cera.

Non è tutt’oro quel che riluce.

Non ogni verde fa fiore, non ogni fiore fa frutto.

Non sempre fugge chi volta le spalle.

Ogni lucciola non è fuoco.

Ognun c’ha gran coltello non è boia.

Ognun vede il mantello, nessun vede il budello.

Parere e non essere, è come filare e non tessere.

Quel che si vede non è di fede.

Riso di signore, sereno d’inverno, cappello di matto, e trotto di mula vecchia, fanno una primiera di pochi punti.

Rossore, non è sempre colpa.

L’ingenuo arrossisce di cosa indegna di lui, o si mostri a lui di fuori o se la senta brulicare in fondo all’animo non volente.

Se il lupo sapesse come sta la pecora, guai a lei.

Quante povere donnucce non avranno avuto in cuore questo proverbio! e buon per loro, se riuscirono a che il lupo non se ne accorgesse.

Se la capra si denegasse, le corna la manifesterebbero.

Se la pillola avesse buon sapore, dorata non sarebbe per di fuore.

Tal pare Orlando, che poi è una pecora.

Tutti i fiori non sanno di buono.

Tutto il bianco non è farina.

Tutto il rosso non è buono, e tutto il giallo non è cattivo–e

Tutto il rosso non son ciliege.

Tutto quel che ciondola, non cade.

Un fucile scarico fa paura a due.

Vesti un ciocco, pare un fiocco–e

Vesti un legno, pare un regno.

(Vedi Regole del giudicare.)

Famiglia

A chi Dio non dà figliuoli, il diavolo gli dà dei nipoti.

Aiuta i tuoi, e gli altri se tu puoi.

Al bambin che non ha denti, freddo fa di tutti i tempi–e

Chi vuol vedere il bel figliuolo, sia rinvolto nel cenciuolo–e

Latte e vino ammazza il bambino–e

Quando il bambino sta a sedere la poppa la gli è bere.

Alle nozze e a’ mortori, si conoscono i parenti.

Alleva i tuoi figli poveretti, se tu li vuoi ricchi e benedetti.

All’orsa paion belli i suoi orsacchini.

Alla madre i suoi figli: e più generalmente, all’uomo le opere sue, anche brutte.

Amici a scelta, e parenti come sono (ovvero come uno gli ha).

A sangue rimescolato il bambin non va addormentato.

Asina col puledrino non va diritta al mulino.

Una mamma ha sempre da fare.

Aver cura de’ putti, non è mestier da tutti.

Per ciò che spetta alla custodia e alla sanità de’ bambini piccoli, abbiamo i seguenti:

Di mezz’anno il cul fa da scanno.

Cioè comincia a pigliar forza e a reggersi in sulla vita–e

Bambin d’un anno rigetta il latte dal calcagno.

Non abbisogna più del latte e comincia a camminare–e

Chi vuol vedere il bambino fiorito, non lo levi dal pan bollito–e

Uccellin che mette coda, mangia ogn’ora ogn’ora–e

Ragazzo crescente ha la lupa nel ventre.

Babbo e mamma non campano sempre.

I giovani devono pensare a farsi uno stato.

Basta un padre a governare cento figliuoli, e cento figliuoli non bastano a governare un padre.

Batti lillo, quando è piccirillo.

Qui parcit virgæ, odit filium suum (Proverbi)–e

Figlio troppo accarezzato non fu mai bene allevato–e

Chi il suo figlio troppo accarezza non ne sentirà allegrezza.

Beata quella casa che di vecchio sa–e

Beata quella casa dov’è carne secca.

Beata quella sposa, che fa la prima tosa.

Perché

La putela fa la mamma bela. (Veneziano)–o meglio

Chi vuol far la bella famiglia incominci dalla figlia.

Forse più che pregiudizio è motto di consolazione alle spose che incominciano dal partorire femmine, ed il pregiudizio sta nel credere che sia questa una sventura–e

All’uomo affortunato gli nasce prima la figlia.

Perché è grande quando nascono i maschi ed aiuta a rilevarli–e

In casa de’ galantuomini nasce prima la femmina e poi gli uomini.

Ben conta la madre, ma meglio quello che ha nascere.

Si dice quando le donne indugiano a partorire.

Casa il figlio quando vuoi e la figlia quando puoi.

Casa, accasa, dài moglie.

Casare suona bene e porta male.

Qui vale metter su casa.

Chi ama bene, gastiga bene.

Propriamente dei genitori.

Chi batte la moglie, batte tutta la casa.

Chi disse figliuoli, disse duoli.

Chi fa la figliuola vezzosa, la sente avolterosa.

Chi fila grosso, si vuol maritar tosto;
chi fila sottile, si vuol maritar d’aprile.

Chi ha figliuoli, tutti i bocconi non son suoi.

Chi ha matrigna, di dietro si signa–e

Matrigna, ceffon torce, e bocca ti digrigna.

Chi ha un figliuolo solo, lo fa matto; chi un porco, lo fa grasso.

Chi ha un sol figlio, spesso se lo ricorda–e

Chi ha un orecchio solo, spesso se lo netta.

Il quale però si dice anche di altre cose.

Chi i suoi somiglia, non traligna.

È detto in mal senso.

Chi l’altrui famiglia non guarda,
la sua non mette barba.
(Leon Battista Alberti.)

Chi ne ha cento l’alloga, chi ne ha una l’affoga.

Delle ragazze da maritare.

Chi n’ha due (de’ figliuoli), n’ha uno; e chi n’ha uno, non n’ha punti.

Per dire che ci possono morire da un momento all’altro.
E meglio:

Uno, nessuno: due come uno; tre così così; quattro il diavolo a quattro–e

Chi non ne ha, ha un dispiacere solo.

Perché

Madre vuol dire martire.

E quale felicità può stare senza i suoi martirii?

Chi ne ha in cuna non dica di nessuna.

Madre non sparli d’altre madri.

Chi non ascolta il padre in giovinezza, udirà il boia in vecchiezza–e

Chi non gastiga culino, non gastiga culaccio.

Chi non ha figliuoli, non sa che sia amore.

Senza moglie a lato
Non puote uomo in bontade esser perfetto…
Non sa quel che sia amor, non sa che vaglia
La caritade, ecc.
(ARIOSTO, Satire).

Chi non ha poveri o matti nel parentato, è nato o di lampo o di tuono.

Chi non sa rammendare (o rassettare) non sa partorire né rilevare.

Il lavoro è la salute ed è la scuola della donna com’è di tutti.

Chi più fascia meno sfascia.

Si diceva quando era usanza generale fasciare i bambini.

Chi si taglia il naso s’insanguina la bocca.

Cioè, non si devono scoprire le piaghe della propria famiglia.

Chi vuol male ai suoi non può voler bene agli altri.

Chi vuol vivere e star sano, dai parenti stia lontano–e

Molti parenti, molti tormenti–e

Se il parente non è buono, fuggilo come il tuono–e

Parentà fatti in là.

Corruccio di fratelli fa più che due flagelli–e

Fratelli, flagelli.

Costa più un viziolo che un figliuolo.

Con quel che si mantiene un vizio, si posson mantenere due figliuoli.

Da una mucca a una donna ci corre un par di corna.

<<Honny soit qui mal y pense>>. I contadini intendono, che alla balia è necessario il mangiare assai.

De’ sua se ne vorrebbe dire, e non se ne vorrebbe sentir dire–e

Tutti voglion vedere i matti in piazza, ma nessuno della sua razza.

Cioè, quelli della propria famiglia e della sua patria a chi è fuori.

Dio ti dia figliuoli, e diateli grandi.

Perché piccini danno troppo da fare–e

La famiglia piccolina mette la casa in rovina;
quando si è rilevata, la casa è rovinata.

Donne per casa, una in figura e una in pittura.

Dove c’è la pace ci è Dio.

Detto principalmente della famiglia.

Dove ci son ragazze innamorate,
è inutile tener porte serrate.

Dove vi son figliuoli non vi son parenti né amici.

Per l’amore dei figliuoli non si hanno riguardi ad altri.

È meglio allegare che fiorire.

Dei figliuoli (come degli alberi) non importa che mostrino fiori; importa che abbiano buona fibra.

È, meglio che stia un solo bene, che tutti male–e

È meglio dir poveretto me, che poveretti noi.

Questi due Proverbi sono usati da chi, avendo pochi assegnamenti i quali non bastino nemmeno a lui solo, o che gli bastino per l’appunto, non vuole accasarsi, per non fare stentare anche gli altri insieme con sé, entrando in famiglia.

Fanciulli, angeli; in età son diavoli.

Cioè quando cominciano a essere grandicelli.

Fazzoletti che si tengono a mostra non si vendono.

Avviso alle madri che portano a zonzo le lor figliuole per desiderio di collocarle presto.

Figlie da maritare, fastidiose da governare, ovvero, ossi duri da rosicare.

Figlie, vigne, e giardini, guardale dai vicini.

Figli d’un ventre, non tutti d’una mente.

Onde anche si dice:

Tre fratelli, tre castelli.

Figliuole e frittelle; quante più se ne fa, più vengon belle.

Figliuoli da allevare, ferro da masticare.

Figliuoli e lenzuoli non son mai troppi.

Figliuoli matti, uomini savi.

Matti cioè vivaci, chiassaioli, non cupi o balogi.

Figliuoli piccoli, fastidi piccoli, figliuoli grandi, fastidi grandi–e

Figliuoli piccoli, dolor di testa, fanciulli grandi. dolor di cuore–e

I figliuoli quando son piccoli pestano sui piè e quando son grandi pestano sul capo–e

I figiuoli succhiano la madre quando son piccoli, e il padre quando son grandi.

Figlio senza dolore, madre senza amore.

Fila buolla tela chi allatta il suo figliuolo.

Gastiga la cagna, e il cane starà a casa.

Gaudio di piazza, tribolo di casa.

Detto delle donne che piacciono e amano piacere.

Guai a quella casa dove la famiglia s’accorda.

Ogni casa vuole un capo; se i domestici o anche i figli e le donne si accordano tra loro a soverchiarne l’autorità, quella famiglia non può essere mai bene ordinata.

Guardati da chi ti leva la cappa in casa tua.

Cappa, segno di magistrato, di comando; ma più che mai da chi ti fa il padrone in casa.

Guardati dagli occhi piccini.

I fanciulli pongono mente in ogni cosa e la ridicono semplicemente; guardarsi da loro, chi non vuole che una cosa si risappia. E però si dice:

Quando il piccolo parla, il grande ha parlato–e

Chi vuol saper la verità, lo domandi alla purità.

I fanciulli mettono ogni giorno un’oncia di carne e una libbra di malizia.

Il male del parto è un male smemorato–e

Doglia passata, comare dimenticata.

Dimenticata, cioè che ha dimenticato le doglie sofferte. Ardimenti della lingua; di questa il popolo usa alla libera come di sua roba–e

Mal di parto non parte.

Bisogna, cioè, continuare a tenersi come inferme.

Il padre deve fare la tavola tonda.

Essere eguale con tutti.

Il primo servigio che faccia il figliuolo al padre, è il farlo disperare.

Cioè, dargli brighe o inquietudini.

I paperi cacciano l’oche fuori di casa.

Detto dei fratelli che tirano a mandar via le sorelle.

I parenti escon fuori di casa.

Tra’ contadini è uso che quando non si lasciano menar moglie in casa, escono, e fanno famiglia da sé, il che si dice sciamare.

I ragazzi son come la cera, quel che vi s’imprime, resta.

I vicini le maritano, e il padre dà la dote.

La buona madre fa la buona figliuola.

La carne dell’affinità tira.

L’acqua lava, e il sangue stringe–e

Il sangue non è acqua–e

Stringe più la camicia che la gonella.

Si dice dei legami di parentela.

La giovane com’è allevata, la stoppa com’è filata.

La madre non può dire che sia suo il figliuolo finché non ha avuto il vaiuolo.

Perché ha un pericolo sempre innanzi.

La ragazza è come la perla, men che si vede e più è bella.

La madre misera fa la figlia valente.

Valente la figlia che si è esercitata, che ha sofferto nell’assistere la madre.

La madre pietosa fa la figliuola tignosa.

La pecora guarda sempre se ha dietro l’agnello.

La mamma se ha dietro il figliuolo.

La pianta che ha molti frutti, non li matura tutti.

Qualcuno ne muore, ed anche vuol dire che ove sieno molti qualcuno fuorvia.

Le bellezze duran fino alla porta,
le bontà fino alla morte.

Ricordo delle buone madri alle figliole che vanno a marito.

Le donne sono una certa mercanzia da non le tener troppo in casa.

Devono a suo tempo essere maritate–e

La gallina che resta in casa sempre becca.

Becca, morde, punge dispettosa perché è uggita–ma

Chi aspetta, Dio l’assetta–e

Ragazza che dura non perde ventura.

L’uovo ne vuol saper più della gallina.

Madre che fila poco, i suoi figliuoli mostrano il culo.

Cioè, non hanno vestito addosso.

Madre morta, padre cieco.

Per il governo della casa, ma più per l’educazione delle figlie.

Mamma, cosa vuol dire accasare? (entrare in famiglia)
filare, figliare e sentir berciare–e

Marìtati, e vedrai; perderai i sonni e più non dormirai.

Marito disamorato, matrimonio rammaricato.

Marito e figli come Dio te gli dà così te gli piglia.

Marito e moglie della tua villa, compari e comari lontan cento miglia–e

Parente da presso, e compar dalla lunga.

Mazze e panelli fanno i figli belli.

Morta l’ape, non si succia più mèle.

Morto il capo di casa, mancano molti comodi alla famiglia. (SERDONATI.)

Morte di suocera, dolor di gomito.

Non curano i fratei della soror, se non è da più di lor.

Non è peggior lite, che tra sangue e sangue.

Non ogni bestia che va in fiera si vende.

Detto alle fanciulle che si mettono troppo in mostra.

Non può aver cosa buona chi non liscia la padrona.

Non sprezzar la dottrina del parente;
e chi la sprezza ne riman dolente.

Parente, padre o maggiore, a modo latino.

Nutritura passa natura.

Nota, nutritura per modo d’allevare o d’educare.

Ogni gravidanza ha la sua usanza.

Accenna ai vari effetti che in donna produce gravidanza.

Ognun dà pane, ma non come mamma–e

Chi mi fa più di mamma, sì m’inganna–e

Chi ha mamma, non pianga–e

Mamma, mamma, chi l’ha la chiama e chi non l’ha la brama–e

Mamma mia sempre, ricca o povera che tu sia.

Padre che ha figliuoli grandi, fuor li mandi.

In casa impoltroniscono.

Pan di figliuoli, pene e duoli.

Male stanno i genitori che vivono a spese dei figli.

Pecora mal guardata, da ogni angello è poppata.

Per tutto bene, ma in famiglia meglio.

Più si sente un taglio di rasoio che dieci di spada.

Taglio di rasoio, ferita domestica.

Più vale un padre, che cento pedagoghi–e

Chi è del figliuol pedante, non è furfante.

Povera quella casa dove non rientra cappello.

Povero quell’uomo che sa quanto sale vuole la pentola.

Cioè, dove la donna non è buona a nulla, e a lui tocca fare ogni cosa da sé.

Quale il padre, tale il figlio; qual la madre, tal la figlia–e

Il ramo somiglia il tronco–e

La scheggia ritrae dal ceppo–e

Il lupo non caca agnelli–e

D’aquila non nasce colomba–e

Di vacca non nasce cervo–e

Di meo nasce meo–e

Chi di gallina nasce, convien che razzoli–e

Chi nasce mulo, bisogna che tiri i calci–e

Chi nasce di gatta, piglia i topi al buio–e

Chi di gatta nasce sorci piglia, se non gli piglia non è sua figlia–e

I figliuoli de’ gatti pigliano i topi–e

Il mal corvo fa mal uovo.

Ma incontro a questi, e per via d’eccezione stanno gli altri:

Alle volte, dei cattivi nocchi si fanno di buone schegge–e

Dal mar salato nasce il pesce fresco.

E oppostamente:

D’un uovo bianco pulcin nero.

Qual è la signora tal è la cagnola.

Quando duol la scianca, la femmina non manca–o

Quando la pancia è aguzza, l’ago e la rocca–e

Quando è larga sul fianchetto
nasce un bel maschietto.

Pregiudizi delle donne.

Quando i ragazzi stanno fermi, cattivo segno–e

Quando i ragazzi stan cheti, han fatto qualche malestro.

Ragazzi nel senso proprio vorrebbe dir servo, garzone o mozzo.

Da ragazzo aspettato dal signorso. (DANTE)
Il signore è più servo del ragazzo. (ARIOSTO, Satire.)

Ma ora tale significato è quasi dismesso, e ogni madre chiama ragazzi i suoi figli, i quali non sieno né bambini né adolescenti.

Quando la capra ha passato il poggiolo non si ricorda più del suo figliuolo.

Dato delle donne che ripigliano marito.

Quando la gatta non è in paese, i topi ballano.

I ragazzi sogliono ruzzare alla libera e far casa del diavolo, quando non sono presenti i genitori o il maestro.

Quando nascono (i figliuoli) son tutti belli,
quando si maritano, tutti buoni,
e quando muoiono son tutti santi.

Ragazzi e bicchieri, mercanzia leggeri.

Ragazzi e polli imbrattan le case.

Ed anche:

Ragazzi e polli non si trovan mai satolli.

Roba che mangia non si perde.

Detto dei figliuoli.

Se vuoi che il tuo figlio cresca, lavagli i piè e rapagli la testa.

Suocera e nuora, tempesta e gragnuola–e

Suocera cieca, nuora avventurata–e

Vuoi tu farti creder donna beata,
parla di tua cognata.

Tal susina mangia il padre che allega i denti al figliuolo.

Dei disordini e degli errori del padre ne tocca a far la penitenza il più delle volte a’ figliuoli. Patres comederunt uvam acerbam, et dentes filiorum obstupescunt.

Tra carne e ugna, non sia uom che vi ponga–e

Tra moglie e marito non mettere un dito.

Negli affari de’ parenti o amici litiganti fra loro, uom non debba interessarsi o inframmettersi.

Tra parente e parente, tristo a chi non ha niente.

Tre figlie e una madre, quattro diavoli per un padre.

Trist’a quelle case, dove gallina canta e gallo tace–ovvero

In casa non c’è pace, quando gallina canta e gallo tace.

Cioè quando la moglie comanda al marito.

Trulli trulli, chi se li è fatti, se li culli (ovvero chi gli ha fatti gli trastulli).

De’ figliuoli.

Una aiuta a maritare l’altra.

Tale si fu il consiglio che diede Romeo a Raimondo Berlinghieri: questi col maritare la prima con suo disagio al re di Francia, fece regine anche le altre tre–e

Con una figliuola si fanno due generi.

Che pure vale per l’obbligarsi con un sol servigio due persone.

Una figlia, una maraviglia.

Perché le ragazze a fine di maritarle, i padri vantano quasi maraviglie.

Uomini, sanità e fuori–e

Ai ragazzi pane e scarpe. Le donne in casa; i mariti e i ragazzi, fuori.

(Vedi Casa.)

Fatti e parole

Acquerello e parole se ne fa quant’un vuole.

A dire si fa presto.

Al mal fatto si rimedia, al mal detto no–e

Il mal detto non si cancella, il mal fatto sì.

Altro è dire, altro è fare–e

(Vedi Illustrazione XIII).

Dal detto al fatto c’è un gran tratto (ovvero c’è un bel tratto)–e

Dal fare al dire, c’è che ire.

Come pure:

Il dire è una cosa, il fare è un’altra–e

Fra dire e fare si consumano di molte scarpe.

Ben dire val molto, ben fare passa tutto.

Can che abbaia, poco morde–e

Can che morde, non abbaia.

Can che abbaia, non fa caccia (o non prese mai caccia).

Can da pagliaio abbaia, e sta discosto–e

Abbaio, abbaio, e di vento empio lo staio.

Chi le vuol fare, non le dice–e

Chi far di fatti vuole, suol far poche parole.

Chi meglio parla, peggio fa.

Chi minaccia, non vuol dare–e

Chi lo dice, non lo fa.

Chi molto profferisce, poco mantiene.

Chi parla, deve fare anche volentieri.

Chi sa favellare, impari a praticare.

Praticare, qui sta per fare, mantenendo l’etimologia del significato che l’uso ha fatto sparire dal verbo.

Dalle grida ne scampa il lupo.

Si dice di quelli che non hanno de’ lor falli altra punizione che grida, delle quali e’ si fanno beffe, e ritornano di nuovo al male.

Detto senza fatto, ad ognun par misfatto.

Di’ di no, e fa’ di sì.

È come dicesse: di’ quel che vuoi, basta che tu faccia quel ch’io voglio.

Dove bisognan fatti, le parole non bastano–e

Il bel del giuoco, è far de’ fatti e parlar poco–e

Lingua cheta, e fatti parlanti.

Dove son donne e gatti, son più parole che fatti.

Gran vantatore, piccol facitore.

I detti son nostri e i fatti son di Dio.

Il ventre non si sazia di parole.

I maestri son quelli che fanno le cose bene.

Chi fa le cose bene è maestro, perché l’esempio ammaestra meglio delle parole; ed è o diviene o è degno d’essere maestro di bottega o sopracciò.

L’amore e la fede dall’opere si vede.

Le parole son femmine, e i fatti son maschi–e

Parole non fanno fatti.

Lunga lingua, corta mano.

I vantatori o ciarloni al fatto riescono galline bagnate.

Mano fredda e cuor sincero.

Di chi poco si dimostra, promette poco e mantiene assai.

Quando la fame assale, la musica non vale.

Forse intendesi di chi dà buone parole invece di limosina.

Sol di parole amico, non vale un fico.

Felicità, Infelicità, Bene

A gran speranza il misero non cede.

Al miser uom non giova andar lontano,
che la sciagura sempre gli tien mano.

A maggior felicità minor fede–e

Di gran prosperità, poca sicurtà–e

Prosperità umana, sospetta e vana.

Ben tardi venuto, per niente è tenuto.

Ma più ragionevolmente:

È meglio tardi che mai–o

È meglio una volta che mai.

Applicando molto spesso questi due al correggersi, al rinsavire.-Montaigne però dice alquanto sguaiatamente (come gli avviene assai spesso) che non si cura d’imparare a vivere quando per essere inoltrato negli anni non è più in tempo di trarne profitto; e aggiunge: <<Il vault quasi mieulx jamais, que si tard, devenir honneste homme et bien entendu à vivre, lorsq’on n’a plus de vie. Moy, qui m’en vois, resignerois facilement à quelqu’un qui veinst, ce que j’apprends de prudence pour le commerce du monde: moustarde aprez disner.>>

Chi portasse al mercato i suoi guai,
ognuno ripiglierebbe i suoi.

E meglio essere invidiati che compatiti.

Felice non è chi d’esser non sa.

Gramezza fa dir mattezza.

Il bel tempo non vien mai a noia–e

Il maggio non dura mai sette mesi–e

Ogni cosa si sa comperare, eccetto che il buon tempo.

Perchè non ci viene a noia. si comporta male: la felicità è un peso, se l’uomo creda essergli debita; e quando egli si figura quella essere il suo stato naturale, non intende più nulla di nulla, e diviene anche malvagio. Laonde si dice che:

Chi ben siede, mal pensa.

ed ampliando crudelmente lo stesso concetto alla universalità degli uomini, la tirannia ebbe questo adagio:

Chi vuol ben dal popolo, lo tenga scusso.

Il buon tempo fa scavezzare il collo.

Le troppe prosperità fanno gli uomini insolenti, e poi gli mandano in rovina–e

Quando la va troppo ben, la superbia salta in piè.

Il male non vien mai tanto tardi, che non sia troppo presto.

Non vien sì tardi il mal che non sia presto. (BERNI, Orlando.)

Il troppo grasso fa l’occhio cieco.

La bonaccia, burrasca minaccia.

La prim’acqua è quella che bagna.

I primi dolori, le prime infelicità, i primi tradimenti sono quelli che potentemente ci affliggono.

La vita dell’uomo dipende da tre ben: intender ben, voler ben, e far ben.

Le avversità non adulano nessuno.

Nella felicità gli altari non fumano.

E peggio:

Chi chiama Dio, non è contento; e chi chiama il diavolo, è disperato.

E chi può essere mai contento? E, all’infuori dello stolto, chi è disperato mai?

Nella felicità ragione, nell’infelicità pazienza.

Nessuno sa il sabato, se non chi lo digiuna.

Non sa che cosa sia il male, chi non ha provato il bene–e

Chi ha provato il male, gusta meglio il bene.

Non si conosce il bene, se non quando s’è perso–e

L’asino non conosce la coda, se non quando non l’ha più.

Non si sta mai tanto bene che non si possa star meglio, né tanto male che non si possa star peggio.

Non v’è maggior nemico della troppa prosperità.

Non viene mai estate senza mosche.

Ognuno ha in casa sua il morto da piangere.

Cioè i suoi mali, i suoi rammarichi.

Ognuno sa sé e Dio sa tutti.

Tristo è quell’uccello che ha bisogno dell’altrui penne per volare.

Infelice che abbisogni dell’aiuto d’altri per liberarsi dal male o per cercar fortuna.

Tristo è quell’uccello che nasce in cattiva valle.

Un buon giorno vale un cattivo mese–e

Chi ha un giorno di bene, non può dire d’essere stato male tutto l’anno.

Per un buon giorno non stimo un mal mese. (Orlando Innam.)

Un’ora di contento sconta cent’anni di tormento.

Un piccol nuvolo guasta un bel sereno.

Bene lontano è meglio di male vicino.

Il ben d’un anno va via in una bestemmia.

Col nome di bene il consenso dell’umanità, che si trasmette per la parola, intende due cose che di necessità vanno insieme unite, il bene oprare ed il godere: non chiama godere se non quello che produce pieno, interiore appagamento; e dove non sia la coscienza di ben fare, dice non essere contentezza in alcuni dei Proverbi che hanno il bene per soggetto, la prima idea è più chiaramente espressa, e negli altri la seconda: taluni ve ne ha dove non sapresti ben distinguerle. Qui vale il primo significato, ed il proverbio dinota che un solo fallo basta a cancellare molte buone opere.

Il bene è bene per tutti–ovvero

Il bene fa bene a tutti.

S’intende egualmente delle buone opere e della buona ventura: così negli altri che seguono.

Il bene è sempre bene, il male è sempre male.

Il bene bisogna cercarlo, e il male aspettarlo.

Il bene non è mai troppo.

Il bene non fu mai male, e il male non fu mai bene.

Il bene non fu mai tardi.

Il bene trova il bene.

Il bene va preso quando si può avere (ovvero quando Iddio lo manda).

Qui l’idea della felicità o del benessere materiale sta come sola al primo aspetto. Ma v’è compresa anche un’idea morale, talché può stare con gli altri.

Fiducia, Diffidenza

A chi ben crede, Dio provvede.

A credere al compagno vai bel bello.

Ascolta tutti, parla franco,
credi a pochi, a te poi manco.

Chi cammina a buona fede, i pidocchi se lo mangiano.

Chi d’altri è sospettoso, è di sé mal mendoso–e

Chi è in sospetto, è in difetto–e

Sospetto e difetto comprarono la casa insieme.

Chi non sa mentire, crede che tutti dicano il vero.

Innocens credit omni verbo: astutus considerat gressus suos (Prov.)

Chi più guarda, meno vede.

Chi si dà in man del ladro, bisogna che se ne fidi a suo dispetto.

Chi si fida, è l’ingannato (ovvero rimane ingannato).

Chi tosto crede, tardi si pente–e

Chi tosto crede, ha l’ale di farfalla.

Chi troppo si fida, spesso grida.

Chi vuol esser discreto conosca bene altrui.

Prima d’essere con altri discreto, arrendevole, prima di usar troppo delicatamente seco, guarda ch’egli non ne abusi.

Con gli scredenti si guadagna–e

Il rubare è con gli scredenti–e

Consiglio scappato, consiglio trovato.

Chi agli amici non crede, gliene incontra male, ed altri poi s’approfitta del consiglio rigettato.

Con ognun fa’ patto, coll’amico fanne quattro–e

Conti spessi, amicizia lunga–e

Amici cari, patti chiari, e borsa del pari.

Da chi mi fido mi guardi Dio, da chi non mi fido, mi guarderò io–e

Dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guarderò io.

Di chi non si fida, non ti fidare.

Perché

Gli uomini sfiduciati non furono mai buoni.

Sfiduciati qui per diffidenti–e

A chi non crede non prestar fede.

Di pochi fidati, ma da tutti guardati.

Dove son molte mani, chiudi.

Fidarsi è bene, non si fidare è meglio–ovvero

Fidati era un buon uomo, Nontifidare era meglio.

(Vedi Prefazione.) Come pure:

Fidati e Nontifidare eran fratelli–e

Fidati più de’ poveri poveretti che dei signori.

Gabbato è sempre quel che più si fida.

Gli uomini non si conoscono alla prima.

Il credere e il bevere inganna le donne e i cani.

Il cuore non si vede.

In terra di ladri, la valigia dinanzi.

La fede degli uomini, il sogno e il vento son cose fallaci.

Matta è quella pecora che si confessa al lupo.

Avviso alle donne.

Molti hanno insegnato a ingannare temendo d’essere ingannati.

Non dir le cose tue né ad uom senza barba, né a donna senza petto.

Non si crede al santo finché non ha fatto il miracolo.

Non ti fidare se puoi farne a meno o (se puoi far di meno). Parla all’amico come se avesse a diventar nemico.

Ma (grazie a Dio) si trova pure:

Il nemico, pensa che può diventarti amico.

Pensa ben per non peccare,
pensa mal per non sbagliare.

Per amistà conservare, muri bisogna piantare.

Vuol dire: lasciarsi la sua libertà, ciascuno; fabbricare fra te e l’amico un muro, ma che abbia il suo uscio.

Prima di conoscere uno, bisogna consumare un moggio di sale.

È di uomo cupo, il quale non lasci ben conoscere di qual natura si sia:

Bisogna star con lui un verno e un’està, chi vuol saper di quel ch’e’ sa.

Quanto più si vede, e meno si crede–ovvero

Com’ più si vede, manco si crede–e

Quel che vedi, poco credi; quel che senti non creder niente.

Perché:

L’esperienza genera sospetto–e

Chi più sa, meno crede.

Quel che l’occhio non vede, il cuor non crede.

Se tu hai caro il ben che godi, guarda con chi lo lodi.

Ché ne farai venir troppa voglia.

Tra gente sospettosa, conversare è mala cosa–e

Guardati da can rabbioso, e da uomo sospettoso.

Trist’e guai, chi crede troppo e chi non crede mai.

Uscio aperto guarda casa.

Val più un pegno nella cassa che fidanza nella piazza.

Fortuna

A buona seconda (o alla china) ogni santo aiuta–e

Ognuno sa navigare col buon vento–e

Al buon tempo ognun sa ire.

A chi è disgraziato, gli tempesta nel forno.

Gli vengono addosso le disgrazie più incredibili.

A chi la va destra par savio–e

Chi ha ventura, poco senno gli basta.

A chi sorte, a chi sporte.

Alla fortuna bisogna lasciar sempre una finestra aperta.

Assai ben balla a chi fortuna suona.

Beni di fortuna passano come la luna.

Chi comincia a aver buon tempo, I’ha per tutta la vita.

Chi confessa la sorte, nega Dio.

E qui sta il vero, e qui è la censura e il contravveleno degli altri, nei quali l’uomo, pigliandosela con questo ente immaginario, rinnega Dio e se medesimo: Nullum numen abest si sit prudentia, sed te Nos facimus, Fortuna, deam coeloque locamus, disse un autore pagano. E Bacone lasciò scritto che siccome la via lattea è un aggregato di nebulose, così la fortuna di oscure virtù le quali non hanno nome. Ad essa imputiamo il benessere degli altri, e per sé niuno mai se ne loda, perfidiando nel disconoscere le altrui buone e savie opere, come gli errori nostri o le colpe. Quindi ella sempre è posta in croce, come disse l’Alighieri, il quale la volle cristianamente deificare; e al suo solito guardando in su, intese bene anche la fortuna, ministra degli occulti giudicii di Dio a questo fine ordinata, Che permutasse a tempo li ben vani Di gente in gente e d’uno in altro sangue, Oltre la difension dei senni umani. Ma il nostro povero senno, non che sapersi difendere, si maraviglia goffamente dei frutti che vede perché non sa o perché dimentica quel ch’egli stesso ha seminato.

Chi non è savio, paziente e forte,
si lamenti di sé, non della sorte–e

La sorte è come uno se la fa–e

Quando Dio ci dà la farina, il diavolo ci toglie il sacco–e

La fortuna, il fatto, e il destino, non vagliono un quattrino.

Chi è disgraziato, non vada al mercato–e

Chi è sfortunato, non vada alla guerra.

Che si dice d’ogni cosa la quale abbia difficoltà e pericoli.

Chi è felice, chi sa se è buono?

Felice, come suol dirsi o come pare.

Chi è nato di carnevale, non ha paura dei brutti musi.

Chi ha a morir di ghiandosa (peste), non gli vale far casotti in campagna.

Chi ha ad aver bene, dormendo gli viene.

Chi ha a rompere il collo, trova la strada al buio–e

Quando s’ha a rompere il collo, si trova la scala.

Chi ha da morir di forca, può ballar sul fiume.

Non affoga, perché io aspetta un’altra morte.

Chi ha delle pecore può far del latte.

Chi ha beni di fortuna in abbondanza puo facilmente fare ciò che gli piace.

Chi ha ventura, e chi ha ventraccio.

Ci vuole un’oncia di fortuna, e un diavol che porti.

Come la fortuna toglie, così dà.

Contro sorte avversa ogni buon carrettier versa.

Dove la fortuna giuoca più che il senno, la gente vi corre.

E più, dove il senno è scartato affatto, come al giuoco del lotto.

È meglio nascer senza naso che senza fortuna.

Finché tu hai la detta, sappila conoscere.

Detta, sorte, e propriamente buona fiducia nel gioco.

Fortuna cieca, i suoi accieca.

Fortuna, e dormi.

Gli uomini son la palla della fortuna.

Il diavolo caca sempre sul monte grosso.

Dov’è gran cumulo di danaro il diavolo ha cura di mandarne sempre degli altri.

La fortuna aiuta i matti e i fanciulli.

Ma la fortuna che dei matti ha cura, ecc. ( ARIOSTO.)

La fortuna è vaga de’ bei tiri.

Fortuna soevo laeta negocio, Ludum insolentem ludere pervicax, ecc. (ORAZIO.)

La fortuna è una vacca, a chi mostra il davanti, a chi il di dietro.

Da chi la vacca mugnere non si lascia gli mostra le corna

La fortuna vien tre volte (e non più).

Bisogna coglierla e usarla.

La rota della fortuna non è sempre una.

La sorte non sa sedere.

Le sue permutazion non hanno tregue:
Necessità la fa esser veloce,
Sì spesso vien chi vicenda consegue.
(DANTE.)

Le cose vanno a chi non sa apprezzarle.

L’uomo ordisce, e la fortuna tesse.

Non comincia fortuna mai per poco,
quando un mortal si piglia a scherno e gioco.

Non vale levarsi a buon’ora, bisogna aver ventura.

Non val sapere, a chi fortuna ha contra.

Quando fortuna dona all’uom rispetto,
gli dà favore e aiuto a suo dispetto.

Quando la palla balza, ciascuno sa darle–e

Quando cadono i maccheroni in bocca tutti li sanno mangiare.

Quando uno ha disgrazia, gli va sul cotto l’acqua bollita.

Tradurrei: chi non vi bada, le cose anche più comuni gli tornano male–e

Chi è nato disgraziato anche le pecore lo mordono–e

Se fossi cappellaio gli uomini nascerebbero senza capo.

Lo dice chi si lagna della fortuna, della quale tutti ci lagnamo.

Quel che vien di salti, va via di balzi.

Tutto è bene che riesce bene.

È il titolo d’una commedia di Shakespeare.

Val più un’oncia di sorte, che cento libbre di sapere.

Ventura vieni e dura.

Virtù e fortuna non istanno di casa assieme.

Frode, Rapina

Acqua chiara non fa colmata–e

A fiume torbido, guadagno di pescatore–e

Arno non ingrossa se non intorbida–e

Porco pulito non fu mai grasso.

E più disperatamente:

Chi non ruba, non ha roba–e

Chi ha paura del diavolo, non fa roba.

Ed anche si dice che

Per esser ricco, bisogna avere un parente a casa al diavolo.

Specificando i mali guadagni con quest’altro dettato:

Per arricchire ci voglion tre r, o redare, o rubare, o ridire.

cioè, far la spia–

Chi da giovane non fa grippe, da vecchio para mano.

Far grippe vale rubare.

Chi arricchisce in un anno, è impiccato in un mese–e

Chi più che non deve, prende, fila la corda che poi l’appende–e

Chi dei panni altrui si veste, presto si spoglia.

Ed anche:

Chi dell’altrui si veste, ben gli sta, ma tosto gli esce–e

Chi se ne calza, non se ne veste.

I rapaci, benché da principio paia che se la passino bene, scoperta poi la coda al fagiano, pagano il fio d’ogni rapina, ma quest’ultimo si dice anche per coloro che fidano sul giuoco. (SERDONATI.)–e

Chi ingiustamente tiene, d’ogni cosa teme.

Chi fa contrabbando, guadagna non so quando–e

E’ si paga spesso la gabella e il frodo–e

Chi mangia l’oca alla corte (per fisco), in capo alI’anno caca le penne.

Detto per coloro che frodano i dazi e le gabelle, perché poi scoperti incorrono nelle pene.

Chi ha preso resta preso.

Chi maneggia quel degli altri, non va a letto senza cena.

Chi ruba a un buon ladron
ha cent’anni di perdon.

Buon ladrone intendi chi si è impinguato di ruberìe.

Chi ruba per altri, è impiccato per sé.

Crudel per fraude è peggio che per ira.

Dal rubare al restituire si guadagna trenta per cento.

Rare volte avviene che chi restituisce faccia la restituzione intera.

Di quel che si ruba non s’ha a sentir grado–e

Della roba di mal acquisto non ne gode il terzo erede–e

La farina del Diavolo va tutta in crusca.

Dio perdona a chi offende, non a chi toglie e non rende.

Dov’è interesse, non si fa l’uffizio di Dio.

È meglio andare in paradiso stracciato, che all’inferno in abito ricamato.

È meglio un soldo di buon acquisto, che mille d’imbrogli.

Il diavolo presta i danari per 25 anni al più.

Il ladro dell’ago va all’ovo, dall’ovo al bue, dal bue alla forca.

Il rubare non fa truttare.

Il mondo è un pagliaio, chi non lo pela è un minchione.

Pelare, per cavar la paglia filo per filo.

I morti non rubano perché hanno legate le mani.

Da questo si può giudicare d’altri molti proverbi che sono spropositi di chi per la rabbia non sa quello che si dice, o di molti sguaiati per farsi onore con gli sguaiati.

I bei partiti fanno andare gli uomini in galera–o

Per vantaggio, si va in galera.

Ladro piccolo non rubare, che il ladro grande ti fa impiccare.

La molta cortesia, fa temere che inganno vi sia.

La roba degli altri consuma la propria.

La roba degli altri ha lunghe mani.

Ripiglia tosto la roba sua e di più, te medesimo.

La roba del compagno fa enfiar le gambe.

La roba va secondo che la viene–e

Chi mal tira, ben paga.

Molti ladri siedon bene.

Quel che vien di ruffa raffa, se ne va di buffa in baffa.

Di ruffa raffa, d’imbrogli e di ruberie; di buffa in baffa, dal portare il berrettino al metter la barba.

Reputazione e guadagno non istanno quasi mai nello stesso sacco.

Roba trovata e non consegnata è mezza rubata.

Tre cose fanno l’uomo ricco, guadagnare e non ispendere, promettere e non attendere, accattare e non rendere.

(Vedi Coscienza, Castigo dei falli.)