Lettera In Proverbi

 LETTERA IN PROVERBI

Antonio Vignali (1500-1559)

Edited by
Teodor Flonta

ISBN 1 875943 01 3

Premessa

Antonio Vignali nacque nel 1500 a Siena e fu membro della famosa Accademia degli Intronati. Assunse perciò lo pseudonimo di Arsiccio Intronato. Durante lotte intestine tra le varie fazioni politiche della sua città, ‘i popolari’, che lui aveva osteggiato, ottennero la vittoria costringendolo, nel 1530, all’esilio. La caduta della Repubblica di Siena nel 1555 lo addolorò profondamente. Morì nel 1559 a Milano presso la corte del cardinale Cristoforo Madruzzi.

 La Lettera alla Gentilissima Madonna, scritta nel maggio del 1557, è indirizzata alla Repubblica di Siena ed è uno scritto contenente 365 proverbi e modi di dire. Lo riteniamo un documento interessante per la cultura italiana in generale: è un saggio curioso della cultura proverbiale dell’epoca post-rinascimentale. Esso ripropone e conferma, in uno scritto unitario di ispirazione goliardica e popolare, la validità dell’opera di diffusione dei proverbi classici avviata all’inizio del secolo da Erasmo da Rotterdam.

 La presente edizione è corredata di indici dei proverbi e dei modi di dire, alcuni accompagnati da spiegazioni. Ringrazio la mia gentile collega, Professoressa Maria Luisa Alunno, per l’aiuto nella rilettura del manoscritto e degli indici.

 Teodor Flonta
Hobart, February 1995

Gentilissima Madonna

Or che io sono al sicuro, mi voglio pur cavar questa maschera, e non intendo più far lo sciocco. Sorellina mia, voi vi sete ingannata a credere che quello Arsiccio, che faceva il balordo, fusse buono; egli era più falso, più cattivo e più malizioso che il diavolo dell’inferno; e sebbene faceva la gatta di Masino, egli aveva il pane in mano, e il rasoio alla cintola; e come colui che ha fatto d’ogni lana un peso, accennava in coppe e dava danari, cercando se avesse potuto pigliare due colombi a una fava. Ma la sorte volse che altri si levò prima di lui; perchè come dice il proverbio: l’uomo propone e Dio dispone; egli si pensò d’andare a pascere, e andò ad arare; e però disse bene colui: i sogni non sono veri, e i disegni non riescono, e chi mal pensa mal dispensa, ed altri disse: mal abbia; e disse bene; perchè è giusto, che chi cerca briga, la trovi a sua posta; e chi potendo stare, cade tra via, s’ ei rompe il collo, suo danno. Ma il male non sta sempre dove si pone, chè il mondo è tondo, e dopo la notte ne viene il giorno, e come si dice: ogni tempo viene a chi lo può aspettare, e a chi incresce pongasi a sedere;[1] così farò io, nè mi spaventa quel che si dice: che chi vive a speranza, muor cacando, chè io ho pisciato sopra qualche nieve,[24] e so oggimai quanti pani fanno una coppia, e quante paia fanno tre buoi, e conosco benissimo un bue fra cento persone, o per dir meglio conosco i miei buoi; nè mi credo ingannare, chè, come sapete, più sa il matto in casa sua, che il savio in quella d’altrui; e basta.

Ma potreste dire: tardi tornò Orlando: io vi rispondo, che il bene non fu mai tardi; e però ancor che la pietra sia caduta nel pozzo, e che io veda ch’egli è un zappare in acqua, o come dicono: gittar le fave al muro,[44] e’ non si può sforzare il popone;[55] ci bisogna poi che abbiamo tocco il culo alla cicala, ch’ella canti; e se bene egli è uno stuzzicare il formicaio, o un attizzare il fuoco, e’ non importa: quel che ha da essere conviene che sia; e chi nasce matto non guarisce mai: io son oca, e oca convien ch’io muoia; e se bene fo il cane dell’ortolano, pazienza; voi sapete che chi si contenta gode, ed io godo; poichè la casa brucia, e ch’io mi scalderò pur le mani; e se io darò nelle scartate,[33] mio danno. Evvi peggio che morire? Costoro dicono: che il mutar costume, e il sopportare le corna per forza è al pari del morire; e però mi delibero di sborrare un tratto,[53] e dire come il Corso: se coglie, coglie, se non, mi gabba;[15] e a chi tocca tocchi. A me basta mostrare, che non son io quel che ha dato al cane, e poichè ho cattivi vicini, bisogna che io mi lodi da me stesso, se bene dicono; che chi si loda, s’imbroda. Basta che io possa dire, per voi moriimi e viddi chi mi pianse, e veggio per prova che l’allegrezze di questo mondo duran poco, e che tutto quello che riluce non è oro. Egli è mala cosa l’esser cattivo, ma egli è peggiore l’esser conosciuto, e io confesso ch’io presi un granchio, e se non fu con due bocche, dicalo chi lo sa. Ma che profitta ravvedersi dopo il fatto, o tardare a pentirsi al capezzale? Chi ha tempo, non aspetti tempo, e pigli il bene quando viene, chè il mondo è fatto a scale, chi le scende e chi le sale, e l’ore non tornano addietro, chè se la cosa si avesse a far due volte, l’asino sarebbe nostro.[16] Ma voi sapete come dice: meglio è ravvedersi una volta che non mai; perchè il peggior di tutti i peccati è l’ostinazione. Vengo dunque a far come colui, che perduti i buoi serra la stalla, e so ch’egli è un gittare il manico dietro la pala. Pur lo fo, acciocchè non crediate che io dorma al fuoco, o me ne vada preso alle grida;[20] ch’io non sono oggimai il fanciullo di mona Cimbella,[41] e mostrerovvi che voi mi potete bene sforzare, ma non ingannare; chè i gattucci hanno aperti gli occhi, nè voglio che si possa dire, che mi sia stata venduta la lepre in sacco, nè fatto credere che le lucciole sieno lanterne, ch’io non ho mangiato traveggole, e non si pensi nessuno di farmi Calandrino,[43] nè farmi comprar la gatta per lepre, ch’ei s’ingannerebbe di grosso, perchè, quando il lor diavol nacque, il mio andava alla banca, e si ingannano a partito a pensar di saperne tanto essi dormendo, quanto io vegghiando; ma al frigger se ne avvedranno;[19] al Carnovale, disse colui, si conosce chi ha la gallina grassa. Questi che fanno tanto il savio, il più delle volte vengono a cadere del loro asino, o darsi della scure nel piede. Io ho sempre veduto, che chi più ne ha, più ne imbratta, e chi asino è, e cervio esser si crede, fa la zuppa nel paniere. Ma non è ben sempre dire il tutto, anzi dicono: ch’è meglio mangiare quel che altri ha, che dir quello che altri sa; perchè in bocca serrata non entra mai mosca, e la lingua non ha ossoma fa rompere il dosso, perchè chi troppo parla, spesso falla; e perciò dicono, che è saviezza parlar poco, e ascoltare assai; e di qui nacque quel proverbio: che un par d’orecchie seccano cento lingue; ed io ho veduto sempre pentirsi più d’aver ciarlato, che d’aver taciuto; ancor che si dica, che chi non parla, Dio non l’ode, e però dicono molti: di’ il fatto tuo, e lascia fare al diavolo, ed io confesso, che si perde molto per essere stolto, e che chi non s’arrischia, non guadagna, e chi vuol del pesce, bisogna che s’immolli le brache. Ma a me è sempre intervenuto, come al cane d’Esopo,[45] perchè ancor ch’io abbia rotto lo scilinguagnolo, la fortuna mi è stata sempre tanto contraria, che sempre ho dato sotto le buche;[36] e truovo certissimo quel che si canta: Ventura Dio, che poco senno basta.[18] Ma io non feci mai bucato che non piovesse; e credetti bene che piovesse, ma che non diluviasse: tuttavia non vien un male, che non venga per bene. Chi sa? solo Dio sa il tutto, ed accade in un punto quel che non accade in cento anni, e però io ben mi conforto, chè se bene le pere mezze cadono in bocca a’ porci, non è però che chi opera bene talora non venga rimunerato, e che colui che mal vive, non muoia male; non mi voglio gittar fra i morti, chè Dio dice: aiutati e io t’aiuterò, e veggo che chi vive verzica, e chi pecora si fa il lupo se la mangia. Io son bene sciocco, ma non tanto, quanto voi mi fate, e se voi non me lo credete, mettetemi il dito in bocca, e vedrete se io son terreno da porci vigna, o da piantar carote, e se io vi riuscirò meglio a pane che a farina. Voi direte forse, non voglio provare, chè alla prova si scortica l’asino, e molte cose son meglio crederle che provarle, ed io non mi voglio pigliare gl’impacci del Treccia:[52] a chi duole il dente, se lo cavi, ch’io non voglio che i peti d’altri rompano le mie brache. Dico che siate savia, e che gli è meglio imparare alle spese d’altri; e io che vengo dalla fossa, so che cosa è il morto; così avessi fatto io che non mi sarei gittato addosso e negli occhi l’agresto, e dettomi che il credere e il pevere inganna le donne e i cani;[8] nè mi sarebbe bussato le banche dietro.[28] Ma se io feci male, me ne gratto gli occhi, e si può dir per me, che chi semplicemente pecca, semplicemente se ne va all’inferno, e certo io confesso, che io fui colto al boccone come i ranocchi, ma di qui a cento anni tanto varrà il lino, quanto la stoppa, e chi avrà mangiato il pesce, cacherà le lische, e sebbene il peccato sarà vecchio, la penitenza sarà nuova. Ora il soperchio rompe il coperchio, e la forza caca addosso alla ragione; bisogna, quando altri è incudine, soffrire, e quando martello, percuotere, chè giuocare e perdere lo sa fare ognuno, e bisogna talvolta pena patire per bella parere; e se io ho le corna in seno, non me le voglio mettere in capo, chè fallo celato è mezzo perdonato, e cercare d’aspettar il tempo; chè cagna frettolosa fa i cagnuoli ciechi, ed io ho imparato quel proverbio spagnuolo che dice: Suffra es quien penas tien que tiempo tras tiempo vien; [17] e però dice: che non si fa mai nulla bene in fretta, salvo che il fuggire la peste; e perciò voglio lasciar passare tre pani per coppia,[46] perchè io ho sentito dire, che chi guarda a ogni penna, non fa mai letto, tanto più che io ho da fare con gente strascinata da’ cani, e che sa dove il diavolo tien la coda, e come dicono, ha portato le naccare,[25] ed è passato dai dipintori,[42] di maniera che il mio carlino non varrà cinque soldi; oltre che voi sapete, che chi ha poca vergogna, tutto il mondo è suo. Voi direte forse: Arsiccio, il cane che vuol mordere, non abbaia, e dove bisognano i fatti, le parole sono d’avanzo; sarebbe meglio che t’arrecassi la mente al petto,[21] e ti ricordassi che tu non hai però il fil rosso,[23] per voler esser figlio della matrigna; e n’hai fatto la tua parte, e sai che si dice qua: l’asino che dà in parete, il colpo che dà, lo riceve: ti lamenti di gambe sane; e ti si potrebbe dire, che non sai ricevere gli scherzi, e che asino bianco ti va al mulino, e non sai quello che t’anfani,[49] e miri la brusca d’altri, e non vedi la tua trave, come se non sapessimo che sei stato l’asino del pignattaio, ed hai fatto d’ogni erba fascio, come falce fenaia, e quando t’è venuto bene, hai arato con l’asino e col bue, e sei andato con gli zoccoli per l’asciutto a tuo piacere; ora ti par miracolo che i granchi vadano a traverso, e bravi a credenza.[27] Non sai tu, che chi ha bocca, vuol mangiare, e che la comodità fa l’uomo ladro, e dicono: all’arca aperta il savio pecca,[3] e che il mal pertuso non vuol fine. Tu vai a zonzo per il mondo, nè ti ricordi che chi va al mercato perde il lato,[6] e chi non torna di corto può dire d’esser morto: tu vuoi una legge per te, e un’altra per gli altri, come se non sapessi, che ogni grillo grilla a sè, e ognuno tira l’acqua al suo mulino; e chi prende diletto di far frode e lascia la via vecchia per la nuova, o vuol torre a mattonare il mare, e insegnare a volare agli asini, o come si suol dire: menare l’orso a Modena;[5] si perde il tempo, le parole e i passi. Sì che, se tu ti sei disposto a volare senz’ale, e facevi fondamento in aria, lamentati di te.

Tu sai che la salsa non è fatta per gli asini, e ancorchè la ghirlanda costi un quattrino, la non sta bene in capo a ognuno, e chi troppo presume, o chi troppo alto sale, fa maggior caduta. Tu ti lamenti che le tue bugie non ti son credute, e intanto non vuoi credere agli altri la verità. Anzi io vi rispondo: che io sono in cattivo stato per troppo credere, e per lasciarmi menar per lo naso come le bufale; e come colui che non aveva più malizia che una colomba, stavo a bocca aperta come i passerotti, quando mi davi ad intendere che la luna stava sopra il cielo del forno. Infine io trovo che ognuno sel becca; e che quello è tuo nemico, che è di tuo uffizio, e che chi offende non perdona mai, e un pensa il ghiotto, l’altro il taverniere, e tra corsale e corsale non si perde, se non i barili voti: ne fu mai un sì tristo, che non si trovasse un peggior di lui; perchè ogni dritto ha il suo rovescio. E però mi son risoluto essere sempre fedele, perchè io non voglio che mi sia fatto fare il latino a cavallo; perchè per dire il vero l’uomo è impiccato, e dicono che egli è il vero quel che dispiace. Farò dunque l’Intronato, e parlerò per proverbii come i matti, e come chi canta e truova, perchè è mal sordo quel che non vuole udire, ed è mal bussare ai formiconi di sorbo,[7] che.fanno orecchi di mercanti, e ti lasciano gracchiare, e dicono: tu dirai e io farò.

Ed io mi sono accorto che questo pigliare le mosche in aria è un voler essere la favola del comune, ed è come voler entrare in un pettine di sette che tre cava, e quattro mette;[38] ed è meglio accordarsi con la volontà del maggiore, e legare l’asino dove vuole il padrone, e non volere andare su per le cime degli arbori, che chi fa la casa in piazza, un dice ch’ella è alta, e l’altro ch’ella è bassa, e quel che pone suo culo in consiglio, l’un dice bianco, e l’altro vermiglio, e ben dicono: voce di popolo, voce di Dio; nientedimeno voi sapete, che non ci è bestia più pazza di quella del popolo, nè acqua più grossa di quella de’ maccheroni;[12] e però io mi guardo da due cose, l’una dai segnati da Dio, l’altra dall’acque chete; e benchè il proverbio dica: Dio mi guardi da oste nuovo, e da puttana vecchia; io ho trovato, che ognun conta della fiera, come egli andò con essa,[13] e che talora per un brutto viso si perde una buona compagnia e che porco pigro non mangiò mai pera mezza; e lo spagnuolo dice: mozzos vergonzosos el diablo lo struxes al palatio:[11] che vuol dire, che i dispetti e’ rispetti guastano il mondo, e che tanto è il bene che non giova, quanto il male che non nuoce; e chi non vuol ballare non vada al ballo, perchè poi ch’altri vi è dentro, bisogna ballare, e non fare come il moccicone dell’Arsiccio, che si lasciò fuggire i pesci cotti di mano. O sciocco, come ti sta bene ogni male: va’, datti in un monte di lolla,[35] e non comparire più fra la gente. È possibile che tu che fai il gigante, e vuoi dar norma agli altri, ti sia lasciato stiacciare le noci in capo, e menar in capparuccia[47] di questa sorte? Rispondo, che chi fa come può, non fa mai bene, e che contra due non la potrebbe Orlando; e se io stetti cheto, e non mi dolsi, feci, perchè non mi fosse detto: sempre la più trista carriuola del carro è quella che gracida, o che ha da fare la luna con i granchi? intromettendomi io dove non bisognava, ed era per certo che non si direbbe per me: viene l’asino di montagna, e caccia il cavallo di stalla. E però io mi stava, come il prete della poca offerta, chè per più non potere, l’uomo si lascia cadere. Ma non è che io non vedessi il mio male, perchè al tutto è orbo chi non vede il sole. Pure, come vedete, la paura guarda la vigna. Io volli più tosto che si dicesse: qui fuggì il tale, che qui fu morto il tale, tenendo speranza in quel che si dice: siedi e gambetta e vedrai tua vendetta.

Ma chi ha la prima, non ne va mai netto: quell’imboccarsi per man d’altri è un non satollarsi mai. Io vorrei vedere un tratto, s’io potessi cavar la muffa di questo vino,[30] perciocchè questo giocare alla falsetta è un rinnegare il Petriera;[9] e voi sapete che io so, che chi ti fa più carezze che non suole, non va a buon cammino, perchè o tradire o ingannare ti vuole. Quel servir di pediglio,[54] cantar bene e ruspar male, è un’arte del Diavolo; ma chi ha cotto il culo coi ceci,[22] come io, e basta. Elle non son cose da stare a martello,[39] chè io ho udito dire più di una volta, che le galline si pigliano con belle belle, e non con scioia, scioia, e che tal mano si bacia che si vorrebbe veder mozza, e che non è ingannato, se non chi si fida: pure io m’accordo volentieri alla pace ed al caldo, come le pecore, e dico: preso per uno, preso per mille.[14] Io non tengo di rubare il porco per dare i piedi per limosina, nè meno far come il Zolla, che dava due pecore nere per una bianca, perciocchè io so che l’amore è cieco e pazzo, e però dice: Io piangerò per noci ed essi per aglio, e m’accorgo che ogni bel giuoco rincresce, e bene spesso si piglia delle Volpi.[4]

E non giova dire: per tal via non passerò e non berò della tal’acqua, ch’io fui forzato dell’acqua di Fonte Branda[26] anche io, benchè me ne facessi schifo: e conobbi che bisogna pregare Dio della buona sorte, e che ci guardi di quel che ci avvezzeremo, e che in fine il diavolo non è sì brutto come si dipinge. E molti uomini sono come la castagna,[40] ancorchè si soglia dire, che rade volte la vista inganna; pur crediate che a cane che lecca cenere, è mal fidargli la farina, ed è come porre il lupo per pecoraio, e andare alla gatta pel lardo. Io fuggii bene il ranno caldo, e dubitai un tempo di non mi dare in un trentuno,[32] temendo di non esser fatto morire di tisico. Ma voi sapete che nessuno si può guardare da man di traditore. Io fui colto al sonno, perchè me n’andava dietro a quel proverbio: Legala bene e lasciala andare; piscia chiaro e fa’ le fiche al medico; e chi non la fa, non la tema: io levai la lepre e un altro la prese, e io rimasi in pian di capecchio con le mani piene di mosche, ed avrei dato volentieri d’un chiasso tre quattrini.[31] Il bell’è, che il danno abbracciava la vergogna, ch’io persi il capitale e il credito; che pareva che ognuno dicesse: vello, vello,[37] e chi meglio mi voleva peggio mi faceva; perchè all’arboro che cade ognuno grida taglia, taglia, e al cane che fugge, dagli, dagli: ed io ho udito dire: Dio mi guardi da furia di popolo, da cattiva giustizia e da man di traditore. Ma chi scappa d’un punto, scappa di cento: e non è in tutto savio colui che non sa, bisognando, esser pazzo; e però feci l’intronato, e volli prima perdere il dito che la mano, ed avere il danno e non le beffe; acciocchè non si dicesse per me: cornuto e bastonato, e fannolo ballare. Io mi sento fin qua zuffolar gli orecchi, e parmi udire: questa tua cantafavola, Arsiccio, io non la intendo, e non vorrei che tu parlasse bucherato,[50] nè mettessi la pulce negli orecchi altrui in questa maniera. Se tu hai di chi ti dolere, parlaci per lettere di scatole, e sciogli un tratto il sacco alla libera; che qua non siamo indovini, nè intendiamo per cifre, e se forse ti dài ad intendere d’infinocchiarci con queste tue pastocchierie, tu t’aggiri, che la gatta ha pelata la coda,[10] ed io ti conosco meglio che la madre che ti fece. Tu ci vorresti mettere il celvello a partito, e ti riuscirà quello che non ti pensi; perchè tu sai, che chi altri tribola, sè non posa, e che ti si potrebbe dire, come la padella al paiuolo, ognuno faccia i fatti suoi; e chi non ci può stare se ne vada, come disse alla serpe il riccio, chè tu averai trovato questa volta culo da tuo naso, e non bisogna che ti nascondi dopo al dito, chè noi sappiamo che non sei farina da far cialde, e potrebbe essere che tu facessi come i piffari da Lucca, che andarono per sonare e furono sonati, e però non volere andar cercando il male come i medici; perchè chi ti dà un osso, non ti vorrebbe veder morto, e se ti par poco, abbi pazienza, chè chi tutto vuole, tutto perde; e non è conosciuto fin che non si vede perduto. Tu hai pochi amici, e cerchi averne manco; e però, poichè hai da rodere, dovresti sopportare in pace e arrecarti a bere questo cristero, chè infin infine i guai col pane son buoni; e non voler che si dica per te: chi ben siede mal pensa, perchè tu troverai che ci è da far per tutti; e sappi che non è gito al letto chi ha da avere la mala notte. Segnati dunque a buona mano, e prega Dio che la coltre sia nel letto, e che tal biasma altrui, che tira ai suoi colombi; e non è il peggior male che quello della morte, nè peggior minestra di quella che sa di fumo. Tu ti lasci imbrogliare e poi ti adiri, e ti maravigli del ponte a Tressa,[48] e non sai che maggior miracolo fu il baleno; e che l’amore e la tosse non si posson celare; che pur vai tentando i monaci, e vuoi pigliare a mattonare il mare.[51] Tu non sei il primo, nè sarai l’ultimo, a chi sia risciaquato il fiasco con le pietre, nè tampoco sei solo a chi sieno stati ficcati i giunchi per gli occhi, e fatto cavalcare la capra alla china,[29] e fatto parere l’uno due, perchè ognuno ha il suo impiccato all’uscio, nè si serra mai una porta, che non se n’apra un’altra, e in ogni terra si leva il sole la mattina: però non ricordare il capestro in casa dell’impiccato, ch’egli è proprio come ricordare i morti a tavola, e farsi mal volere a bello studio. Loda e conforta e non ti obbligare, e sempre de’ cattivi partiti cerca il migliore, nè ti fidare di quel proverbio: che chi si contenta gode, ch’egli è mal boccone quel che affoga. Tu hai l’esempio innanzi che dice alla buona derrata pènsavi su,[2] e credi che non sono tutti uomini quelli che pisciano al muro, chè tal ti guarda la cappa che non ti vede la borsa: la mia zia soleva dire: che il villano vien sempre con il disegno fatto, e che chi è facile a credere si trova ingannato spesso.

Onde io risponderò come colui: i consigli son tutti buoni, e i proverbi son tutti provati; ma il mio asino non torna a me, nè mi si cuoce il pane, e bisogna ridurre questa cosa a oro, e cavarne quel che c’è, come n’esce, chè io non posso più stare alle mosse, e mi consumo nella cavezza, vedendo che io ho fatto come colui che lava il capo all’asino, e mi son pasciuto di ciance. Il cas’è che io sono entrato tanto in bestia, che m’è fatto toccare con mano, e non finisco di crederlo. Tuttavolta io vengo a conoscere, che si grida poche volte al lupo che non sia in paese; ma la verità, dicono, che si piegherebbe, ma non si romperebbe giammai, nè è peccato al mondo sì occulto, che non si venga a manifestare: però diceva 1a fornaia: Se non vuoi che si sappia, non lo fare, e se vuoi tenerlo segreto non lo dire, chè chi non sa tacere, non sa godere; ed io per tacere ho fatto il gozzo, ed ora che io vorrei parlare, non so con chi: tanto più che questa è una matassa, che sarebbe diflicile a trovarne il bandine; ma chi l’ha intrigata la strighi. e chi ha mangiato i baccelli, spazzi i gusci, chè chi va alle nozze e non è invitato, se ne torna svergognato, e chi scrive a chi non risponde, o gli è matto o gli ha bisogno. Però io non intendo andare a caccia di grilli, ed essere lungo tempo fastidioso; se mi scriverete, farete il debito vostro, ed io vi risponderò come l’asino che raglia, dandovi per ogni pane tre focacce,[34] dichiarandovi questo mio ghiribizzo con altri termini più chiari; perchè io avrei pur caro d’essere una volta inteso, e specialmente da chi non volse mai intendermi, quando io parlava per bocca della verità, dalla quale così lontani vedevo andare tutti li pensieri di coloro, che si mostravano amici di ogni mio bene. Ora mi dovete credere, poichè io sono riuscito profeta, quando, come io v’ho più volte profetizzato, se non vi pentirete del male che avete detto dell’Arsiccio, e vi determinerete da qui innanzi a credergli, e pregare Dio per lui, il quale quanto sa e può vi si raccomanda.

Di Milano, dove egli è in piaceri e sollazzi, al comando tutto di V. S. la quale N. S. feliciti. Del mese degli Asini; 1557.
Quel che tanto ama voi, quanto amate voi medesima.

L’ Arsiccio Intronato


INDICE ALFABETICO DEI PROVERBI

A

A can che lecca cenere, è mal fidargli farina.
Accade in un punto, quel che non accade in cento anni.
A chi duole il dente, se lo cavi.
[1] A chi incresce, pongasi a sedere.
(A chi non va di aspettare il tempo giusto, si consiglia di non mettersi nell’impresa).
A chi tocca, tocchi.
A cane che fugge, ognuno grida << dagli! dagli! >>.
Al carnovale, si conosce chi ha la gallina grassa.
[2] Alla buona derrata, pènsavi su.
(Quando le cose vanno bene, prevedi e provvedi).
Alla prova, si scortica l’asino.
All’arboro che cade, ognun grida << taglia! taglia! >>.
[3] All’arca aperta, il savio pecca.
(In circostanze particolarmente alletanti, persino il saggio cede alla tentazione).
Al tutto è orbo, chi non vede il sole.
Ancorchè la ghirlanda costi un quattrino, la non sta bene in capo a ognuno.
Asino bianco, ti va al mulino.

B

[4] Bene spesso si piglia delle volpi.
(Spesso anche gli astuti cadono nella trappola).
Bisogna pena patire, per bella parere.
Bisogna pregare Dio della buona sorte.

C

Cagna frettolosa fa i cagnuoli ciechi.
Chi altri tribola, sé non posa.
Chi asino è e cervio esser si crede, fa la zuppa nel paniere.
Chi ben siede, mal pensa.
Chi canta, truova.
Chi cerca briga, la trova a sua posta.
Chi è oca, oca convien che muoia.
Chi è facile a credere, si trova ingannato spesso.
Chi faceva fondamento in aria, si lamenti di sé.
Chi fa come può, non fa mai bene.
Chi fa la casa in piazza, un dice ch’ella è alta e l’altro ch’ella è bassa.
Chi fa male, se ne gratta gli occhi.
Chi guarda a ogni penna, non fa mai letto.
Chi ha bocca, vuol mangiare.
Chi ha intrigata la matassa, la strighi.
Chi ha la prima, non ne va mai netto.
Chi ha mangiato baccelli, spazzi i gusci.
Chi ha mangiato il pesce, cacherà le lische.
Chi ha poca vergogna, tutto il mondo è suo.
Chi ha tempo, non aspetti tempo.
Chi lascia la via vecchia per la nuova, si perde il tempo, le parole e i passi.
Chi mal pensa, mal abbia.
Chi mal pensa, mal dispensa.
Chi meglio mi vuole, peggio mi fa.
[5] Chi mena l’orso a Modena, si perde il tempo, le parole e i passi.
(Certi contadini che avevano preso in affitto dei boschi dagli Estensi, s’impegnarono a dare un orso vivo all’anno, credendo che fosse facile prenderlo e portarlo a Modena. Però, accortisi delle difficoltà, dovettero sostituire all’orso una somma di denaro).
Chi nasce matto, non guarisce mai.
<< Chi non ci può stare se ne vada >>, come disse alla serpe il riccio.
Chi non la fa, non la tema.
Chi non parla, Dio non l’ode.
Chi non s’arrischia, non guadagna.
Chi non sa tacere, non sa godere.
Chi non torna di corto, può dir d’esser morto.
Chi non vuol ballare, non vada al ballo.
Chi offende, non perdona mai.
Chi pecora si fa, il lupo se la mangia.
Chi piange per noci, e chi per aglio.
Chi più ne ha, più ne imbratta.
Chi potendo stare cade tra via, s’ei rompe il collo suo danno.
Chi prende diletto di far frode, si perde il tempo, le parole e i passi.
Chi scappa d’un punto, scappa di cento.
Chi scrive a chi non risponde, o gli è matto o gli ha bisogno.
Chi semplicemente pecca, semplicemente se ne va all’inferno.
Chi si contenta, gode.
Chi si era disposto a volar senz’ale, si lamenti di sé.
Chi si loda, s’imbroda.
Chi ti dà un osso, non ti vorrebbe veder morto.
Chi ti fa più carezze che non suole, non va a buon cammino, perchè o tradire o ingannare ti vuole.
Chi troppo parla, spesso falla.
Chi troppo presume, fa maggior caduta.
Chi troppo sale, fa maggior caduta.
Chi tutto vuole, tutto perde.
Chi va alle nozze e non è invitato, se ne torna svergognato.
[6] Chi va al mercato, perde il lato.
(Equivale a ‘Chi va via, perde il posto all’osteria’).
Chi viene dalla fossa, sa che cosa è il morto.
Chi vive a speranza, muor cacando.
Chi vive, verzica.
Chi vuol del pesce, bisogna che s’immolli le brache.
Chi vuole insegnare a volare agli asini, si perde il tempo, le parole e i passi.
Chi vuol tôrre a mattonare il mare, si perde il tempo, le parole e i passi.
Ci è da far per tutti.
Ci si pente più d’aver ciarlato, che d’aver taciuto.
Colui che mal vive, muore male.
Contra due, non la potrebbe Orlando.

D

De’ cattivi partiti, cerca il migliore.
Di’ il fatto tuo, e lascia fare al diavolo.
Dio ci guardi, di quel che ci avvezzeremo.
Dio dice: << Aiutati, e io t’aiuterò >>.
Dio mi guardi da furia di popolo, da cattiva giustizia e da man di traditore.
Dio mi guardi da oste nuovo e da puttana vecchia.
Di qui a cento anni, tanto varrà il lino quanto la stoppa.
Dir come la padella al paiuolo: Ognuno faccia i fatti suoi.
Dove bisognano i fatti, le parole sono d’avanzo.

E

Egli è il vero, quel che dispiace.
Egli è mal boccone, quel che affoga.
È mala cosa l’esser cattivo. ma egli è peggiore l’esser conosciuto [tale].
[7] È mal bussare ai formiconi di sorbo.
(Non ha senso rivolgersi a chi non si scompone, come le formiche dentro al legno duro, che non ne escono per quanto si batta).
È mal sordo, quel che non vuole udire.
È meglio accordarsi con la volontà del peggiore.
È meglio imparare alle spese d’altri.
È meglio legare l’asino dove vuole il padrone.
È meglio mangiare quel che altri ha, che dir quello che altri sa.
È meglio non volere andare su per le cime degli arbori.
È saviezza parlar poco e ascoltare assai.

F

Fallo celato, è mezzo perdonato.

G

Giuocare e perdere lo sa fare ognuno.
Guardati da due cose: l’una dai segnati da Dio, l’altra dall’acque chete.

I

I consigli son tutti buoni, e i proverbi son tutti provati.
I dispetti e’ rispetti guastano il mondo.
I guai col pane son buoni.
[Il bene] non è conosciuto fin che non si vede perduto.
Il bene non fu mai tardi.
Il cane che vuol mordere, non abbaia.
[8] Il credere e il pevere inganna le donne e i cani.
(II pevere è il pepe, oppure il << pevero >> gustosa vivanda con molti aromi, che perciò si prestava per mescolarvi il veleno da dare ai cani). 

Il danno abbraccia la vergogna.
Il diavolo non è sì brutto come si dipinge.
[9] I1 giocare alla falsetta è un rinnegare il Petriera.
(Il giocare a perdere – oppure il lasciarsi convincere e restar sempre ingannato – è un rinnegar la pazienza).
Il male non sta sempre dove si pone.
Il mal pertuso non vuol fine.
Il mondo è fatto a scale: chi le scende c chi le sale.
Il mondo è tondo, e dopo la notte viene il giorno.
Il mutar costume e il sopportar le corne per forza è al pari del morire.
Il peggior di tutti i peccati è l’ostinazione.
Il soperchio rompe il coperchio.
Il villano vien sempre con il disegno fatto.
In bocca serrata non entra mai mosca.
In ogni terra si leva il sole la mattina.
I sogni non son veri, e i disegni non riescono.

L

La comodità fa l’uomo ladro.
La forza caca addosso alla ragione.
[10] La gatta ha pelata la coda.
(Essere consumato nelle astuzie).
La lingua non ha osso, ma fa rompere il dosso.
L’allegrezze di questo mondo duran poco.
L’amore è cieco e pazzo.
L’amore e la tosse non si possono celare.
La paura guarda la vigna.
La più trista carriuola del carro è quella che gracida.
La salsa non è fatta per gli asini.
L’asino che dà in parete, il colpo che dà lo riceve.
La verità si piega, ma non si rompe.
Legala bene e lasciala andare.
Le galline si piglian con << belle, belle >>, e non con << scioia, scioia >>.
Le pere mézze cadono in bocca a’ porci.
L’imboccarsi per man d’altri è un non satollarsi mai.
Loda e conforta, e non ti obbligare.
L’ore non tornano addietro.
L’uomo propone, e Dio dispone.

M

Meglio è ravvedersi una volta, che non mai.
Molte cose, son meglio crederle che provarle.
[11] Mozzos vergonzosos el diablo lo struxes al palatio.
(Proverbio spagnolo: I giovani vergognosi il diavolo li strangoli con il suo laccio).

N

Nessuno si può guardare da man di traditore.
[12] Non ci è acqua più grossa di quella de’ maccheroni.
(“grosso”: arcaico per “sciocco”, “senza sale”. Non può esser “più grosso dell’acqua dei maccheroni”, cioè aver poca intelligenza).
Non ci è bestia più pazza di quella del popolo.
Non è gito al letto chi ha da avere la mala notte.
Non è il peggior male che quello della morte.
Non è ingannato se non chi si fida.
Non è in tutto savio colui che non sa esser pazzo.
Non è peccato al mondo sì occulto, che non si venga a manifestare.
Non è peggior minestra, che quella che sa di fumo.
Non fu mai un sì tristo, che non si trovasse un peggior di lui.
Non profitta ravvedersi dopo il fatto.
Non profitta tardare a pentirsi al capezzale.
Non ricordare il capestro in casa dell’impiccato.
Non si fa mai nulla bene in fretta, salvo che il fuggire la peste.
Non si serra mai una porta, che non se n’apra un’altra.
Non sono tutti uomini, quelli che pisciano al muro.
Non vien un male, che non venga per bene.

O

Ogni bel giuoco rincresce.
Ogni dritto ha il suo rovescio.
Ogni grillo grilla a sé.
Ogni tempo viene, a chi lo può aspettare.
Ognuno ha il suo impiccato all’uscio.
Ognuno tira l’acqua al suo mulino.
[13] Ognun conta della fiera, come egli andò con essa.
(Ognuno riferisce un fatto dal punto di vista dell’esperienza personale).

P

Per dire il vero, l’uomo è impiccato.
Per più non potere, l’uomo si lascia cadere.
Per voi morìimi, e viddi chi mi pianse.
Piglia il bene quando viene.
Piscia chiaro e fa’ le fiche al medico.
Più sa il matto in casa sua, che il savio in quella d’altrui.
Poi che abbiamo tocco il culo alla cicala, ci bisogna ch’ella canti.
Poi ch’altri vi è dentro, bisogna ballare.
Porco pigro non mangiò mai pera mézza.
[14] Preso per uno, preso per mille.
(Attenzione al primo passo, perchè a volte da un piccolo inizio possono derivare grandi conseguenze).

Q

Quando altri è incudine, bisogna soffrire.
Quando altri è martello, bisogna percuotere.
Quando il loro diavol nacque, il mio andava alla banca.
Quel che ha da essere, convien che sia.
Quel che pone suo culo in consiglio, l’un dice bianco e l’altro vermiglio. Quello è tuo nemico, che è di tuo uffizio.

R

Rade volte la vista inganna.

S

[15] Se coglie, coglie, se non, mi gabba.
(Proverbio corso che significa: Se ottengo1o scopo, bene, se no me ne rido).
Se ho le corna in seno, non me le voglio mettere in capo.
Se il peccato è vecchio, la penitenza è nuova.
Se la casa brucia, ci si scalda pur le mani.
[16] Se la cosa si avesse a far due volte, l’asino sarebbe nostro.
(Se tutte le nostre azioni si potessero ripetere, sarebbe nostra grande fortuna).
Se non vuoi che si sappia, non lo fare, e se vuoi tenerlo segreto, non lo dire.
Siedi e gambetta, e vedrai tua vendetta.
Si perde molto per essere stolto.
Solo Dio sa tutto.
[17] Suffra es quien penas tien que tiempo tras tiempo vien.
(Proverbio spagnolo: Soffra chi ha dolori, ché il tempo viene dopo il tempo; cioè, col tempo i dolori passano).

T

Tal biasma altrui, che tira ai suoi colombi.
Tal mano si bacia, che si vorrebbe veder mozza.
Talora per un brutto viso, si perde una buona compagnia.
Tal ti guarda la cappa, che non ti vede la borsa.
Tanto è il bene che non giova, quanto il male che non nuoce.
Tardi tornò Orlando.
Tra corsale e corsale, non si perde se non i barili vuoti.
Tutto quel che riluce, non è oro.

U

Un leva la lepre, e un altro la prende.
Un par d’orecchie, seccano cento lingue.
Un pensa il ghiotto, l’altro il taverniere.

V

[18] Ventura Dio, che poco senno basta.
(Non è necessario molto senno per esser fortunato).
Viene l’asino di montagna, e caccia il cavallo di stalla.
Voce di popolo, voce di Dio.

INDICE ALFABETICO DEI MODI DI DIRE

A

accennare in coppe e dare denari
accordarsi alla pace ed al caldo, come le pecore
[19] al frigger, te ne avvedrai
(Disse il pescivendolo a chi lo aveva pagato con moneta falsa: al momento decisivo vedrai cos’hai comprato!)
andar con gli zoccoli per l’asciutto
andare a caccia di grilli
andare alla gatta pel lardo
[20] andar preso alle grida
(Prestar fede alle voci che corrono)
arar con l’asino e col bue
arrecarsi a bere un cristero
[21] arrecarsi la mente al petto
(Rifletter bene sulla propria situazione)
attizzare il fuoco
[22] aver cotto il culo coi ceci
(Esser pratico del mondo, non lasciarsi ingannare)
aver da fare [come] la luna con i granchi
aver da fare con gente strascinata da’ cani
aver da rodere
[23] avere il fil rosso
(Portare un segno distintivo molto appariscente per godere di particolare considerazione)
avere il pane in mano, e il rasoio alla cintola
[24] aver pisciato sopra qualche neve
(Non esser nato ieri)
[25] aver portato le naccare
(Esser diventato furbo)
aver rotto lo scilinguagnolo

B

[26] bere dell’acqua di Fonte Branda
(Essere un po’ pazzo, come per l’effetto dell’acqua della celebre fonte senese)
[27] bravare a credenza
(Minacciare e millantarsi senza essere in grado di tradurre in fatti le parole)
[28] bussarsi le banche dietro
(Tirarsi i mali addosso)

C

cader del proprio asino
cantar bene e ruspar male
[29] cavalcar la capra alla china
(Andare incontro a dei guai, come chi cavalcasse una capra e, per di più, in discesa)
[30] cavar la muffa di un vino
(Veder chiaro in una faccenda)
cavarsi la maschera
cercare il male come i medici
conoscere [alcuno] meglio che la madre lo fece
conoscere i propri buoi
conoscere un bue fra cento persone
consumarsi nella cavezza
cornuto e bastonato, e farlo ballare
creder che le lucciole sieno lanterne

D

[31] dar d’un chiasso tre quattrini
(Dar qualsiasi cosa per uscire dai guai)
dare ad intender che la luna sta sopra il cielo del forno
[32] dare in un trentuno
(Incorrere in qualche brutta situazione. Il Trentuno era nel Cinquecento una grave punizione per le cortigiane)
[33] dar nelle scartate
(Andare su tutte le furie, dar di matto)
[34] dar per ogni pane tre focacce
(Contraccambiare caricando la dose)
darsi della scure nel piede
[35] darsi in un monte di lolla
(Andarsi a nascondere per 1a vergogna in un monte di loppa, i residui della battitura del grano. Detto con risentimento a chi ha fatto una figura meschina)
[36] dar sotto le buche
(Far buca, fallire nei propri intenti)
dir << tu dirai e io farò >>
[37] dir << véllo! véllo! >>
(Vedilo! vedilo!, incitazione allo scherno)
dormire al fuoco

E

è come ricordare i morti a tavola
[38] è come volere entrare in un pettine di sette, che tre cava e quattro mette
(Entrare in una situazione in cui non si verrà a capo di niente)
[39] è cosa da stare a martello
(È cosa meritata, che sta a dovere)
entrare in bestia
esser còlto al boccone come i ranocchi
[40] esser come la castagna
(Bella di fuori, e dentro ha la magagna)
esser farina da far cialde
[41] esser il fanciullo di mona Cimbella
(Essere sciocco)
esser la favola del comune
esser l’asino del pignattaio
[42] esser passato dai dipintori
(Avere i capelli bianchi, saperla lunga)
esser più falso (più cattivo, più malizioso) che il diavolo nell’inferno
esser quel che ha dato al cane
esser terreno da piantar carote
esser terreno da porci vigna
è [come] una pietra caduta nel pozzo
è un’arte del diavolo
è [come] uno zappare in acqua

F

[43] far Calandrino [a qualcuno]
(Prendere in giro qualcuno, trattandolo come lo sciocco Calandrino del Boccaccio)
far come colui che lava il capo all’asino
far come il Zolla, che dava due pecore nere per una bianca
far come i piffari di Lucca, che andarono per suonare e furono sonati
far comprar la gatta per lepre
far d’ogni erba fascio, come la falce fenaia
far d’ogni lana un peso
far fare il latino a cavallo
fare il can dell’ortolano
far la gatta di Masino
far orecchi di mercanti
far parere l’uno due
farsi mal volere a bello studio
ficcare i giunchi per gli occhi
fuggire il ranno caldo

G

gittare il manico dietro la pala
[44] gittar le fave al muro
(Fare una cosa senza senso, come seminare le fave nel muro)
gittarsi addosso e sugli occhi l’agresto
gittarsi fra i morti
gridare al lupo che non è in paese

I

i gattucci hanno aperti gli occhi
il mio asino non torna a me
il mio carlino non vale cinque soldi
infinocchiar [qualcuno] con pastocchierie
ingannarsi di grosso
ingannarsi a partito
intender per cifre
[45] intervenir come al cane d’Esopo
(Succedere come al cane di cui Esopo racconta, che per afferrare il pezzo di carne che vedeva riflesso nell’acqua, perse quello che aveva in bocca, cioè ottenne il contrario dell’esito previsto)

L

lamentarsi di gambe sane
[46] lasciar passare tre pani la coppia
(Esser disposto a rimetterci, pur di conseguire un fine)
lasciarsi fuggire i pesci cotti di mano
[47] lasciarsi menar in capparuccia
(Lasciarsi prendere per il naso)
lasciarsi menar per il naso come le bufale
lasciarsi stiacciare le noci in capo

M

mangiar traveggole
[48] maravigliarsi del ponte a Tressa
(Meravigliarsi di una cosa ovvia, che è sotto gli occhi di tutti, come doveva essere per il Vignali il ponte sul fiume Tressa, nel canton Ticino, dove era in esilio o, come suggerisce il signor Giuseppe Sparnacci (Vinci – Firenze), la località Ponte a Tressa che si trova a circa 15 km da Siena , in direzione sud, sull’attuale via Cassia)
mettere il cervello a partito
mettere il dito in bocca [a qualcuno]
metter la pulce negli orecchi altrui
mirar la brusca d’altri, e non veder la sua trave
mi si cuoce il pane

N

nascondersi al dito
non aver più malizia che una colomba
non bere un’acqua
non far mai bucato, che non piova
non passar per una via
[49] non sai quello che t’anfani
(Stai sproloquiando o parli a vanvera)
non voler che i peti d’altri rompon le proprie brache

P

parer miracolo che i granchi vadano a traverso
[50] parlar bucherato
(Parlare in tono sommesso, per acquistarsi favori)
parlare per lettere di scatole
pascersi di ciance
pensarsi d’andare a pascere, e andare ad arare
perdere il capitale e il credito
[51] pigliare a mattonare il mare
(Intraprendere un’opera inattuabile, come pavimentare il mare)
pigliar due colombi a una fava
pigliar le mosche in aria
[52] pigliarsi gl’impacci del Treccia
(Preoccuparsi per una cosa da nulla, come faceva un certo Treccia)
porre il lupo per pecoraio
pregar Dio che la coltre sia nel letto
prendere un granchio

R

ridurre una cosa a oro
rimanere in pian di capecchio con le mani piene di mosche
risciacquare il fiasco con le pietre
risponder come l’asino che raglia
riuscir meglio a pane che a farina

S

saper dove il diavolo tien la coda
saper quante paia fanno tre buoi
saper quanti pani fanno una coppia
[53] sborrare un tratto
(Buttar fuori a un tratto quel che si pensa, senza curarsi delle conseguenze)
sciogliere il sacco
segnarsi a buona mano
sentirsi zuffolar gli orecchi
serrar la stalla quando i buoi sono perduti
[54] servir di pediglio
(Servir di mezzo alle malefatte altrui)
[55] sforzare il popone
(Bisogna aspettare che l’evento maturi, come il popone, che non si può ottenere per forza)
stare a bocca aperta come i passerotti
stare alle mosse
starsi come il prete della poca offerta
stuzzicare il formicaio

T

tener di rubare il porco, per dare i piedi per limosina
tentare i monaci
toccar con mano, e non finir di credere
trovar culo da proprio naso
trovar il bandine della matassa

V

vender la lepre in sacco
voler avere il danno e non le beffe
voler esser figlio della matrigna
voler prima perdere il dito, che la mano
volere una legge per sé, e un’altra per gli altri


Teodor Flonta
Department of Modern Languages (Italian)
University of Tasmania
Hobart
Australia

© Teodor Flonta, 1995

DE PROVERBIO
An Electronic Book Publisher

ISBN 1 875943 01 3