Maldicenza, Malignità, Invidia

Maldicenza, Malignità, Invidia

All’assente e al morto non si dee far torto–e

Non flagellare il morto, non litigare il torto.

Al mordace tutto dispiace.

A lunga corda tira, chi morte altrui desira–e

Morte desiderata, cent’anni per la casa.

Astio e invidia non morì mai–e

L’invidia nacque e morirà con gli uomini–e

Se l’invidia fosse febbre, tutto il mondo n’avrebbe–e

L’invidia regna fin ne’ cani.

Can dell’ortolano, non mangia la lattuga, e non la lascia mangiare agli altri.

Dicesi degli invidiosi.

Chi altri giudica, sé condanna.

(Vedi Illustrazione XIV.)

Chi burla lo zoppo, badi d’essere dritto–e

Chi vuol dir mal d’altri, pensi prima di lui.

Cioè di sé–e

Se d’altrui parlar vorrà, guardi se stesso e tacerà.

Chi fa la casa in piazza, o l’è tropp’alta o troppo bassa.

Chi fa le cose in pubblico, non può soddisfare a ognuno.

Chi ha dentro amaro non può sputare dolce–e

Chi ha in bocca il fiele non può sputar miele.

Chi mal fa, mal pensa.

Chi mal pensa, Dio gli dia male–e

Chi mal pensa, mal abbia.

Chi mal pensa, mal dispensa.

Chi mal ti vuole, mal ti sogna.

Chi mi dice mal dietro, me lo dice al…

Chi non può benedire, non puo maledire.

Chi ride del mal d’altrui, ha il suo dietro l’uscio–e

Chi desidera il male ad altri, il suo sta vicino.

Chi semina spine, non vada scalzo.

Chi si fa Argo dell’onore altrui, riesce talpa del suo.

Chi vuole il malanno, abbia il mal’anno e la mala pasqua.

Ci è chi vede male, e vorrebbe veder peggio.

Colpo di forbici ognun due.

La maldicenza e la calunnia fanno anche più male che non si vorrebbe.

Dall’invidioso guardati come dal tignoso.

Di quella misura che misurerai gli altri, sarai misurato tu.

Dove non è malizia, non è peccato.

È male avere il male, ma esser burlato è peggio.

È più facile fare il momo che il mimo.

È meglio essere di man battuto, che di lingua ferito.

È vizio essere tristo, ed è peggio non conoscere che un altro sia buono.

Il cane rode l’osso perché non lo può inghiottire–e

La ranocchia non morde, perché non ha i denti–e

Domeneddio fece bene a non fare i denti a’ ranocchi.

Il casco (il cascare) vuole il riso.

È una crudeltà, ma vi caschiamo tutti:

Ride il fanciullo, ecc. (PARINI, La caduta.)

Il ladro crede che tutti sien compagni a lui.

Il male degli altri non guarisce il nostro.

Il male è male a farlo, ma peggio a pubblicarlo.

Il male è presto creduto.

La calunnia offende tre, chi la dice, a chi la si dice, e di chi la si dice.

La cattiva volontà non disse mai bene.

La lingua non ha osso, e sa rompere il dosso (ma si dice anche e si fa rompere il dosso).

La luna non cura l’abbaiar de’ cani.

La mala lingua è peggio che tigna.

La spina cresce pungendo.

La tigna e il maldicente è peggio di tutta la gente.

Tigna si dice all’avaro.

Lingua sagace sempre è mordace.

L’invidia fa agli altri la fossa, e poi vi casca dentro–e

L’invidia fa del male, ma sta peggio.

L’invidia rode se stessa–e

L’invidioso si rode, e l’invidiato se la gode–e

All’invidioso gli si affila il viso e gli cresce l’occhio.

Col far altrui mal’occhio strugge sé.

Mal comune, mezzo gaudio.

(Vedi Illustrazione XV.)

Malizia mai non caccia malizia.

Mula che rigna e donna che sogghigna,maldicenzasgraffigna.

Non dir di me quel che di me non sai,
di’ pria di te, e poi di me dirai.

Non fu mai gloria senza invidia.

Non ti rallegrar del mio duolo, chè quando il mio sarà vecchio, il tuo sarà nuovo.

Occhio maligno, alma sventurata.

Peggio è l’invidia dell’amico che l’insidia del nemico.

Se direm d’altri, altri dirà di noi.

Sempre par più grande la parte del compagno.

Perché non si vede né quanto costi né quanto pesi. E bene si dice:

L’invidia è un peccato da minchioni.

Se ognuno spazzasse da casa sua, tutta la città sarebbe netta.

Si crede più il male del bene.

E però corre quest’altro:

A pensar male ci s’indovina.

Che è una di quelle tante cose che si dicono facendo regola generale di quelle sguaiate e goffe sentenze che a noi vengono suggerite dal malumore o dalla stizza.

Si dice (cioè si deve dire), il peccato, ma non il peccatore.

Tutto finisce, fuorché l’invidia.

Un quattrin di carta, una penna e un danaro d’inchiostro fanno apparir d’un uomo un mostro.

Uom che ha invidia, ha doglie.

 

 

Mestieri, Professioni diverse

A fare il fabbro con la barba, e alle lettere con la bava.

Gli studi bisogna cominciarli presto, che non importa delle opere manuali.

Al cattivo lavoratore or gli casca la zappa ora il marrone.

Quando non si ha voglia, si trova sempre qualche disgrazia.

Allo sprone i cavalli, al fischio i cani,
e al bastone intendono i villani.

Al sarto povero gli si torce l’ago.

Il lavoro gli conclude poco.

Al villano, la zappa in mano–e

Chi è uso alla zappa, non pigli la lancia–e

Chi è uso al campo, non vada alla corte.

Per via d’esempi significano: ognuno faccia il suo mestiere–e

Chi è uso alle cipolle, non vada a’ pasticci–e

Non desiderare i sapori de’ signori–e

Non è buono mangiar ciliegie co’ signori.

Ammoniscono degli inconvenienti i quali nascono dal mescolare insieme condizioni disuguali–e

Co’ gran signori bisogna usar poche parole.

Amor di signore, amore di donnola.

Perché d’ordinario non ha fondamento o tradisce. (Prov. spagnuolo.)

Al villan che mai si sazia, non gli far torto né grazia–e

Il villano punge chi l’unge e unge chi lo punge.

A mal villano non gli dar bacchetta in mano.

Aprile e conti per lo più son traditori.

Fidarsi alla buona stagione d’aprile, è come fare i conti innanzi l’oste.

A voler star pari col contadino bisogna giocar di zero.

Barca rotta, marinaio scapolo.

Cioè, disoccupato: dicesi di ogni artefice a cui per qualunque motivo mancando gli strumenti sia di mestieri stare ozioso.

Battilano, o unto, o si muor di fame.

Batti il villano, e saratti amico–e

Chi fa il servizio al villano, si sputa in mano.

Coteste ingiurie, che si accoccano agli uomini di certe professioni, sono appunto come quelle che sogliono essere barattate tra città e città vicine: il villano più e meglio dell’uomo in giubba stampa in proverbi le sue risposte non rade volte assai calzanti; e alcune ne troverà chiunque si metta a sfogliare queste carte.

Beata quella casa che v’è cherica rasa.

Molte famiglie si credono che fare il prete, cioè tirare su a prete uno de’ figliuoli le arrichisca.

Biada di mugnaio, vin di prete e pan di fornaio, non fare a miccino.

Cappuccio e cotta sempre borbotta.

Cattivo è il mestiero che non nutrisce l’artefice.

Cavalier senza entrata, e muro senza croce, da tutti è scompisciato–e

Un conte senza contea è come un fiasco senza vino–e

La nobiltà è come lo zero.

Se non vi si mette qualche altro numero, nulla vale–e

Nobiltà poco si prezza, se vi manca la ricchezza–perché

Necessità abbassa nobiltà.

Chi bazzica co’ preti e intorno ha il medico, vive sempre ammalato e muore eretico.

Chi crede a’ sensali diventa sensale.

Chi dice mal dell’arte, non sarà de’ consoli.

Chi strapazza il mestiere, non fa fortuna.

Chi disse navigare, disse disagio.

Chi è dell’arte, è sospetto.

Gli artefici, massime nello stimare i lavori, si favoriscono I’un l’altro.

Chi esce fuor del suo mestiere, fa la zuppa nel paniere.

(Vedi Illustrazione XVI.)

Chi è in mare navica, chi è in terra radica–e

Barca, perdita cavalca.

Chi è oste o fornaio, e fa il barcaruolo, dato gli sia d’un mazzuolo.

Chi è uso a mercanzia, non sa che guerra sia.

Chi fa un frate, fa un ciuco.

Chi ha da essere zanaiolo, nasce col manico in mano–e

Dicesi anche:

Chi ha da essere facchino, nasce col cercine in capo.

Chi ha l’arte, ha ufficio e beneficio.

Chi ha un cieco fuori, ha un podere in Chianti.

I ciechi cantando per le vie sogliono fare molti danari.

Chi muta stato, muta fortuna.

Chi non ha arte, medico si faccia–e

Chi ha mestiere, non può perire.

Chi non sa orare, vada in mare a navigare–e

Chi non naviga, non sa cosa sia timor di Dio.

Chi pesca a canna, perde più che non guadagna–e

Chi va dietro a pesce e penne, in questo mondo mal ci venne.

Detto dei cacciatori o pescatori.

Chi serve all’altare, vive d’altare–e

Il prete dove canta vi mangia–e

L’entrata del prete vien cantando e va via zufolando.

Chi sta a sportello ne vede mezza.

I Fiorentini i giorni di festa aprivano solo l’uscietto del legname che chiudea bottega e donde non si vedevano che in parte le mercanzie.

Chi vuol lavor gentile, ordisca grosso e trami sottile.

Del tessere; ma può stare anche figuratamente–e

A filar fine il cul se ne ride, a filar grosso si riempie il dosso.

Chi vuol udir novelle, al barbier si dicon belle.

Cioè nelle botteghe dei barbieri.

Chi vuol provar le pene dell’inferno, d’estate il fabbro e l’ortolan d’inverno.

E al contrario:

D’inverno fornaio, d’estate tavernaio.

Contadini e montanini, scarpe grosse e cervelli fini.

Coscienza di mugnai (o di fornai), coscienza d’osti.

Sono tenute comunemente d’uno stesso calibro.

Da ricchi impoveriti e da poveri arricchiti, prega Dio che t’aiti–e

Dio ti guardi da villan rifatto cittadin disfatto–e

(Vedi Illustrazione XVll.)

Non è superbia alla superbia uguale,
d’uom basso e vil che in alto stato sale–e

Chi vuol veder discortesia, metta il villano in signoria–e

Non introdur l’asino in sala, che poi ti manderà fuori e della sala e della camera–e

Quando la merda monta in scanno,
o che la puzza o che la fa danno.

Ebrei e rigattieri, spendon poco e gabban volontieri.

Ebreo, donna e uomo con corona mai la perdona.

Egli è disgrazia quando i frati s’impiccano.

Perché soliti a vivere quietamente. E anche:

Viene da Dio che i frati s’annegano.

È meglio la pace de’ villani che la guerra de’ cittadini.

Loda lo stare in villa.

Esser signore e minchione, è esser minchione due volte.

Figliuole d’osti e caval di mugnai, non te n’impacciar mai.

Frate che chiede per Dio, chiede per due (cioè anche per sé).

Frate che fu soldato è più sperimentato.

Questo più volte si è veduto anche dei preti.

Frate sfratato e cavol riscaldato, non fu mai buone–e

(Vedi Illustrazione XVIIl.)

Frati osservanti risparmiano il suo e mangiano quel degli altri.

Gallina vecchia senza tetto, non fu mai senza difetto.

Non è senza vizio colui che essendo vecchio va cercando il pane ad ogni uscio e non ha niun alloggio. (SERDONATI.)

Gallo di mugnaio, gatto di beccaio, garzone d’oste, ortolano di frati e fattor di monache.

hanno opinione di fortunati–e

Caval di monaci, porci di mugnaio e figliuoli di vedove non han pari.

son ben pasciuti.

Giudice e scrivano vuol tenere il piede in mano.

Non vogliono fretta.

Grama quella ca’, dove soldato o prete va–e

Non bazzichi prete e soldato, chi è maritato–e

A cherico che si fa frate non gli fidar la tua comare.

Guai a quel pescatore che teme dell’acqua fredda.

Dicesi di coloro che vogliono fare un’arte e poi non vogliono andar sottoposti agli incomodi che simile arte o ufficio arreca.

Guardati da alchimista povero.

Perché spinto dal bisogno e dalla brama dell’oro che sempre cerca e mai non trova, ordisce spesso qualche inganno. (SERDONATI.)

Guardati dal villano, quando ha la camicia bianca.

Come indizio di villano che non lavora. E i giorni di festa nei quali suole il contadino mutarsi la camicia ed oziare, gli riescono incentivo ai vizi o alle risse.

I frati si uniscono senza conoscersi, stanno uniti senza amarsi e muoiono senza piangersi.

Il beccaio non ama il pescatore.

Perché gli porta via il guadagno.

Il cantante ha la sua bottega nella gola.

Il tuo nemico è quel dell’arte tua–e

L’astio è tra gli artefici–e

L’invidia fu sempre maritata tra gli artefici.

Esiodo aveva detto che il fabbro invidia il fabbro, ed il vasaio il vasaio–e

Quello è tuo nemico che è di tuo ufficio.

Ufficio, accenna agli impieghi pubblici.

Il villano nelle piume vi sta a disagio.

Il villan nelle piume sta a disagio. (Orl. Inn.)

Il villano nobilitato non conosce suo parentato.

Il villano viene sempre col disegno fatto.

I mezzani sono i pidocchi del diavolo.

Prendono il sangue da quelli che li nutrono.

I mugnai sono gli ultimi a morir di fame–e

Trenta mugnai, trenta beccai, trenta sartori, fan cento e venti ladri.

Invito d’oste non è senza costo.

La carità de’ frati accompagna fino alla porta–e

Carezze di frati t’accompagnano fino alla porta, e te la serran dietro–e

Né da frati né da monache non t’aspettar mai niente.

La roba del villano dura trent’anni e un mese e poi la torna al suo paese.

La terra non avvilisce l’oro.

Di uomo pregevole che sia di bassa condizione.

L’avvocato d’ogni stagione miete e d’ogni tempo vendemmia.

L’occhio, la fede e l’onore non toccar mai di signore.

Loda il mare, e tienti alla terra–e

Meglio raccomandarsi agli uomini in terra che ai santi in mare.

Detto contro al navigare.

Loda lo scarpello, attienti al pennello; costa manco, e par più bello.

Melensa è quella mano che non mangia a spese del villano.

I contadini ci fanno le spese a tutti.

Montanini e gente acquatica, amicizia e poca pratica.

Nave vecchia, ricchezza del padrone.

Né il medico né l’avvocato, sanno regolare il fatto proprio–e

La vita de’ medici, l’anima de’ preti, e la roba de’ legisti sono in gran pericolo

Niuno s’ha da vergognare della sua arte.

Il mestiere non avvilisce l’uomo.

Non è villano perché in villa stia,
ma villano è chi usa villania.

Non fu mai villano senza malizia.

Ogni bottega la sua malizia.

Così ogni mestiere, ogni professione.

Ogni uomo ha buona moglie e cattiva arte.

Degli uomini è solito lodarsi della moglie e lamentarsi dell’arte che fanno.

Ognuno parla ben del suo mestiere.

Ognun patisce del suo mestiere.

Ognuno trascura per sé i godimenti dell’arte sua, quasi venutagli a noia perché ci ha guardato dentro: il cuoco non è mai ghiotto, il calzolaio va colle scarpe rotte.

Oste antico, nemico moderno–e

Oste di contado, assassino o ladro–e

Oste e nemico, è tutt’uno.

L’oste è peggior dell’inimico assai:
Che s’ami l’inimico disse Cristo
Che s’ami l’oste non lo disse mai.

Pazzo è quel prete che biasima le sue reliquie.

Più vale mestiero che sparviero.

Lo sparviere in pugno era l’ozio degli antichi nobili.

Poeti, pittori, strologi e musici fanno una gabbia di matti–e

Poeti, pittori e pellegrini a fare e a dire sono indovini.

Povera quella bocca che mangia con la rocca.

Accenna ai miseri guadagni delle filatrici di lino dal giorno d’oggi a confronto del passato.–e

Rocca, morte nascosta.

Perché il troppo filare prosciuga lo stomaco e fa intisichire.

Prega il villano, il mercato è disfatto.

Se tu mostri cedere o temere, I’altro rincara la posta.

Prete, medico e avvocato. trovasi in ogni lato.

Preti, frati, monache e polli non si trovan mai satolli.

Promesse di barcaiolo e incontro d’assassini, sempre costano quattrini.

Quando i cavalli ruzzano, il padrone stenta.

Si dice dei vetturini che non hanno lavoro.

Quando il villano è a cavallo, non vorrebbe mai che si facesse sera.

Quando il villano è alla città, gli par d’essere il potestà.

Quando il villano tratta ben, la pioggia secca il fien.

Cose impossibili–e

Il villan porta scritto sulla pancia, villan senza creanza–e

Il villano si conosce sempre–e

Chi è stato battezzato con l’acqua del fosso puzza sempre di umido.

Quel che vien di penna e stola, tosto vien e tosto vola.

Se t’imbianco, gli è onor mio; se ti rompo, non t’ho fatt’io.

È un dettato delle lavandaie che strusciano i panni per lavarli bene e presto.

Si spende più a fare un mercante che un dottore.

Si vive bene all’ombra del campanile.

Cioè a spese della chiesa–e

L’ombra del convento la rende il cento per cento–e

Nella casa dov’è un buon dottore o un ricco prete, non si sente né fame né sete.

Taglia lungo, e cuci stretto–e

Lunga gugliata, maestra sguaiata–e

Punti lunghi e ben tirati, oggi cuciti e domani strappati.

Ma si trova anche:

(Stanno bene in tutti i lati)–e

Punto di festa poco dura, ma la figura–e

Punto pasquale dura poco e comparisce male.

Mettere un punto per rimedio, di festa, passa, di Pasqua non si deve mai.

Traduttori, traditori.

Tre cose simili; prete, avvocato e morte. Il prete toglie dal vivo e dal morto; I’avvocato vuol del diritto e del torto; e la morte vuole il debole e il forte

Tutti i mestieri fanno le spese–e

Tutti i mestieri danno il pane.

Un pane dura cento miglia, e cento pani non durano un miglio.

Usano questo dettato i marinai per significare che secondo i venti giungono presto o tardi.

Viene asin di monte, caccia caval di corte–e

Il can di monte caccia quel di corte.

(Vedi Contrattazioni Mercatura.)

Meteorologia, Stagioni, Tempi dell’anno

A’ cinque d’aprile, il cucco dee venire; se non viene a’ sette o agli otto, o ch’è preso o che è morto.

E si aggiunge:

E se non viene ai dieci, gli è perso per le siepi–e

Se non viene ai venti, egli è perso fra i formenti–e

Se non viene ai trenta, il pastor l’ha mangiato con la polenta.
(PASQUALIGO, Racc. Ven.)

Acqua di maggio, uccide il porco d’un anno.

Acqua di giugno rovina il mugnaio–e

Acqua e sol, la campagna va di vol.

Cioè,la vegetazione fiorisce assai quando acqua e sole si avvicendano tra loro in giuste proporzioni.

Agosto ci matura il grano e il mosto.

Al fare in mare, al tondo in terra.

Proverbio de’ marinai: luna piena ha più rischi della nuova. E meglio:

Al fare, in mare al tondo in porto, perché a’ 15 non si faccia torto.

Perché nel plenilunio, che suol essere il 15 del mese, non si alzi qualche tempesta e ti anneghi.

Alla luna settembrina, sette lune se le inchina.

Cioè la luna di settembre ci fa prevedere le sette altre che succedono–e

Quando nevica di settembre, nove lune attende.

Alla Madonna di marzo si scopano, e alla Madonna di settembre si trovano.

Le lucerne.

Alla prim’acqua d’agosto, cadono le mosche;
quella che rimane, morde come cane.

Alla prim’acqua d’agosto pover’omo ti conosco (ovvero il caldo s’è riposto).

Alle prime rinfrescate si mette a prova la sanità. Ma pure s’intende a quest’altro modo, almeno in montagna dov’è più freddo: io ti conosco pover’uomo che non hai panni d’inverno da porti indosso–e

La prim’acqua d’agosto rinfresca il bosco.

Alleluia, ogni mal fuia.

Cioè, la Pasqua d’uovo.

All’escita, brache e camicia; e all’entrata, la rocca è inconocchiata.

Donnesco pregiudizio: a luna calante credono nascere i figli maschi, e a luna nuova le femmine. La rocca, emblema delle donne fino dai tempi dell’Odissea, ed allora più d’adesso: ma i contadini, che sono omerici, pongono tuttavia la rocca in cima al corredo e a vista di tutti, come si pone anco ne’ ritratti un libro in mano a’ dottori.

Alle tre nebbie, acqua–o

Dopo tre brine l’acqua a mezzine.

All’inverno piovoso, I’estate abbondante.

A luna scema non salare, a luna crescente non tosare, se vuoi risparmiare.

La carne che si sala a luna scema diminuisce nel cuocere; i capelli tondati a luna crescente ricrescono presto. (SERDONATI.)

Al primo tuon di marzo escon fuori tutte le serpi–e

Marzo, la serpe esce dal balzo.

Al quinto dì vedrai qual mese avrai.

Cioè dalla luna.

A Natale, freddo cordiale.

Anno bisesto, anno senza sesto.

La superstizione popolare vuole che ogni cosa in anni cosiffatti riesca male.

Anno ficaio, scarso granaio.

Anno fungato, anno tribolato.

Anno ghiandoso, anno cancheroso.

Anno nevoso, anno fruttuoso–ovvero

Anno di neve, anno di bene–e

Sott’acqua fame, e sotto neve pane.

E similmente:

Quando la neve è alta un mattone, il grano torna a un testone–e

Quando la neve s’inverna in piano, val più il sacco che non vale il grano.

Anno pecoraio, anno pecchiaio.

Quando è anno di molta carne, v’è parimente molto miele.

Anno susinao, poche fastella.

Aprile, dolce dormire.

Aprile e maggio son la chiave di tutto l’anno.

Aprile, esce la vecchia dal covile;
e la giovane non vuole uscire.

Aprile fa il fiore e maggio si ha il colore.

Aprile n’ha trenta, se piove trentuno, non fa male a nessuno.

Aprile, ogni giorno un barile–oppure

Aprile una gocciola il die, e spesso tutto il die.

Aprile piovoso, maggio ventoso o veneroso (cioè bello e gaio); anno fruttuoso–e

Aprile freddo, molto pane e poco vino.

Aprile, quando piange e quando ride.

April macht was er will, cioè quel che vuole, quel che gli salta in capo; dicono i Tedeschi. Ouesto seppi da taluno che lo imparò allo Spielberg.

Aprile suol esser cattivo da principio o al fine.

Aprile temperato non è mai ingrato.

A primavera vengon fuori tutte le magagne–e

Come marzo s’avvicina, tutti gli umori si risentono.

Arco da mattina, empie le mulina (o la marina); arco da sera, tempo rasserena.

Aria a fette, lampi e saette;
aria a scalelli, acqua a pozzatelli;
aria pecorina, se non piove la sera piove alla mattina;
aria a pane, se non piove oggi, pioverà domane.

Aria a scalelli, nubi ammontate come i gradini d’una scala; a pani quando si ammonticchiano in forma di pani. (COLETTI, Racc.)–e

Quando il cielo è a falde di lana,
anche l’acqua è poco lontana.

Aria bassa senz’acqua non passa.

Aria rossa da sera, buon tempo mena.

E si aggiunge:

Ma se inalza, non le aver fidanza–e

Sera rossa e nero mattino, rallegra il pellegrino.

Cioè il viandante.

Aria rossa, o piscia o soffia.

Arno non cresce, se Sieve non mesce.

Proverbio fiorentino: la Sieve è il maggiore tra gli influenti delI’Arno al di sopra di Firenze. E a Roma dicono:

Tevere non cresce, se Nera non mesce.

A San Barnabà (11 giugno) la falce al prà, o piglia la falce, e in Maremma va.

A San Marco le vacche passano il varco–e

A Santa Caterina le vacche vanno alla cascina.

Incominciano i pascoli, e le vacche danno latte.

A San Martino (11 novembre) ogni mosto è vino, (o è vecchio ogni vino).

Così dice chi ha troppa fretta di bere il vin nuovo, sia pel minor prezzo, sia pel sapore più piccante.

A San Martino, si veste il grande e il piccino.

A San Mattè (21 settembre) I’uccellator salta in piè.

A San Mattia (24 febbraio) la neve per la via.

Cioè, in via d’andarsene.

A San Michele (29 settembre) il calore va in cielo.

A San Simone (28 ottobre) il ventaglio si ripone;
a Ognissanti, manicotto e guanti.

A Santa Reparata (8 ottobre) ogni oliva olivata (ovvero inoliata).

Avanti Natale, né freddo né fame (o per fino a Natale il freddo non fa male): da Natale in là, il freddo se ne va.

A Viri Galilei mi spoglio i panni miei.

Cioè, ali’Ascensione, la quale cade sempre al principio di quel corso della Luna che suol chiamarsi luna di maggio. E poiché sembrano le stagioni osservare certa legge che ha ragione composta nell’anno lunare e nel solare, non è forse tanto vano quell’Oroscopo dei contadini i quali sogliono per esempio dire: Quest’anno il marzo sarà freddo perché la Pasqua è alta, cioè viene tardi in aprile;-ovvero sperano la primavera sia precoce perché la Pasqua è bassa.

Befania, tutte le feste manda via; e Santa Maria, tutte le ravvia.

Bel lucciolaio, bel granaio (o buon granaio).

E dicesi anche:

Molto pulciaio, molto granaio.

Bianco gelo, d’acqua è messaggero.

Bruma oscura tre dì dura; se vien di trotto, dura più d’otto.

Buona è la neve che a suo tempo viene.

Calende torbo, mese chiaro.

È da notare che il contadino ricorda tuttora le Calende, da lungo tempo dismesse. Ma delle sentenze se ne dice (e non soltanto in meteorologia) di tutte le sorte; cosicché abbiamo in contrario senso:

Calende, tutto il mese attende.

Carnovale a casa d’altri, Pasqua a casa tua, Natale in corte.

Il carnevale porta spesa, la Pasqua si dee fare co’ suoi, a Natale si danno le mance.

Castagne verdi per Natale sanno molto e poi vanno a male.

Cerchio lontano, acqua vicina; e cerchio vicino, acqua lontana.

S’intende di quel cerchio che fanno i vapori intorno alla luna.

Chi fa il Ceppo al sole, fa la Pasqua al fuoco–e

Da Natale al gioco, da Pasqua al fuoco.

Chi va all’acqua d’agosto, non beve, o non vuol bere il mosto .

Andare all’acqua, è andare a bagnarsi e nuotare, il che in Firenze è molto salutifero ne’ tempi caldi; ma d’agosto l’acqua comincia a incrudelire, e chi la frequenta di quel mese, corre pericolo di morire innanzi la vendemmia. (SERDONATI.)

Dall’otto al nove l’acqua non si muove.

Subito dopo il primo quarto della luna, il tempo non muta. Nel Veneto si dice:

Sete, oto e nove l’acqua non si move,
vinti, vintun e ventidò, I’acqua non va né in su né in giò.

Proverbio che ebbe origine dalla osservazione fatta da’ nostri antichi marinari, che i flussi e riflussi sono massimi ne’ plenilunii e novilunii, e minimi nella quadratura, cioè nella maggior distanza della luna dal sole, come appunto procede nei detti sei giorni lunari. Questo proverbio fu notato anche dal Galileo. Vedi lettera del 30 gennaio 1627 a Fra Fulgenzio Micanzio. Edizione completa di Firenze,tom. 7., pag. 145. (PASQUALIGO, Racc. Ven.)

Da Natale a Carnevale non c’è vigilia da osservare, se San Mattia non appare.

Da Ognissanti a Natale i fornai perdono il capitale.

Cioè, per il molto pane che si dà in campagna in elemosina in suffragio dei Defunti che poi vanno a rivenderlo alla città.

D’aprile piove per gli uomini e di maggio per le bestie.

Ma

Val più un’acqua tra aprile e maggio, che i buoi con il carro.

Da San Martino a Natale, ogni povero sta male.

Da San Martino a Sant’Andrè settimane tre, da Sant’Andrè a Natal un mese egual.

Da San Michele guarda il ciel se gli è sereno.

Perché

Quando l’Angiolo si bagna l’ale, piove fino a Natale.

Da Santa Caterna a Natale un mese reale.

D’està, per tutto è cà.

D’estate ogni buco fa latte, d’inverno nemmen le buone vacche.

Di Carnovale ogni scherzo vale.

Dicembre piglia e non rende.

Cioè, il seme sta sottoterra senza nascere per tutto quel mese (LASTRI.)

Di Luna al primo Marte (martedì) si fanno tutte l’arte.

Volgar pregiudizio–e

Non fu mai martedì senza luna–e

La luna ai 29 non fa, e ai 30 non arriva.

Di maggio nascono i ladri.

Comincia ne’ campi a esservi robe da cogliere; e quando gli alberi sono vestiti e il grano è alto, chi vuol far del male si nasconde facilmente.

Di marzo, chi non ha scarpe vada scalzo,
e chi le ha, le porti un altro po’ più in là.

Ovvero:

D’aprile, va il villano e il gentile.

Di marzo, ogni villan va scalzo.

Di settembre, la notte e il dì contende.

Dopo la neve, buon tempo ne viene–e

La neve non lasciò mai ghiaccio dietro.

E guai se lo lascia, come avvenne in Toscana negli anni 1845 e 49. Imperocché

La neve per otto dì è alla terra come mamma, da indi in là come mattrigna.

D’ulive, castagne e ghianda, d’agosto ne dimanda.

Mostrano gli alberi nell’agosto quel che daranno poi di frutto. Le castagne hanno bisogno d’acqua tra le due Sante Marie, cioè tra la Madonna d’agosto e la Madonna di settembre.

È meglio pioggia e vento che non il mal tempo.

Mal tempo significa burrasca: detto d’un marinaio.

E’ non nevica mai bene, se di Corsica non viene.

Fango di maggio, spighe d’agosto.

C’ioè dovizia di biade, che sono le spighe dell’agosto, o la seconda raccolta.

Febbraio asciutto erba per tutto.

Febbraio corto (o Ferraiuzzo) peggior di tutti.

Ferraietto è corto e maladetto.

Fino ai Santi la sementa è pei campi,
dai Santi in là, la si porti a cà.

A San Martino la si porta al mulino–e

Fino a San Martino sta meglio il grano al campo che al mulino.

Fino a Santa Margherita (20 luglio) il gran cresce nella bica.

E allora per l’ordinario si comincia a battere.

Freddo primaticcio e foglie serotine, ammazzano il vecchio.

Gennaio e febbraio mettiti il tabarro–e

Di marzo ogni matto vada scalzo–e

D’aprile non ti scuoprire, di maggio vai adagio, di giugno cavati il codigugno, e se non pare tòrnatelo a infilare; di luglio vattene ignudo.

Per il settembre poi

Brache, tela e meloni,
di settembre non son più buoni.

Proverbi che non sono punto superstiziosi. Ed a Firenze dicesi anche:

Fino ai Santi fiorentini, non pigliare i panni fini.

Cioè, fino dopo la metà di maggio, nel qual mese cadono le feste di San Zanobi, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi e San Filippo Neri.

Gennaio e febbraio, empie o vuota il granaio.

Gennaio forte tutti i vecchi si auguran la morte–e

Nel mese di gennar la vecchia sta in tirar.

Cioè, morire.

Gennaio fa il peccato, e maggio è il condannato (ovvero e maggio n’è incolpato).

Gennaio fa il ponte e febbraio lo rompe.

Gennaio mette il diaccio, e febbraio lo dimoia. E anche:

Sant’Antonio fa il ponte e San Paolo lo rompe.

Gennaio ingenera, febbraio intenera, marzo imboccia, aprile apre, e maggio fa la foglia.

Della vegetazione dei castagni; ma può dirsi di tutte le piante.

Gennaio, ovaio–e

Gennaio non lascia gallina a pollaio–e

Non v’è gallina né gallinaccia,
che di gennaio uova non faccia.

Gennaio secco, lo villan ricco–e

Quando gennaio mette erba,
se tu ha’ grano e tu lo serba–e

Polvere di gennaio, carica il solaio–e

Se gennaio fa polvere i granai si fan di rovere.

Gennaio zappatore, febbraio potatore, marzo amoroso, aprile carciofaio, maggio ciliegiaio, giugno fruttaio, luglio agrestaio, agosto pescaio, settembre ficaio, ottoble mostaio, novembre vinaio, dicembre favaio.

Mangiano in quel mese la faverella. Proverbi romaneschi, ma potevano servire all’autore del Francese Calendario del 1793.

Gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante–e

Quando la luna è tonda, essa spunta quando il sol tramonta.

Guai a quell’anno che l’uccello non fa danno.

Guardati dalla primavera del gennaio–e

Se gennaio sta in camicia, marzo scoppia dalle risa.

C ioè, ti canzona.

Il carnevale al sole, la pasqua al foco.

E viceversa:

Carnevale al sole, pasqua molle.

Il carnevale, il povero a zappare.

Mentre gli altri si sollazzano nel carnevale, a’ poveri tocca faticare per vivere–e

A carnovale si conosce chi ha la gallina grassa.

Il fresco della state fa dolere il corpo d’inverno.

La state fresca promette scarsa raccolta nell’anno dopo. (LASTRI.)

Il grano freddo di gennaio, il mal tempo di febbraio, il vento di marzo, le dolci acque di aprile, le guazze di maggio, il buon mieter di giugno, il buon batter di luglio, le tre acque d’agosto con la buona stagione, vagliono più che il tron di Salomone.

Il mese di bruma (cioè novembre), dinanzi mi scalda, e di dietro mi consuma.

Perché suole cominciare caldo e terminar freddo; e si dice poi del susseguente:

Dicembre, davanti t’agghiaccia e di dietro t’offende (o viceversa).

Il sol d’agosto, inganna la massara nell’orto.

Brucia gli erbaggi dell’orto, e la massaia non ce ne trova per cucinare.

Il vento non è buono che a mandar navi a mulini.

In anno pieno il grano è fieno, in anno malo la paglia vale quanto il grano.

La bruma tutte le pezze raguna.

Il freddo fa trovare le vestimenta.

L’acqua d’aprile, il bue ingrassa, il porco uccide, e la pecora se ne ride.

L’acqua di marzo è peggio delle macchie ne’ vestiti.

L’acqua per San Giuan, porta via il vino e non dà pan. (Prov. Spagnolo.)

La domenica dell’ulivo, ogni uccello fa il suo nido.

La grandine non fa carestia.

La nebbia di marzo non fa male, ma quella d’aprile toglie il pane e il vino.

La nebbia lascia il tempo che trova–e

Nebbia bassa buon tempo lascia.

E si dice proverbialmente d’altre cose: che sono come la nehbia, la quale lascia il tempo che trova.

La neve Sant’Andrea l’aspetta; se non a Sant’Andrea, a Natale; se non a Natale, più non l’aspettare.

La pecora e l’ape, nell’aprile danno la pelle.

La prim’acqua d’aprile vale un carro d’oro con tutto l’assile.

L’ecclissi sia del sole o della luna,
freddo la porta e mai buona fortuna.

L’estate di San Martino dura tre giorni e un pocolino.

L’estate è la madre de’ poveri.

L’inverno mangia la primavera e l’estate l’autunno.

Luglio dal gran caldo, bevi ben e batti saldo.

Nelle lunghe fatiche della state il migliore conforto ed aiuto è il vino.

Luna mercurina tutto il ciel ruina.

Luna nata di mercoledì, cagiona pioggia molta e tempeste. (SERDONATI.)

Maggio asciutto ma non tutto, gran per tutto; maggio molle, lin per le donne–e

Maggio ortolano (cioè acquoso), molta paglia e poco grano–e

Maggio giardinaio, non empie il granaio–e

Se maggio è rugginoso, I’uomo è uggioso.

Ed in Valdarno a primavera dicono:

Arno vuoto granaio pieno.

Maggio fresco e casa calda, la massaia sta lieta e balda.

Lodano i contadini il maggio ombroso, e così non troppo caldo; ma che però l’aria tepida di primavera sia di già venuta e abbia riscaldato la casa. (LAMBRUSCHINI)–e

Se maggio va fresco va ben la fava e anco il formento.

Maggio non ha paraggio.

Marzo alido, aprile umido–e

Marzo asciutto, e april bagnato,
beato il villan c’ha seminato–e

Quando marzo va secco, il gran fa cesto e il lin capecchio.

Marzo ha comprata la pelliccia a sua madre, e tre giorni dopo e’ I’ha venduta.

È assai bel modo per esprimere l’inconstanza della temperatura di questo mese.

Marzo molle, gran per le zolle.

Non fa cesto e cresce in alto, e poi ricade per le zolle–e

Se marzo butta erba, aprile butta merda.

Marzo non ha un dì come l’altro–e

Marzo pazzo–e

Marzo vuol far le sue.

E pure:

Nel marzo un sole e un guazzo–e

Il sole di marzo, muove e non risolve.

Che dicesi anche di chi propone le cose e non le conduce a fine.

Marzo o buono o rio, il bue all’erba e il cane all’ombra.

Marzo tinge, april dipinge, maggio fa le belle donne, e giugno fa le brutte carogne.

Il sole di marzo è il primo che faccia imbrunire, poi viene la forza della primavera.

Mezzo gennaio, il sole nel pagginaio; mezzo ferriere, morto è chi non rinviene; mezzo marzo, chi non rinviene è morto affatto.

Pagginaio e paggino, luogo a bacio: paggino è tuttavia usato dai montagnoli. (LAMBRUSCHINI.)

Natale senza danari, carnevale senz’appetito, pasqua senza devozione.

Si fanno male.

Né caldo né gelo non restò mai in cielo.

Né di Venere né di Marte, non si sposa né si parte.

Nel febbraio la beccaccia fa il nido, nel marzo tre o quattro, nell’aprile pieno il covile, nel maggio tra le frasche, nel giugno come un pugno, nell’agosto non ucciderla al corso.

Neve marzolina dura dalla sera alla mattina.

E dicesi anche:

La neve di gennaio diventa sale, e quella d’aprile farina.

Perché si strugge subito.

Non è bella la pasqua se non gocciola la frasca.

Non v’è sabato santo al mondo,
che la luna non sia al tondo.

La nostra Pasqua succede sempre la prima domenica dopo il plenilunio di primavera come venne stabilito dall Concilio di Nicea l’anno 325 acciò non concorresse con quella degli Ebrei che si fa nel medesimo giorno dei plenilunio. Si noti però che se il plenilunio del 20 e 21 marzo cade prima dell’ingresso del sole in ariete, allora non è più il plenilunio di primavera, e si deve aspettare un intero mese lunare, sino all’ingresso del primo plenilunio, donde la festa di Pasqua viene trasportata alla prossima domenica, loché può protrarsi sino al 25 aprile che è l’estremo Iimite pasquale. Perciò dicesi:

Non si può veder Pasqua, né dopo San Marco, né prima di San Benedetto–e

Alte o basse nell’aprile son le pasque.

Non è sì piccola ponzina, che di marzo non sia gallina–e

Marzo per le galline, aprile per le pecore, maggio per i buoi, giugno per noi.

Riguarda l’epoca del prodotto di questi animali. Giugno per noi, dicono i contadini, alludendo a’ bozzoli che sono la loro prima e precipua fonte di guadagno e nei quali riposano le loro più ca re speranze d’un migliore avvenire. (Prov. Lomb.)

Non fu mai vento senz’acqua; non fu pioggia senza vento.

Nuvoli verdi o scuretti son tempesta con saette.

Nuvolo di montagna non bagna la campagna–e

Nuvolo da ponente non si leva per niente.

Oggi fave, domani fame.

Raccolta incerta.

Pasqua di Befana, la rapa perde l’anima.

Come dicesse, si vuota. I contadin chiamano pasqua tutte Ie feste maggiori.

Pasqua tanto desiata, in un giorno è passata.

Pasqua venga alta o venga bassa, la vien con la foglia o con la frasca–e

Venga pasqua quando si voglia, la vien con la frasca e con la foglia–o

Pasqua, voglia o non voglia non fu mai senza foglia (o foglia di gelso).

Per il Perdon (2 agosto) si pone la zappa in un canton.

Per la Santa Candelòra, se nevica o se plora, dell’inverno siamo fuora;
ma s’è sole e solicello, noi siam sempre a mezzo il verno–e

Se nevica per la Candelòra, sette volte la neve svola.

E in altro modo:

Delle cere la giornata, ti dimostra la vernata: se vedrai pioggia minuta, la vernata fia compiuta: ma se tu vedrai sol chiaro, marzo fia come gennaro–e

San Paolo e la Ceriola scura, dell’inverno non si ha più paura–e

Delle calende non me ne curo,
purché San Paolo non faccia scuro.

Per San Barnabà (11 giugno), I’uva viene e il fiore va–e

Se piove per San Barnabà, I’uva bianca se ne va; se piove mattina e sera, se ne va la bianca e la nera–ovvero

Quando piove il giorno di San Vito (15 giugno) il prodotto dell’uva va sempre fallito.

Per San Bastiano (20 gennaio), sali il monte e guarda il piano; se vedi molto, spera poco; se vedi poco, spera assai.

Il grano quando di verno ha sfronzato poco, promette buona raccolta, perché il freddo il quale gli ha impedito d’andare in rigoglio di foglie, lo ha fatto barbicare e accestire. Il magistrato delI’Annona di Firenze spediva per la Candelaia commissari in provincia a visitare i grani, e l’istruzione era questa: se poco vedi, molto credi; e a rovescio. (LAMBRUSCHINI.)
E in altro modo consimile:

Se tu vedi del formento per Natale, ammazza il cane; se non lo vedi dagli del pane. (PASQUALIGO, Racc. Ven.)

Per San Bastiano, un’ora abbiamo.

Per San Clemente il verno mette un dente (23 novembre).

Per San Cosimo e Damiano (27 settembre), ogni male fia lontano.

Que’ due Santi erano medici, e protettori di casa Medici.

Per San Donato (7 agosto), I’inverno è nato; per San Lorenzo, gli è grosso come un giovenco; per Santa Maria, quanto una Badia.

È più che altro uno scherzo: nel mese d’agosto i caldi grandi finiscono, ma non comincia l’inverno.

Per San Michele (29 settembre), Ia succiola (o la giuggiola) nel paniere.

Cioè, la castagna e la giuggiola.

Per San Piero (29 giugno), o paglia o fieno.

Alla fine di giugno sappiamo la nostra sorte intorno al grano: ve n’è, o non ve n’è; si miete la paglia, cioè il grano, o si mietono Ie erbe cresciute dove il grano non è venuto o è perito. (LAMBRUSCHINI.)

Per San Simone (28 ottobre), la nespola ripone.

Per Santa Caterina (25 novembre), la neve alla collina (ovvero o neve o brina o tira fuori la fascina).

Per Santa Cristina (24 luglio), la sementa della saggina.

Per Santa Croce (14 settembre), pane e noce.

Le noci son mature–e

Santa Croce tutte le feste rimette in luce.

Per Santa Maria, il marrone fa la cria.

Per la festa dell’Assunta il marrone s’ingenera, si crea. (Anticamente dicevano criare per creare: fa la cria, quasi dicesse la crea, creazione. (LAMBRUSCHINI.)

Per Sant’Ansano (1 dicembre), uno sotto e uno in mano.

A riscaldarsi non basta un solo veggio, o caldanino.

Per Santa Teresa prepara la tesa (degli uccelli).

Per Sant’Urbano (25 maggio), il frumento è fatto grano.

Nota qui la proprietà dei due vocaboli ben distinti a rigore d’etimologia.

Per San Valentino (14 febbraio), primavera sta vicino.

Per tutto aprile, non ti scoprire–e

Aprile aprilone, non mi farai por giù il pelliccione.

Ma i più rigorosi dicono:

Né di maggio né di maggione, non ti levare il pelliccione–e

Tutto aprile e tutto maggio al verno mi ritraggo.

Pioggia di febbraio empie il granaio–e

Se di febbraio corrono i viottoli, empie di vino e olio tutti i ciottoli.

Ponente, tramontana si risente.

E diciamo anche: Tramontanin non buzzica, se il marin non lo stuzzica.

Quando canta il botto (cioè la state, quando canta il ranocchio), rasciuga un dì quanto non piove in otto (ovvero rasciuga più in un dì che il verno in otto).

Quando canta il cucco (cioè di primavera), un giorno molle e l’altro asciutto (ovvero un’ora bagna e l’altra è asciutto).

Quando canta il merlo siamo fuori dell’inverno.

Quando canta il pigozzo (picchio) di gennaio, tieni a mano il pagliaio.

Suole nevicare, e allora bisogna campar le bestie con la paglia.

Quando Dio vuole, a ogni tempo piove.

Quando gli armellini (albicocchi) sono in fiore,
Il dì e la notte son d’un tenore.

Quando ha tonato e tonato, bisogna che piova.

Figuratamente, de’ mali umori e delle minaccie che poi scoppiano in offese: ma per modo proverbiale suol dirsi: tanto tonò che piovve; anche di cosa la quale giunga molto aspettata.

Quando il ciel bello varia, convien dargli dell’aria (cioè alla casa).

Quando il fico serba il fico, tu, villan serba il panico.

Pronostico villereccio; indizio di mala ricolta per l’anno vegnente che i fichi rimamgano sull’albero. Panico, per ischerzo, cibo qualunque; o sia che venga dal pane, o dal becchime degli uccelli, o insieme da doppia etimologia, come avviene d’altre parole. E dicesi anche:

I fichi bodoloni, fanno di grandi poveroni.

Quando il gallo beve di state, tosto piove.

Quando il gallo canta a pollaio, aspetta l’acqua sotto il grondaio–e

Se il gallo canta fra le tre e le quattro, il tempo è guasto.

Quando il grano abbonda, il pesce affonda; e quando il grano affonda, il pesce abbonda.

Il Serdonati spiega questo Proverbio così: che quando il grano abbonda, il pesce è caro; e viceversa. In Lombardia dicono:

Pesce caro, e polenta a buon mercà.

Quando il mandorlo non frutta, la samenta si perde tutta.

Quando il giuggiolo si veste, e tu ti spoglia; quando si spoglia, e tu ti vesti.

Quando il sole insacca in Giove, non è sabato che piove–e

Quando il sole si volta (o guarda) in drè,
acqua gino ai piè (o la mattina l’acqua ai piè).

Dicesi quando dopo il tramonto si veda di nuovo l’immagine del sole riflessa dalle nubi. (Prov. Milanese.)

Quando il sole la neve indora,
neve, neve e neve ancora.

Il sereno dopo la neve è segno di freddo persistente e può essere presagio d’altra neve.

Quando il sole va giù rabbioso (rubicondo), il giorno di poi non è piovoso.

Quando il tempo è diritto, non val cantare il picchio–e

Quando il tempo è in vela, ogni nuvolo porta sereno.

Essere in vela, per essere diritto al buono: si dice anco essere in filo, allora non vale cantare il picchio, che suole essere segno d’acqua.

Quando il tempo è molle, il dente è più folle.

Quando il tempo si muta, la bestia starnuta.

Quando il verno è nella state, e la state nell’invernata, non avrai buona derrata.

Quando imbrocca d’aprile, vacci col barile; quando imbrocca di maggio, vacci per assaggio; quando imbrocca di giugno, vacci col pugno.

Il Proverbio riguarda l’olivo. Altri invece d’imbroccare dice mignolare, che vuol dire mettere quelle cime fiorite le quali hanno nome di mignole o mignoli.–(Vedi Illustrazione XIX.)

Quando i nuvoli vanno in su, to’ una seggiola e siedivi su; quando i nuvoli vanno al mare, to’ una vanga e va a vangare (o quando l’oche vanno al mare, to’ una vanga, ecc.)

To’ una seggiola, perché la pioggia è sicura; ed è imprudenza andare al campo. E quest’altri dicono:

Quando è seren, ma la montagna scura, non ti fidar che non è mai sicura–e

Montagna chiara e marina scura,
ponti in viaggio senza paura–e

Quando è chiara la montagna, mangia, bevi e va in campagna (non piove).

E all’opposto:

Quando è chiara la marina, mangia, bevi e sta in cucina (piove).

Quando la canna pugne, la passera giugne–o

Quando la spiga punge, la rana unge.

La rana diventa un boccon ghiotto–e

Quando l’erba non punge, la passera non unge.

Quando non fa caldo il pesce passera non è buono–e

Quando la canavera fa il pennacchio,
molta neve e molto ghiaccio.

Canavera, canna (Arundo donax. Linneo.) Davanzati nella Coltivazione Toscana, lasciò scritto: quando tu vedi molte canne d’ottobre con la pannocchia corta, aspetta vernata lunga e freddissima (PASQUALIGO, Racc. Ven.)

Quando la festa viene, dimora; quando la va via, lavora.

Quando la luna ha il culo in molle, piove, voglia o non voglia.

Proverbio di marinari; luna piena ha più rischi della nuova.

Quando lampeggia da ponente, non lampeggia per niente–e

Quando lampeggia da tramontana è segno di caldana.

Quando la montagna ride, il piano piange.

Molte castagne, poco grano.

Quando l’anno vien bisesto, non por bachi e non far nesto–e

Bisesto o Bisestin, o la madre o il fantolin.

È superstizione popolare che ogni cosa in quelli anni riesca male, e i parti sieno pericolosi.

Quando la rana canta, il tempo si cambia.

Quando la vacca tien su il muso, brutto tempo salta suso.

La vaccherella a quella falda piana
Gode di respirar dell’aria nova.
Le nari, allarga in alto, e sì le giova
Aspettar l’acqua che non par lontana
(MENZINI.)

Quando le fave sono in fiore, ogni pazzo è in vigore.

Quando le noci vengono a mucchiarelli,
la va bene pei richi e i poverelli.

Si ritiene che l’abbondanza delle noci sia bene accompagnata anche dagli altri raccolti.

Quando l’estate passa piovosa, la biada smoggia.

Abbondano le biade, cioè, la seconda raccolta, granturco, fagioli ecc.

Quando Marino veglia, o acqua o nebbia.

Quando Monte Morello ha il cappello, villan, prendi il mantello–o

Quando Monte Morello ha il cappello e Fiesole la cappa, pianigiani, correte, ecco l’acqua.

Proverbi fiorentini.

Quando Natale viene in domenica, vendi la tonica per comprar la melica.

Melica, saggina: gli credono anni di carestia. E anche:

Natale in venerdì, vale due poderi: se viene in domenica, vendi i bovi e compa la melica–e

Pasqua in giove vendi la cappa e gettala a’ buoi.

Quando nevica a minuto, la si vuol fare insino al buco.

Cioè, la vuol molto alzare.

Quando non rischiara a terza,
la giornata si può dir persa.

Quando piove alla buon’ora, prendi i bovi, va e lavora.

Perché non vuol seguitare: ma

Quando piove e tira vento, serra l’uscio, e statti drento.

Perché al cattivo tempo non si deve entrare ne’ campi.

Quando piove e luce il sole, tutte le vecchie vanno in amore–e

Quando è sole e piove, il diavolo mena moglie–e

Quando piove e c’è il sole, il diavolo fa all’amore.

Quando piove d’agosto, piove miele e piove mosto.

La pioggia d’agosto giova alle vitie e mantiene in fiore le piante d’onde Ie pecchie cavano il miele. (LAMBRUSCHINI.)

Quando piove per San Filippo (26 maggio),
il povero non ha bisogno del ricco.

Che è pioggia preziosa.

Quando San Giorgio (23 aprile), viene in Pasqua, per il mondo c’è gran burrasca.

È proverbio profetico. Nel 1848 San Giorgio avvenne (caso assai raro) nella seconda festa di Pasqua, ed il mondo fu in gran combustione; nell’anno 1859 cadde appunto il dì della Pasqua: e certamente non si può negare esservi stato un gran furore di burrasca da pertutto. (Racc. Lom.)

Quando scema la luna, non seminar cosa alcuna.

Quando si bagnano le Palme si bagnano anche l’ova–e

Se non piove sull’ulivo piove sull’ova.

Cioè, se non piove la domenica delle Palme, in cui ha luogo la benedizione dell’olivo, piove nella Pasqua.

Quando Siena piange, Firenze ride (e viceversa).

Ma lo dicevano poi soltanto della pioggia e del sereno?

Quando si perdon le prime, le si perdon tutte.

Quando si sente morder le mosche, le giornate si metton fosche.

Quando tira vento, non si può dir buon tempo.

Quando vedi la nespola e tu piangi, ch’ell’è l’ultima frutta che tu mangi.

Quel che leva l’alido, I’umido lo rende; quel che leva l’umido, I’alido non lo rende–e

Secca annata, non è affamata–e

La secca non fece mai carestia–e

Quando Dio ce lo vuol dare (il pane) ce lo da anche sopra una pietra.

Ma però:

Se non frutta il cielo, non frutta neppur la terra.

San Barnabà, il più lungo della stà.

San Benedetto (21 marzo), la rondine sul tetto.

San Giovanni non vuole inganni.

San Luca ( 18 ottobre) il tordo trabuca–e

San Luca, la merenda nella buca, e la nespola si spiluca.

San Marco evangelista, maggio alla vista.

San Niccolò di Bari (6 maggio), la festa degli scolari.

Sant’Agata (5 febbraio), conduce la festa a casa.

Perché siamo sulla fine del carnevale.

Sant’Agnese (21 gennaio), il freddo è per le siepi.

Il freddo è per andarsene–e

Sant’Agnese le lucertole van per le siepi.

Sant’Antonio (17 gennaio), gran freddura, San Lorenzo gran caldura, I’uno e l’altro poco dura–e

Sant’Antonio dalla barba bianca,
se non piove, la neve non manca.

E dicesi anche:

Il barbato (Sant’Antonio), il frecciato (San Bastiano), e il pettinato (San Biagio), il freddo è andato.

Santa Barbera (4 dicembre), sta intorno al fuoco e guardala.

Santa Liberata perché non ha l’uscita come l’entrata.

Santa Lucia ( 13 dicembre), il più corto dì che sia.

Qui ed altrove è da notare che taluno verisimilmente di questi Proverbi deve tenersi più antico della correzione gregoriana, e che allora le feste de’ Santi cadevano ritardate di tutti quei giorni dei quali errava il calendario, discostandosi via via ogni secolo circa un giorno, dal corso vero dell’anno. E per esempio, quando compievasi la formazione dell’idioma nostro, poniamo a’ tempi di Dante, doveva la festa di Santa Lucia cadere in quel giorno che dopo la correzione è il 20 dicembre o nel solstizio d’inverno: e così San Barnaba, cadere presso al solstizio d’estate, e per San Bastiano, i giorni essere allungati quasi una mezz’ora più di quel che sieno al dì d’oggi. Talché ora un altro Proverbio dice:

Da Santa Lucia a Natale il dì allunga un passo di cane.

San Tommè (21 dicembre), cresce il dì quando il gallo alza un piè.

San Tommè non è guardato né da pan né da bucato
né da tessitora di sul Prato, ma sarà ben digiunato.

Digiunano ma lavorano, perché siamo prossimi alle Feste. E meglio:

San Tommaso non sarai guardato, né da pan né da bucato, né da Santo affacendato, né da tessitora di sul Prato, ma sarai ben digiunato, tu ci vieni troppo a lato.

Sul Prato è il nome di una via in Firenze dove abitavano per lo più le tessitore; ma poche oggi ve ne rimangono.

San Vincenzo (5 aprile) chiaro, assai grano; se è oscuro, pane niuno.

Se canta la cicala di settembre, non comprar grano da vendere.

Perché vi è speranza per l’anno dopo.

Secondo Calendi, a quello attendi.

Cioè, il secondo dì del mese ch’è giorno d’Oròscopo.

Se febbraio non febbreggia, marzo campeggia.

Se febbraio non è freddo, abbiamo troppe erbe nel marzo; o meglio,

Se febbraio non isferra, marzo mal pensa.

Se nel febbraio non si riscontrano le stravaganze e le rigidezze invernali si debbono aspettar di sicuro nel mese di marzo che farà, come suol dirsi, il pazzo.

Se il dì di San Martino il sole va in bisacca, vendi il pane e tienti la vacca–e

Se il sole va giù sereno, vendi la vacca e tienti al fieno. (PASQUALIGO, Racc. Ven.)

Se marzo non marzeggia, april mal pensa–e

Quando marzo marzeggia, april campeggia–e

Se marzo non marzeggia, giugno non festeggia.

Si chiama marzeggiare l’alternativa di pioggia e sole.

Se ogni mese mangia carne, ogni sterpo mena ghiande.

Lo abbiamo dal Giusti, ed è tra quelli del Serdonati, ma i contadini più non l’intendono a quant’io sappia o siasi da altri potuto raccogliere. Il Lambruschini ce ne ha dato una ingegnosa interpretazione, e che a me sembra assai probabile: <<Una volta, quando non si concedeva l’Indulto per la quaresima, avveniva spesso che per un intiero mese (il mese di marzo) non si mangiava carne: cioè tutte le volte che la Pasqua cadeva dal 1 al 16 d’aprile. Il che avveniva interpolatamente dietro al variare delle lune (come mostrano Ie tabelle pasquali) 16 volte in 36 anni. E questa interpolazione nella sua stessa irregoiarità si adalta bene alle variazioni delle cause moltiplici che favoriscono o contrariano il fruttificar delle quercie. Cosicché un’osservazione tal quale, e un preconcetto possente intorno ai potere delle lune, può benissimo avere incolpato della mancanza delle ghiande il marzo senza carne.>>(LAMBRUSCHINI.)

Se piove per San Gorgonio (9 settembre), tutto l’ottobre è un demonio–e

Se va tutto il dì di San Gal, lo fa bello fino a Natal.

Se piove per San Lorenzo, la viene a tempo; se piove per la Madonna, I’è ancor buona; se per San Bartolommè soffiale di drè.

Se piove per la Pasqua, la susina s’imborzacchia.

Borzacchio è pronuncia più frequente e (credo) più giusta di Bozzacchio o Bozzacchione.

Se piove il venerdì Santo, piove maggio tutto quanto.

Se piove per l’Ascensa, metti un pane di meno in sulla mensa–ovvero

Se piove per l’Ascensione, va ogni cosa in perdizione–e

Se piove per S. Anna l’acqua diventa manna.

I Milanesi quando fa burrasca in quel giorno dicono come l’è sana la Dota di S. Ana, così da noi Toscani per il giorno di S. Iacopo, ed anche

Se piove il dì di S. Anna piove un mese e una settimana.

Se piove il dì della Pentecoste, tutte l’entrate non son nostre.

Se rannuvola sulla brina, aspetta l’acqua domattina–e

Prima il vento e poi la brina, I’acqua in terra l’altra mattina.

Settembre, I’uva e il fico pende–e

Di settembre o porta via i ponti, o secca le fonti.

Se vuoi vedere il buon temporale, la mane tramontana e il giorno maestrale–o

Quando il tempo è reale, tramonana la mattina, la sera maestrale.

Nota giorno per una parte di esso, per quella parte che corre dal mezzodì alla sera.

Sole a finestrelle, acqua a catinelle–ovvero

Sole a uscioli, acqua a bigoncioli–e

Cielo a pecorelle, acqua a catinelle.

Pecorelle que’ nuvoletti bianchi e radi che danno figura d’un branco di pecore. Finestrelle, uscioli, que’ vani tra’ nuvoli dove il sole fa capolino.

Sole d’alta levata non è mai di durata.

Se il sole indugia a mostrarsi, vien coperto presto dai nuvoli.

Tanto bastasse la mala vicina, quanto basta la neve marzolina.

Bastare, durare.

Tempo rimesso (o rifatto) di notte, non val tre pere cotte–ovvero

Seren fatto di notte non val tre pere cotte.

Temporale di mattina è per la campagna gran rovina.

Temporal di notte, molto fracasso e nulla di rotto.

Terzo dì aprilante, quaranta dì durante.

Tra maggio e giugno fa il buon fungo.

Tramontana torba e scirocco chiaro, tienti all’erta, marinaro!

Tra Pasqua e Pasqua non è vigilia fatta.

Cioè, tra Pasqua d’Uovo e Pasqua di Rose.

Trenta dì ha novembre, april, giugno e settembre; di ventotto ce n’è uno tutti gli altri n’han trentuno.

Trist’a quella state, che ha saggina e rape.

Uta muta Cananea, pane, pesce, sanguea, uliva e Pasqua fiorita (le domeniche di quaresima).

Vento senese, acqua per un mese–e

Il vento senese di buon tempo cattivo lo fece.

Miserie della vita, Condizioni della Umanità

A biscottini non si campa.

Beva la feccia chi ha bevuto il vino–e

Chi ha goduto, sgoda.

Bisogna comprare fino il sole.

C’è più guai, che allegrezze.

Capelli (o peli) e guai non mancan mai–e

Guai e maccheroni si mangiano caldi–e

I guai vengono senza chiamarli.

Chi casca in mare e non si bagna, paga la pena.

Chi scampa quando altri patiscono danno, si trova infine aver di peggio.

Chi da Dio è amato, da lui è visitato.

Chi disse uomo, disse miseria.

Chi è savio, non è sempre sicuro.

Chi fugge maggio, non fugge calende.

Una usanza fiorentina imponeva certo scotto per Ie allegrezze di maggio, e chi avesse trapassato senza pagare tutto quel mese, era costretto poi soddisfare per altro modo alla brigata. Si dice ancora:

La si può ben prolungare, ma fuggir no.

Chi gode muore, e chi patisce stenta–e

Quando siam contenti (o si sta bene), si muore.

Chi ha capre, ha corna–e

Chi ha polli, ha pipite–e

Chi vuol l’uovo, deve soffrire lo schiamazzo della gallina.

Non s’ha l’utile senza fastidio. La pipita è una malattia che viene alle galline.

Chi non ha piaghe, se le fa.

Chi non l’ha all’uscio, l’ha alla finestra–e

Disgrazie e spie son sempre pronte.

Come la va, la viene.

Da Dio vengon le grazie, e da noi le disgrazie.

Dio non fa mai chiesa, che il diavolo non ci voglia (o non ci fabbrichi) la sua cappella.

Dicesi per dare ad intendere che il diavolo non vede farsi alcun bene senza cercare di mettervi o farvi nascere qualche male.

Dopo un meglio, ne viene un peggio.

Dove non può entrare il diavolo, c’entra la versiera.

Dove stringe la scarpa, non lo sa altro che chi l’ha in piede.

Facendo male, sperando bene, il tempo va e la morte viene.

Fin ch’uno ha denti in bocca, non sa quel che gli tocca–e

Fino alla morte non si sa la sorte.

Il bel tempo non dura sempre.

Né mai buon tempo lungamente dura. (Orl. Inn.)

In questo mondo meschino, quando si ha tanto per il pane, non si ha tanto per il vino.

I pensieri fanno mettere i peli canuti.

L’allegrezze non durano.

Le avversità riducono a segno.

Le disgrazie non si comprano al mercato.

Cioè vengono a nostro malgrado.

Le disgrazie son come le tavole degli osti.

Sempre apparecchiate.

Le rose cascano, e le spine rimangono.

Malanno e donna senza ragione, si trovano in ogni luogo e in ogni stagione.

Nido fatto, gazzera morta.

In questo mondo, tosto che uno ci si è bene accomodato, muore.

Non c’è altare senza croce.

Non c’è casa senza topi–e

Ogni casa ha solaio, cesso, fogna e acquaio.

Delle cose incomode o disgustose ve n’è per tutto.

Non c’è pane senza pena.

Non è lin senza resta, né acqua (o donna) senza pecca.

Non sempre la luna sta in tondo.

Non serve dire: per tal via non passerò, né di tal acqua non beverò.

Non si fece mai bucato che non piovesse.

La pioggia dà noia quando si vuol tendere i panni per asciugarli.

Non si può avere de’ pesci senza immollarsi–ovvero

Chi vuole il pesce, bisogna che s’ammolli–e

Non si può avere il mèle senza le mosche–e

Non si può avere la carne senz’osso–e

Non si può avere la rosa senza la spina–ovvero

Ogni rosa ha la sua spina–e

Non si può avere le pere monde–e

Non si può avere i pani a piccie–e

Non si può avere le viti legate colle salsiccie–e

Non si può avere la botte piena e la moglie briaca.

Non si sa mai per chi si lavora.

Non v’è cosa che sia sicura.

Oggi a me, domani a te.

Si dice del morire, e anco di qualche bene conseguito, o d’un male che sia intravvenuto.

Oggi creditore, domani debitore–e

Oggi mercante, domani viandante.

Oggi in canto, domani in pianto.

Ogni bocca ha il suo morso.

Ogni cuore ha il suo dolore.

Ogni dì non è festa–e

Tutti i mesi non son di trentuno–e

Natale viene una sola volta l’anno.

Ogni dì vien sera.

Ogni vita invecchia, ogni felicità tramonta.

Ogni erba divien paglia.

Ogni grano ha la sua semola.

In tutto e in tutti c’è qualcosa da scartare.

Ogni legno ha il suo tarlo.

Ognuno ha le sue magagne occulte; ed anche, ognuno ha gente che campano alle sue spalle.

Ogni magione ha la sua passione.

Passione, per affanno travaglio: e nota che per magione s’intende propriamente le case grandi: ma vale per tutte. E dicesi anche In ogni casa si trova qualche mattone rotto.

Ogni male vien dalla testa.

Siamo noi che ci guastiamo la nostra felicità; ma credo si applichi poi al governo quasi che fosse la parte pensante.

Ogni momento è grazia.

Cioè ogni momento di bene, ogni momento di vita.

Ogni monte ha la sua valle.

Ogni nave fa acqua; quale a mezzo, quale a proda, e quale in sentina.

Ogni pelo ha la sua ombra.

Ogni porta ha il suo batacchio–e

Maggior porta, maggior battitoio.

Battitoio è parte dell’imposta d’un uscio o d’una finestra ma qui ha doppio senso, e sta per significare battito che è tremito, tremore.

Ogni prun fu siepe.

Ogni ostacolo, abbenché minimo reca impedimento: ma con significato più generico, ogni cosa fa qualcosa.

Ogni vin fa tartaro.

Ognuno c’è per la parte sua–e

Ognuno c’è per l’ossa e per la pelle.

Si dice a modo proverbiale, <<tutti ci siamo per l’ossa e per la pelle>> quando tutti insieme corriamo un qualche pericolo.

Ognuno ha il suo diavolo (o il suo impiccato) all’uscio–e

Ognuno ha la sua croce.

Ognuno sa dov’è, ma nessuno sa dov’ha da andare.

Per la pecora è lo stesso che la mangi il lupo o che la scanni il beccaio.

Il male da qualunque parte ci venga e sempre male.

Per tutto v’è guai.

Per un dì di gioia, se ne ha mille di noia–e

Non v’è gioia senza noia.

Quando crediamo d’essere a cavallo siamo per terra.

Quanti giorni cominciano col sole che finiscono col mal tempo.

Se la vita fosse intesa, nessuno l’accetterebbe.

Sempre ne va il meglio.

Seren d’inverno e pioggia d’estate, e vecchia prosperitate, non durano tre giornate.

Servire e non gradire, aspettare e non venire, stare a letto e non dormire, aver cavallo che non vuol ire e servitore che non vuole obbedire, esser in prigione e non poter fuggire, essere ammalato e non poter guarire, smarrir la strada quando un vuol ire, stare alla porta quando un non vuol aprire, avere un amico che ti vuol tradire, son dieci doglie da morire.

Tanto razzola la gallina, che scuopre il coltello che l’ammazza.

Tempo, vento, signor, donna, fortuna, voltano e tornan come fa la luna.

Tra la culla e la bara ogni cosa è incerta.

Tristo a quel dente che comincia a crollare.

Tutti si nasce piangendo e nessuno muore ridendo.

Un male tira l’altro–o

Al male fagli male–e

Le disgrazie non vanno mai sole–e

Le disgrazie sono come le ciliegie.

Una tira l’altra–e

Un male e un frate rade volte soli–e

Non si rompe mai un bicchiere che non se ne rompan tre–e

Ogni male vuol giunta.

E si dice anche del mal capitare, come del mal fare:

Quando si comincia male, si finisce peggio.

E proverbialmente:

Agli zoppi, grucciate.

(Vedi Sentenze generali.)

Morte

Al fin pensa sovente, avrai sana la mente.

Alla fin del gioco, tanto va nel sacco il re quanto la pedina.

La morte agguaglia tutti e

Di qui a cent’anni, tanto varrà il lino quanto la stoppa.

Al mazzier di Cristo non si tien mai porta–e

Quando la campana ha suonato, è inutile dir di no.

Al serrar degli occhi si saldano i conti–e

Ognuno va al mulino col suo sacco.

A mal mortale né medico né medicina vale.

Ape morta, non fa méle.

Arno e mori, ogni anno ne vuole.

In Arno affogano gli incauti bagnandosi; e brutte cadute avvengono a chi bruca le foglie de’ gelsi, montando su’ rami che a un tratto si troncano.

A tutto c’è rimedio fuorché alla morte.

Avanti la morte nessuno c’entra.

<<La cruelle qu’elle est se bouche les oreilles,
Et nous laisse crier.
>> (MALHERBES.)

Beato quel corpo che in sabato è morto.

Bello, sano, in corte, ed eccoti la morte.

Chi ben vive, ben muore.

Chi muore, esce d’affanni.

Chi muor giace, e chi vive si dà pace.

Chi nasce, convien che muoia.

Chi pensa di viver sempre, vive male.

Co’ morti non combattono se non gli spiriti.

Quando fu detto a Planco che Asinio Pollione aveva fatto degli scritti contro di lui, e che aspettava ch’egli fosse morto per pubblicarli, rispose: cum mortuis non nisi larvas luctari.

Dio ti guardi dal giorno della lode.

Cioè, dal giorno della morte; giorno in cui per lo più si dà lode ancora a chi non molto la merita.

Di sicuro non c’è che la morte.

Error di medico, volontà di Dio.

Fanno del male i vivi, ma non i morti.

Il cataletto acquistar fa intelletto–e

Non s’impara mai a vivere sino alla morte.

L’uomo non conosce mai bone se stesso, finché non abbia la morte in faccia.

Il male è per chi va, chi campa si rifà.

Il viaggio alla morte è più aspro che la morte.

I morti aprono gli occhi ai vivi.

Così fosse vero.

I morti e gli andati presto sono dimenticati.

Perché:

I morti non tornano.

Questo deve essere fatto dai vecchi politici, ma io gli ho veduti tornar sempre.

I vecchi vanno verso la morte e ai giovani la gli va incontro.

La morte, altri acconcia, altri disconcia.

La morte è di casa Nonsisà–e

La morte viene, quando meno s’aspetta–e

Si sa dove si nasce, ma non si sa dove si muore.

La morte è una cosa che non si può fare due volte.

La morte è un debito comune.

La morte non guarda la fede di battesimo–e

La morte non guarda in bocca.

Cioè, non guarda né a giovani né a vecchi.

La morte non ha lunario.

Viene a tutte l’ore.

La morte non perdona al forte.

La morte non sparagna re di Francia né di Spagna.

La morte non vuol colpa.

La morte paga i debiti, e l’anima li purga.

La morte pareggia tutti–e

Dopo morti, tutti si puzza a un modo.

E a Venezia meglio:

Sei piè di terra ne uguaglia tutti (o, non si negano a nessuno).

La vita cerca la morte–e

Il primo passo che ci conduce alla vita, ci conduce alla morte.

La vita e la morte sono in mano di Dio.

L’ultima cosa che si ha da fare, è il morire.

L’ultimo male è il peggior di tutti.

Non v’è termine più certo e meno inteso della morte.

Oggi in figura, domani in sepoltura.

Nota in figura che qui significa in carne e in ossa: Dante l’usò per effigie.

Ogni cosa è meglio che la morte.

Piuttosto can vivo che leone morto.

Tutto è meglio della morte.

Una volta per uno tocca a tutti–e

Una volta per un, figliuol, ci tocca–e

Tutti siam nati per morire.

Uomo morto non fa guerra–e

Cane morto non morde–e

Morto il leone, fino alle lepri gli fanno il salto.

Mutar Paese

Albero spesso trapiantato, mai di frutti è caricato.

Cattivo è quel palo che non può stare un anno in terra.

Chi cambia terra, dee cambiare usanza.

Chi muta paese, muta ventura–e

Chi muta lato, muta stato.

Chi sta a cà, niente sa.

Chi sta molto in casa d’altri doventa forestiero in casa propria.

Chi sta sotto la cappa del camino non puzza che di fumo.

Chi mai non andò fuori dal guscio ov’è nato diventa facilmente superbo; non trova il buono che in casa sua, e si crede essere sopra gli altri.

Chi va e torna, fa buon viaggio.

Chi vuol far della roba, esca di casa.

Chi vuol star bene, non bisogna partirsi da casa sua–e

Dove tu nasci, quivi ti pasci.

Col mutar paese non si muta cervello.

Dove son uomini è mondo–e

Per tutto c’è da fare–e

Ogni terreno nutrisce l’arte.

Il bue non domo, in terra aliena si fa mansueto e domo.

Molti a casa loro fanno il bravo che poi fuori riescono pulcini bagnati e sono come pesci fuori dell’acqua.

La patria è dove s’ha del bene.

È brutto, ma viene dal latino: ubi bonum, ibi patria.

L’uomo fa il luogo, e il luogo l’uomo.

Mal cova la gallina fuor del nido.

Risposta di Cosimo de’ Medici a Rinaldo degli Albizzi, che egli aveva mandato in bando.

Non doventan porri se non quelli che si trapiantano.

Non si fa valent’uomo chi non esce di casa sua o del proprio nido. (SERDONATI.)

Ogni paese al galantuomo è patria.

Paese che vai, usanza che trovi.

(Vedi Illustrazione XX)–e

Ovunque vai, fa’ come vedrai.

Pietra mossa non fa musco–e

Sasso che rotola, non fa muschio.

E trovasi anche:

Pietra che va rotolando, non coglie mosche–e

Sasso che non sta fermo, non vi si ferman mosche.

Chi girovaga, non fa roba.

Tanti paesi, tante usanze.

Tutto il mondo è paese–e

Per tutto si leva il sole–e

Per tutto è un dosso e una valle–e

In ogni paese è buona stanza dove si leva il sole.